Aspettando Halloween – 31 film da paura per porre fine a un anno da incubo

Trick or treat, trick or treat: Give me some movies nice and sweet.

Per gli appassionati di questa festa anche nostra (sì, Giordano, sto guardando proprio te – ti sto guardando malissimo) Halloween è alle porte ormai da metà settembre.

Con la vigilia di ottobre, tuttavia, si iniziano a vedere immagini, percepire profumi e atmosfere che possono essere toccate con mano. Iniziano i giorni in cui io e la mia ragazza raccogliamo foglie secche ai Giardini Margherita di Bologna per decorare casa e iniziamo ad acquistare nuovi addobbi da aggiungere a quelli degli anni scorsi.

A ottobre la mia magione diventa una casa infestata, un rito colorato per esorcizzare e festeggiare la morte come parte della vita, il tutto condito con il consueto immaginario di zucche, ragnatele e würstel mummia che non si può non amare.

Tra le cose che adoro in assoluto di Halloween ci sono ovviamente i film e gli episodi a tema delle mie serie tv preferite. Se l’anno scorso ho quindi stilato un elenco di 10+1 film e serie da guardarsi aspettando Halloween, vorrei dedicare quest’edizione a chi come il sottoscritto è appassionato, tra le altre cose, dei più grandi titoli horror del cinema del passato e presente. Per questo Aspettando Halloween tenteremo dunque di fare le cose in grande e portare la lista a 31 film, uno per ogni giorno dal 1 al 31 ottobre, sulla falsa riga di quanto feci all’apertura del blog con il mio calendario dell’avvento.

Come sempre siete invitati a condividere i vostri film da paura con chi legge, nei commenti dell’articolo o sotto il post sui canali social. Allarghiamo la nostra ragnatela di consigli per la visione e guardiamo sotto il letto prima di dirci al sicuro … che l’incubo abbia inizio!

  1. 28 Days Later (D. Boyle, 2002)

Londra. A quattro settimane dall’esplosione di un misterioso e incurabile virus, un gruppo di sopravvissuti si mette in viaggio per cercare un rifugio sicuro.

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CR20 – Fate il varietà non la guerra. Il restauro in anteprima mondiale di F.T.A (F*** the Army)

Al ritiro del mio accredito presso le casse del Cinema Ritrovato mi sono accorto da subito di non riconoscere il film riportato sulla shopper di quest’anno. Incuriosito sono corso a informarmi e ho segnato un bel cerchio di promemoria sul programma del Festival alla voce F.T.A.

Salta fuori che F.T.A, acronimo di F*** the Army, è un fantasma. Quando uscì nelle sale durò poco più di una settimana tra New York, Los Angeles e Chicago prima di sprofondare nel dimenticatoio. Un dimenticatoio non poi così profondo per gli appassionati del genere documentaristico a sfondo sociale e antimilitaristico, ma sufficientemente profondo da far sì che da lì in poi il tema cui faceva riferimento venisse del tutto trascurato nelle successive trasposizioni cinematografiche sullo stesso periodo.

Quale sia questo tema è presto detto: non tutti i soldati statunitensi, i cosiddetti G.I, volevano imbracciare i fucili e combattere una guerra che non ritenevano essere la loro. “Neri, bianchi e gialli” preferivano risolvere i problemi coi quali erano costretti a convivere in casa propria, l’odio razziale, il precariato e compagnia cantante, anziché partire e crearne di nuovi in paesi altrui.

Si contano certo titoli incredibili tra i war movie ambientati durante il Vietnam, senza scomodare De Palma o John Rambo, ma nessuno che ritragga realmente e fedelmente le migliaia di soldati e Marines ai quali, all’epoca come oggi, non veniva detto a quale scopo facessero quello che facevano e perché si trovassero dove si trovavano, e che in ogni caso ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Dopo nessuno ne parlò, questo è un dato di fatto, ma durante quegli anni qualcuno le domande se le pose eccome e cercò di smuovere un buon numero di coscienze. Nacque così dalla mente di un gruppo di autori, attori e cantanti la risposta all’entertainment prebellico di Bob Hope. Un varietà politico e satirico che in 8 mesi fece il giro degli Stati Uniti coast to coast ma che a seguire osò ancora di più.

Il docu-film segue la troupe nella tournée presso le principali basi militari americane sulle isole del Pacifico e ritrae con rinata qualità visiva l’esperienza e le performance dei giovani Donald Sutherland, Jane Fonda e Len Chandler alle prese con il tentativo di nobilitare le proteste degli attivisti contro la guerra del Vietnam agli occhi dei protagonisti della guerra stessa: i soldati (F.T.A = F*** the Army = Free the Army).

Quando oggi mi capita di sentir dire che gli attivisti contro la guerra del Vietnam ce l’avevano con i soldati, vorrei potere rimettere in distribuzione quel film. Non era un capolavoro d’arte, non c’era bisogno che lo fosse. Il semplice fatto che dimostrassimo di essere dalla parte dei soldati era importante. Ciò che facevamo era grezzo, inaudito, scandaloso e, nell’ambiente attuale, totalmente impensabile. Ci riuscimmo, perché i soldati avevano maturato ardenti sentimenti antibellici e antimilitaristici ed erano pronti

Jane Fonda, la mia vita fino ad ora, Mondadori, 2005

La speranza di Fonda di riportare alla luce questo film non è mai stata così vicina a diventare realtà. Grazie anche all’attrice stessa, tra i produttori del documentario, e al supporto di  Hollywood Foreign Press Association, della Cineteca di Bologna e IndieCollect, è stato infatti possibile il restauro del film, presentato in anteprima mondiale proprio a Bologna e presto disponibile in streaming negli Stati Uniti e negli altri paesi.

A sottolineare l’importanza della mission di realtà come IndieCollect e di film come F.T.A è stata la regista statunitense Amalie Rothschild, ferma sostenitrice della conservazione e della diffusione delle pellicole invisibili, che prima della proiezione si è soffermata e ci ha fatto riflettere con particolare interesse e sensibilità sull’enorme influenza che questo tipo di documentari sulle lotte di ieri può avere sulle lotte di oggi.

CR20 – L’epopea comica di Keaton e quel suo amore per le locomotive. Il restauro in 4K di THE GENERAL

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,

con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,

quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,

ma nella fantasia ho l’immagine sua:

gli eroi son tutti giovani e belli,

Francesco Guccini, La locomotiva, 1972

All’apice della sua carriera Buster Keaton torna bambino. Unisce due generi narrativi a una sua grande passione, che è poi quella di tutti i bambini, dando vita a un dispendioso e spettacolare lungometraggio che per l’attore regista, e per tutte le numerose persone coinvolte, diventa una corsa sui binari all’insegna dell’avventura.

THE GENERAL potrebbe sintetizzassi in un Buster likes trains, ma non sarebbe sufficiente a descrivere le sue molteplici peculiarità.

Prima tra tutte, le suggestioni di Keaton stesso: i racconti diretti dell’ultima guardia di una generazione al tramonto, i protagonisti della guerra di successione poco più grandi di suo padre, ma anche la passione che l’autore aveva già ampiamente dimostrato negli ultimi anni per il confronto con entità gigantesche, che fossero battelli, uragani o intere case.

Quella di Keaton è un’epopea comica, di fatto un paradosso di genere dal momento in cui uno dei maggiori intenti della commedia è sempre stato quello di schernire i grandi eventi che l’epopea ha sempre cercato invece di esaltare e miticizzare. Un connubio quindi impossibile, se non fosse che a dimostrarne la fattabilità fu solo un anno prima Charlie Chaplin con uno dei titoli più significativi della sua cinematografia.

Il cinema muto ha prodotto due epopee comiche: La febbre dell’oro di Chaplin nel 1925 e THE GENERAL di Keaton nel 1926. A sorprendere non è che siano state così poche, ma il fatto stesso che siano esistite

Alfred Knopf, New York, 1975

Buster Keaton volle un film “così vero da fare male”, laddove con vero intendeva l’impatto visivo che ogni fotogramma doveva avere sul pubblico, un effetto che senza dubbio ho visto io stesso sugli spettatori di ieri sera oltre che provato in prima persona.

Per raggiungere il suo scopo Keaton fece di uno sconosciuto paese dell’Oregon, Cottage Grove, una sorta di “filiale di Holywood” (C. Cenciarelli), furono aperti cantieri e botteghe che coinvolsero più di 2000 persone, tutte col permesso di sostare sul set a due sole condizioni: restare dietro la cinepresa e non creare ombre sulla scena. Oltre a binari fu costruito ad hoc anche un ponte utilizzando legname del posto, al solo scopo di farlo saltare. La scena fu ripresa da sei punti camera e costò l’esorbitante cifra di 42.000 dollari dell’epoca.

Farà pur male, ma THE GENERAL fa anche tanto ridere ed emozionare. Assistere al nostro eroe a bordo di una locomotiva per novanta minuti di film, freezarci a ogni imminente pericolo e poi esplodere in una fragorosa e incredula risata nel momento in cui, senza nemmeno accorgersene, Keaton ha fatto di un pericolo un elemento a suo favore e della banalità una nuova occasione per far spettacolo.

L’esperienza è stata poi arricchita dalla musica dell’orchestra del Teatro comunale diretta dall’altrettanto familiare Timothy Brock. Alle prese con il riadattamento di una propria composizione del 2005, allora scritta per un’orchestra di circa ottanta musicisti, Brock vede nei limiti dettati dall’emergenza sanitaria l’occasione di dar nuova vita al suo spartito e lo fa accompagnato da uno strumento fuori serie e d’epoca, fatto costruire appositamente per il concerto di ieri sera. Parliamo del ‘Railroad Imitation’ ideato da Ludwig&Ludwig nel 1914 e oggi irreperibile sul mercato, un oggetto che riproduce letteralmente il suono delle rotaie qui sotto ritratto dal fotografo ufficiale del festival Lorenzo Burlando.

Il pubblico del Ritrovato accompagna ed è accompagnato dal cosiddetto Progetto Keaton da ormai cinque anni. Dal 2015, infatti, Cineteca di Bologna in collaborazione con Coehn Film Collection hanno inaugurato il progetto pluriennale di raccolta e restauro della filmografia di Buster Keaton, mostrando di anno in anno i frutti del lavoro dei laboratori dell’Immagine ritrovata proprio sotto le stelle del cinema più bello del mondo, il grande schermo in Piazza Maggiore.

Il restauro in 4K di THE GENERAL è stato possibile grazie a Cohen Film Collection e Library of Congress/Packard Campus for Audio Visual Conservation e all’utilizzo di un controtipo positivo 35mm creato a partire dal negativo originale nitrato conservato da Library of Congress. Le lavorazioni sono state eseguite presso Modern Videofilm.

CR20 – Da Scarface ad Alice nel Paese delle Meraviglie è un attimo. Sul palco del Ritrovato la prémiere del restauro in 4K di À bout de souffle

Amo enormemente A bout de souffle, di cui per un certo periodo mi sono vergognato; ma lo situo dove va situato: sulla linea di Alice nel paese delle meraviglie. Io, invece, credevo che fosse sulla linea di Scarface.

J.L Godard (Il cinema è il cinema, Garzanti, 1981)

Al ventinovenne Jean-Luc Godard A bout de Souffle non piaceva. Non importa che fosse un suo film, il suo primo lungometraggio, per l’esattezza, basato su una sceneggiatura appena abbozzata di Truffaut, e non importa nemmeno che subito i colleghi dei Cahiers du cinéma e il grande pubblico lo abbiano eletto a manifesto della nouvelle vague.

Quello che Godard fa con A bout de Souffle appare come poco più che un esercizio di stile girato in quattro settimane. Con l’intera Parigi a disposizione e cinepresa a mano, Godard disfa e rifà l’intera storia del cinema servendosi dei suoi schemi e al tempo stesso mescolando le carte in tavola e scomponendo ciò che fino a quel momento il pubblico ma anche i cineasti credevano di conoscere, “[…] aprendo l’iride […]” della macchina da presa e inaugurando un nuovo modo di fare cinema in cui “tutto è permesso”. Montaggio Jump cut, inquadrature a mano, direct adress, ‘errori’ linguistici del tutto voluti, sono solo alcune delle innovazioni apportate da Godard al linguaggio cinematografico con un solo film.

A bout de Souffle è un film senza tempo, può infatti essere visto dai “vecchi” di oggi – come li definirebbe Michel Poiccard – e dai meno vecchi di domani con lo stesso stupore di allora e di sempre. Così Marco Bellocchio descrive il primo Godard in una video presentazione prima della proiezione del film, ricordando come l’uscita di Fino all’ultimo respiro (così distribuito in Italia) sconvolse anche e soprattutto la sua generazione e divenne un’ossessione per molti suoi colleghi, in primis Bertolucci.

“Tutto il film era, e credo che sia, un capolavoro. La storia, il modo di girare, il modo di montare, il modo di raccontare è stato veramente rivoluzionario. […] un capolavoro che va visto dalle vecchie e dalle giovani generazioni di cinefili.’Fino all’ultimo respiro’ è un film che ha superato la moda”.

Marco Bellocchio, Bologna, 25 agosto 2020

Nella sfortuna dell’emergenza sanitaria in atto Bologna porta a casa una fortuna immensa e gli ospiti francesi di StudioCanal, dal palco del festival, non mancano a ragione di farcelo notare. Quella alla quale avremmo assistito da lì a pochi minuti sarebbe stata l’anteprima mondiale privata a Cannes della versione restaurata in 4K di A bout de Souffle. All’età di ventitotto anni, quasi coetaneo del Godard dell’epoca, ho avuto quindi l’onore di assistere di persona e in esclusiva alla nuova vita di uno degli spartiacque più significativi della storia del cinema.

Partendo da un negativo della pellicola i laboratori hanno unito due forze principali: quella tradizionale del 35mm originale, e quella digitale tramite tecnologia HDR. Il risultato è un gioiello di film che adesso ci appare davvero come descritto da Bellocchio, etereo e senza tempo, per tutti è per nessuno perché di fatto sottrae cinema per darci cinema, “[…] superando la moda”, attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni.

La seconda stagione di The Umbrella Academy è come Antonio Banderas con i capelli lunghi

Fino a pochi anni fa in estate uscivano i cosiddetti ‘tappabuchi’, spin-off o carne da macello, la cui sola funzione era quella di smorzare l’attesa degli spettatori tra una stagione e l’altra di una serie televisiva principale. Per nostra fortuna oggi non possiamo più parlare di serie-solo-televisiva, né di mezzi tradizionali e quindi ragionamenti tradizionali. In altre parole, oggi abbiamo The Umbrella Academy.

Adattamento dell’omonima trilogia a fumetti scritta da Gerard Way (noto alla mia generazione come frontman dei My Chemical Romance) e disegnata da Gabriel Bà, un anno fa questa famiglia disfunzionale di supereroi conquistò gli spettatori con la sua prima stagione. Parlo di conquistato perché ebbe particolare successo, tuttavia, come tante serie odierne, non abbastanza da sentirne parlare per tutto l’anno. Per dirla in altri termini e senza indorare la pillola, ad oggi The Umbrella Academy non è destinata a diventare un cult.

Ciononostante, di supereroi e di supercattivi non se ne ha mai abbastanza. Lo dimostrano le reazioni al recente trailer di The Batman o lo scatenato teaser di Suicide Squad, ma anche il discreto successo di una serie come The Boys, in cui i supercattivi sono i supereroi. Se poi il tema eroistico non è che un pretesto per raccontare un dramma, in questo caso quello famigliare, è presto detto: The Umbrella Academy è una caleidoscopio di antieroismi e spunti per raccontare l’ordinario attraverso lo straordinario, in un continuum (è il caso di dirlo) che si ripete ma non stanca.

The Umbrella Academy è come “Antonio Banderas con i capelli lunghi”, abbiamo cioè a che fare con la stessa serie cui abbiamo assistito durante la prima stagione, ma migliore. La scusa dei viaggi (spoiler) non solo temporali permette di rimpastare la stessa storia potenzialmente all’infinito. Non è tuttavia da tutti riuscire a renderla credibile ogni volta e in questo secondo round possiamo quantomeno affermare che The Umbrella Academy ce l’ha fatta.

Parallela al vol.2 dei fumetti, non a caso intitolato “Dallas”, questa seconda stagione catapulta i nostri eroi(?) negli anni Sessanta. Se la prima stagione cominciava con la reunion di una famiglia divisa, qui abbiamo dunque una famiglia divisa che è intenzionata a ritrovarsi. Certo non mancano gli screzi: l’intera stagione è costellata di deliziosi rinfacciamenti, pugnalate alle spalle e conflitti. Tutto ciò che rende particolare questa serie è presente, con l’unica eccezione che ora i personaggi li conosciamo già bene e non ci resta che approfondirne i caratteri, le scelte e i reciproci destini.

A tirare le fila, è inutile negarlo, sono ancora una volta scene queen come N.5 e Klaus. In questa stagione hanno però maggior rilievo anche gli altri membri della famiglia, in particolar modo Diego e Allison. Duole vedere ancora una volta Vanya imprigionata nel suo ruolo, ma un finale spettacolare salva quel poco che poteva rischiare di apparire un pelo ridondante.

Particolarmente apprezzato il ritorno di molti personaggi secondari tra cui spicca Sir reginald hargreeves, al quale in questa seconda stagione è conferito il respiro che merita.

Per chi suonano le campane di Curon? La recensione del supernatural drama italiano targato Netflix

Sarà stato il ritorno da una settimana di vacanza in Trentino, la montagna o la voglia di fresco. Sta di fatto che alla fine mi sono convinto a guardare Curon. Ne è valsa la pena? Scopriamolo con ordine.

Va detto che ho un precedente e si chiama Luna nera. Non un precedente di serie televisiva che non mi è piaciuta, bensì di titolo che ho totalmente glissato basandomi sulle sole considerazioni della rete. Si tratta di un errore comune, ma che mi sono sempre auto raccomandato di non commettere.

Questa volta ho voluto ignorare i pregiudizi e le malelingue sul tentativo italiano di esplorare un genere come quello supernatural e dare invece ascolto a quella parte della critica che lo promuoveva, se non a pieni voti, come un prodotto che si lascia guardare non così diversamente da gran parte dei prodotti Netflix odierni.

Di serie italiane della piattaforma streaming seguo anche Baby, che è esattamente un buon esempio di ciò di cui stiamo parlando. Non un tipo di serialità televisiva a cui siamo abituati, non lo stesso grado di spettacolarità e di qualità con le quali la televisione d’oltreoceano ma non solo ci hanno nutriti dagli anni Novanta ad oggi. Parliamo certo di una serialità televisiva diversa che non sempre, tuttavia, è sinonimo di qualitativamente inferiore.

Nonostante la premessa, sia chiaro fin da subito che Curon non mi ha conquistato. Non ne tesserò quindi le lodi in maniera indiscriminata, né contraddirò punto per punto chi è arrivato a dire prima di me che ci troviamo di fronte a una serie che “non osa“, “senza carattere e senza mito” o addirittura troppa ambiziosa. Evitare paragoni con mostri sacri come Twin Peaks, tanto per cominciare, aiuterebbe a non bocciarla a prescindere.

I protagonisti di Curon sono Mauro e Daria, due fratelli alle prese con la scomparsa della madre e le riscoperte radici della propria famiglia. Radici che si riflettono, come d’altronde l’intera comunità, nelle acque del lago all’ombra di un vecchio campanile sommerso (che poi esiste davvero, così come la località in cui si svolgono le vicende e che da il titolo alla serie).

Cosa la fa da padrona in tutti e sette gli episodi della prima stagione è proprio l’ambiente e il concetto di doppio. L’ambiente (non in senso ambientalista ma puramente paesaggistico) è qui un vero e proprio personaggio, una lezione imparata non solo da serie come Lost, bensì da tutto un apparato narrativo, fotografico e cinematografico che scomoda dal nostro dopoguerra al Vietnam di De Palma.

Il doppio è il leitmotiv attorno a cui vertono non solo l’estetica della serie (lo specchio d’acqua, il presente e il passato dei personaggi, i due fratelli, la bisessualità di Daria) o il suo messaggio (i due lupi dentro ognuno di noi, Stevenson, lo yin e lo Yang e compagnia) ma anche la storia e la mitologia di riferimento.

Dai primi secondi del primo episodio abbiamo già sulla punta della lingua la parola Doppelgänger. A partire dalla lingua tedesca, il termine indica il nostro doppio, sosia o alter ego. Un Doppelgänger può essere inteso in diversi modi, ma una cosa è certa: ha le nostre sembianze ed è al tempo stesso ‘qualcosa’ di diverso da noi.

I Doppelgänger di Curon che spuntano dalle acque del lago al suon di campana sono scaturite dalle nostre repressioni, le nostre ombre e quello che potremmo definire in maniera riduttiva – e tale viene trattato nella serie fin dal primo episodio – ‘lato oscuro’. Giunti al culmine come delle pentole a pressione, la nostra personalità si sdoppia e il nostro sosia, bagnato fradicio e colmo delle nostre emozioni più negative, viene a cercarci per sostituirci in maniera definitiva.

Il tema sta in piedi. Quello che potremmo confondere con qualcosa di già visto è semplicemente archetipico. Parlando di sosia che ti danno la caccia – figurativamente o letteralmente – saltano subito alla mente i personaggi letterari di Poe, Wilde, Woolf, Dostoyevsky, quelli cinematografici di Siegel, Hitchcock, Nolan, per non parlare di quelli videoludici che non si conterebbero. Cos’è allora che non funziona?

Appurato il cosa, troviamo difficoltà ad accettare il come. Non colpirò facilmente sulla recitazione, non ne ho le competenze e alcune delle interpretazioni le ho trovate comunque discretamente credibili. Affondo invece sulle occasioni (narrative) sprecate, alcune delle parole troppo didascaliche messe in bocca ai protagonisti e delle azioni intraprese dagli stessi, il filtro blu che ‘smarmella’ tutto appiattendo una fotografia alla quale le meravigliose location avrebbero contribuito in larga parte, ma anche l’ossessione per fondere in maniera forzata mito e realtà (è così che poi ti chiedi cosa centrino i soldati nazisti dell’ultimo episodio, o se è poi così credibile la faida tra famiglie fondatrici se non come mezzo per dare un background alla superstizione degli abitanti dal versante tedesco). L’insistenza sulla storia è da ostacolo alla fiction che in questo caso invece funziona: i rapporti tra i personaggi, i flashback, le morti e le risoluzioni. Una nota di merito va soprattutto ai plot twist di cui Curon non è certo orfana, alcune scelte sorprendono e soddisfano, lasciandoti di fronte allo specchio a confessare a te stesso che, se proprio esce, una seconda stagione te la guarderesti.

SOTTO LE STELLE DEL CINEMA e IL CINEMA RITROVATO 2020 – Il grande schermo che esiste e resiste

Da ormai un mese a questa parte il “cinema più bello del mondo” è tornato ad accompagnare il pubblico di Piazza Maggiore a Bologna e non solo. In un 2020 in cui tutte le iniziative estive sono state indiscutibilmente a rischio, con Sotto le stelle del cinema la Cineteca di Bologna è infatti riuscita a rilanciare per questa sua XXVI edizione con addirittura non una, bensì due sale a cielo aperto. Il pubblico di Bologna ha potuto e potrà quindi scegliere tra il canonico crescentone del centro o il manto erboso del quartiere Barca (BarcArena) con vista suggestiva sul Santuario di San Luca.

Al termine di Sotto le stelle del cinema, dal 25 al 31 agosto torna anche il Cinema Ritrovato con la sua XXXIV edizione. Così come Sotto le stelle del cinema è partito in quarta con un ricco caleidoscopio di titoli immortali e imperdibili, dal “dirty” Ispettore Callaghan di Siegel alle Margheritine riot di  Věra Chytilová, passando per la Nico di Susanna Nicchiarelli al Buscetta di Bellocchio, anche il Ritrovato si espande e lo fa in un certo senso all’infinito, non solo nei cosiddetti luoghi del festival, che sono comunque più di una dozzina, bensì anche nella sua nuova versione streaming che coinvolgerà quindi, come già faceva sul campo, il pubblico di tutta Italia e di tutto il mondo, in totale sicurezza.

Basta e avanza come invito la continuità tra le 55 serate di Sotto le stelle del cinema e Ritrovato all’insegna del ricco cartellone dedicato ai centenari di Federico Fellini, Alberto Sordi ma anche Franca Valeri, che ci ha lasciato appena due giorni fa.

Come tutti gli anni, e questo vale tanto per il Cinema sotto le stelle quanto per l’imminente e atteso Ritrovato, arricchiscono non di poco la magia delle sale e delle arene le presentazioni dei film da parte di Gianluca Farinelli e dei suoi illustri ospiti. Abbiamo visto Lucarelli introdurre Eastwood, la stessa Nicchiarelli elogiare non a torto l’interpretazione di Trine Dyrholm e parlarci del suo prossimo film (Miss. Marx), ci siamo emozionati insieme a Beppe Caschetto mentre riceveva in dono il David per Il Traditore, che di statuette ne vinse ben 6, e abbiamo ascoltato anche Favino ringraziare Bologna seppur in remoto. Poi è stato come dovuto anche il momento di piangere, ci siamo fatti accompagnare dalla ‘stragedia’ di Nino Migliori nel ricordo delle vittime di Ustica e pochi giorni dopo era già il 2 agosto. Un’aria, quella del cinema più bello del mondo, come ogni anno gonfia di immagini e ricordi, quest’anno orfana dei numeri di spettatori cui è abituata ma comunque partecipatissima e piena.

Il cinema c’è, esiste e resiste. #cineresistenza

Scopri il programma completo del Festival!

10+1 Serie TV cancellate di cui avrei voluto il finale (e che forse vale comunque la pena recuperare)

Sono tante. Sono troppe?

Se si esclude il corrente rallentamento della produzione di film e serie TV dovuto all’emergenza in atto, da decenni a questa parte la filiera soprattutto televisiva (che televisiva non è) sembra in arrestabile. Allo stesso tempo è innegabile come ci siamo abituati, nel corso degli anni, a un fenomeno inversamente proporzionale: più alta è infatti la domanda, sempre meno palpabile sembra essere la qualità, sopratutto narrativa, dell’offerta. Ce lo insegna la stessa Hollywood: non tutte le ciambelle escono col buco e alcune soccombono semplicemente a quella che era, rimane e sarà sempre, anzitutto un’industria.

Se può sembrare esagerato parlare di qualità inferiore (per quanto la quality vision esiste e si vede) possiamo chiamarla mancanza di ingegno a favore di un costante impegno economico e produttivo. Lo abbiamo detto, l’interesse nel mondo della serialità televisiva contemporanea da parte degli investitori – e tra gli investitori includiamo il pubblico – è invariato se non addirittura aumentato. Ogni mese nascono nuove stagioni, titoli di cui non sapevamo di avere bisogno e personaggi creati addirittura su nostra misura (“guarda questo se hai guardato quello”).

Da sempre, e forse in crescendo, sono tante però anche le serie tv che non sopravvivono alla calca, non superano il debutto o vengono semplicemente stroncate sul nascere. Avremmo centinaia da inserire in elenco, ma ci limiteremo a elencare una selezione di dieci serie cancellate negli anni e di queste valuteremo se oggi varrebbe la pena recuperarne comunque il ricordo oppure no.

Avrete anche voi le vostre serie mancate, diteci se dobbiamo comunque dargli una chance!

Cominciamo?

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Focus on that. La quinta stagione di Better Call Saul abbatte definitivamente la quarta parete dello spin-off

Tensione, brividi e adrenalina. Better Call Saul non è mai stato così vicino alla serie madre e al tempo stesso così lontano.

Sono passate solo poche ore dalla conclusione della quinta stagione e mi rendo conto che non mi inchiodavo così di fronte a uno schermo nero dai tempi del mid season finale della quinta stagione di Breaking Bad.

Le chiacchiere stanno a zero: così tanta perfezione fa quasi male agli occhi. Reduce di un rewatch in corso, ho conferma che episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, regia e sceneggiatura sembrano potersi toccare con mano, gli attori migliorano a vista d’occhio come il buon vino e la firma autoriale scotta come la sabbia del deserto del New Mexico.

LEGGI ANCHE: GUILLERMO DEL TORO PREFERISCE BETTER CALL SAUL A BREAKING BAD

Mai si era messo in discussione che uno spin-off fosse anche solo qualitativamente equiparabile all’opera di partenza. Il dibattito è diventato vasto come la teologia e anche Netflix, sempre sul pezzo, pubblica una formula per dare ragione a tutti nella discussione BCS<BB o BCS>BB.

Il fatto che conosciamo il destino di metà cast è ormai un fattore irrisorio. Quello che vedevamo come un cerchio prossimo a chiudersi si è rivelato un loop temporale ben confezionato, destinato ad avvicinarsi e al tempo stesso allontanarsi dalla sua origine e ad affermare tutto il contrario di tutto, mettendo in discussione le certezze più profonde, come i flashforward in apertura di ciascuna stagione. All’inizio di Better Call Saul eravamo sicuri di conoscere il destino di Jimmy McGill, ora non più.

Tutto è nuovamente in gioco, Kim Wexler, protagonista assoluta di questa quinta stagione, adesso come adesso è poco più che un Gatto di Schrödinger, c’è ma non ci sarà, o forse ci sarà e non lo sappiamo. “Kim è la chiave!”, esclamava l’anno scorso Aronofsky in commento alla quarta stagione. Come dargli torto?

Da mosca a formica è un attimo. La spasmodica cura per i dettagli nelle serie targate Gilligan e Gould non smette di stupire.

Personaggi prima inesistenti hanno conquistato il nostro cuore. Lalo Salamanca, il villan delle ultime due stagioni, oggi fa del cugino Tuco poco più che uno psicopatico da quattro soldi – e questo non fa comunque di Lalo una persona sana; Nacho da tre stagioni a questa parte si è guadagnato insieme a Kim un posto tra i personaggi cui non intendiamo rinunciare e per i quali tremiamo di terrore ad ogni episodio; Chuck risulta ancora più ingombrante adesso rispetto a quando era in vita, grazie al personaggio di Howard, veicolo dei fantasmi del passato di Jimmy.

Da quando è cominciato, Better Call Saul è stato un teatro dei doppi, registicamente e narrativamente parlando. L’ombra di Scivolone Jimmy si estende dal protagonista a tutto ciò che lo circonda in un continuo confronto etico e morale con gli altri personaggi, dal fratello Chuck al rivale Howard nelle prime stagioni, dalla donna che ama ai criminali del Cartello messicano nelle ultime. Emblematico il dipinto affisso alla parete nel primo ufficio di Jimmy alla Davis & Main, ma anche l’insistenza in scena di contrasti, riflessi e sdoppiamenti.

Poco importa che tra la quarta e quinta stagione Saul Goodman sia finalmente tra noi. Ai nostri occhi lui ormai è Jimmy, ha un passato, un presente e un futuro – non più così definito. Poco importa perfino di rivedere Hank (e questo è tutto un dire, ovviamente) al punto che saremmo quasi infastiditi da un cameo di Walter White, perché questa non è la sua storia.

Better Call Saul si colloca infine al confine tra uno spinoff e il capitolo di un’antologia, e al di là di alcuni personaggi l’unico legame con la serie madre resta la mano autoriale, la caratterizzazione a trecentossessanta gradi dei protagonisti, la maniacale cura per i dettagli (da mosca a formica è un attimo) e il ritmo aperto della narrazione. In questo Better Call Saul non è troppo differente da una stagione di True Detective.

Resta un mistero come possa esistere un gioiello come la serie oggetto di questa recensione e un discutibile film come El Camino. Un confronto tra i due, che qualora interessasse non escludo di fare, dimostrerebbe ulteriormente la differenza tra uno spin-off fine a se stesso, volto come la maggior parte degli adattamenti a piegare su se stesso un universo narrativo di cui spesso e volentieri si è già detto a sufficienza, e Better Call Saul.

CINERESISTENZA – Un bel film migliora la vita, anche in tempi di pandemia. 10 film da guardare per non smettere di sognare… e resistere.

Come forse è trapelato da un mio recente articolo, nei mesi scorsi ho recuperato un saggio del maestro Gian Piero Brunetta intitolato Il ruggito del leone. Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini. Il ruggito del leone è quello della MGM e il testo di Brunetta è uno sguardo sull’Italia ai tempi del regime, e di come la sala buia del cinematografo abbia rappresentato per gli italiani dell’epoca un fiorente mezzo di evasione dalle regole dittatoriali imposte dal fascismo.

Per motivi fortunatamente diversi e contrari (oggi non è un regime a tenerci in casa, ma un paese unito che intende superare insieme la difficoltà del momento) oggi come nel 1938 la fabbrica dei sogni si è momentaneamente interrotta e non ci resta che guardarci in faccia, restare lucidi e farci coraggio a vicenda. Cinema, teatri e musei sono off-limit, la gente è invitata a stare in casa e sui viali della mia città, che attraverso per andare a lavoro, la fauna ha cominciato a ripopolarsi in assenza dell’uomo (sembra un reboot di qualche film brutto tratto da bei romanzi, ma tant’è).

Dobbiamo resistere, e già un paio di volte nella storia abbiamo dimostrato che in questo possiamo essere parecchio bravi. Per questo motivo, come in tanti hanno già fatto, ho pensato di lanciare un’iniziativa per non smettere di cine filare pur restando segregati in casa.

Non sapendo quanto durerà il periodo di emergenza ne proporrò intanto una decina, come dieci sono i protagonisti del Decamerone di Boccaccio tanto abusato in questi giorni, e altrettanti vi invito a proporne in commento alla mia top10.

Augurandoci che tutto andrà per il meglio e che supereremo questo momento, il risultato della #cineresistenza dovrebbe essere una rete palinsestuale che ci terrà compagnia per molto più tempo di quello richiesto dall’emergenza in corso.

Vado quindi a elencare 10 film tra i tanti che hanno migliorato non solo la mia giornata, ma anche la mia vita.

Tutte le sinossi del film, meno l’ultimo, sono tratte da Il Morandini.

Cominciamo?

Uno per non piangere (ma un po’ piangi lo stesso)…

1. L’Appartamento (The Apartment, USA, Billy Wilder, 1960)

Baxter (Jack Lemmon), impiegato in una grande società di assicurazioni, fa carriera prestando il suo appartamento ai superiori in fregola di avventure extraconiugali. Ci va anche la ragazza dei suoi sogni (Shirley MacLaine).

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