Il mio calendario dell’avvento. 24 film da guardare aspettando il Natale.

Nessuna festa, si sa, è più attesa di quella natalizia. Le città si accendono di luci, agli angoli delle strade si vendono dolciumi e caldarroste e la musica a tema sembra essere ovunque, anche quando non c’è.

Nemmeno il tempo di smantellare le decorazioni di halloween (sì, il mio Halloween dura più a lungo) che nella mia lista di film di Natale si contano già trentanove titoli, dai film che non abbiamo mai visto a quelli che vorremmo rivedere, dagli intramontabili classici a quei titoli inguardabili su carta, ma che sai ti nutriranno del giusto zucchero, gioia e stucchevolezza di cui hai bisogno.

In vista dell’inizio di dicembre ho allora pensato di proporre una selezione di film estrapolati dalla mia lista per andare a comporre un vero e proprio calendario dell’avvento, 24 film per affrontare i ventiquattro giorni che ci separano dal Natale ed entrare così nel giusto mood per superare le feste. Non si tratta di una classifica, pertanto i titoli dei film non saranno proposti in ordine di qualità o preferenza. Alcuni saranno talmente famosi da non necessitare d’altro, se non una spolverata di sinossi (ufficiali e non, per lo più prese dalla rete). Per altri, andremo a vedere quali, dirò qualche parola in più.

Pocketful of miracles (Frank Capra, 1961)


Avuta la notizia che la figlia Louise sta per arrivare dalla Spagna assieme al suo promesso sposo, una mendicante di New York, che le ha sempre taciuto la verità sulle sue condizioni, viene aiutata da una banda di gangster a ricevere i due giovani come si conviene. Il capobanda Dave organizzerà un favoloso party durante il quale la vecchia Annie si presenterà come una facoltosa dama dell’alta società. Dopo la partenza dei promessi sposi, Annie tornerà a mendicare mentre Dave deciderà di cambiar vita.

The Christmas Chronicles (Clay Kaytis, Chris Columbus, 2018)

È la vigilia di Natale e Kate e Teddy sono costretti a trascorrerla da soli: il papà non c’è più e la mamma deve lavorare anche di sera. Decisa a sorprendere Babbo Natale, della cui esistenza si dice sicura, Kate convince il fratello ad assisterla nella costruzione di una trappola che le permetterà di coglierlo sul fatto. Ma quando in effetti Babbo Natale si manifesta, parcheggiandosi sul tetto di casa loro, i ragazzi non resistono alla tentazione di entrare nella sua slitta. In un attimo accade il disastro: le renne si imbizzarriscono, il mezzo parte a gran velocità e i regali precipitano nel vuoto. L’unico modo per salvare la notte più amata dell’anno è passare all’azione: e Babbo Natale non è tipo da tirarsi indietro.

Chiamatemi nostalgico. Possiamo dirlo con una certa scientificità ormai, se c’è una cosa in cui la piattaforma di produzione e distribuzione in streaming più famosa al mondo non eccelle, è sicuramente nella realizzazione di film originali a tema natalizio. Da un anno a questa parte Netflix ha infatti deciso di deliziarci con film natalizi che fanno rimpiangere i bei tempi dei sabati pomeriggio su Mediaset. A partire da A Christmas Prince, in ritardo di una dozzina d’anni rispetto a The Prince and Me e seguito quest’anno dal sequel A Christmas Prince: The Royal Wedding, la carrellata di zucchero industriale continua con The Princess Switch e quello che sembrava il promettente The Holiday Calendar con protagonista l’attrice televisiva Kat Graham.

Qualcuno salvi il Natale! verrebbe da esclamare dopo avere concesso loro l’ennesima possibilità di riscatto. E quando meno te lo aspetti, il salvataggio arriva davvero, ma dal passato…

The Christmas Chronicles porta infatti un vento tutt’altro che nuovo, bensì dei più nostalgici. Di operazione nostalgia d’altronde uno come Chris Columbus ne sa qualcosa, essendo tra gli autori cinematografici di punta a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, a giorni alterni produttore, regista e sceneggiatore di gioiellini per ragazzi come The Goonies, Gremlins, Mrs Doubtfire, Home Alone, Bicentennial Man e i primi due capitoli della saga Harry Potter. Con Columbus produttore, la buona riuscita di The Christmas Chronicles è certo da attribuire a Clay Kaitys e Matt Liberman, rispettivamente regista e sceneggiatore, ma l’intento resta evidentemente quello di rievocare un cinema e una televisione natalizia non appartenente a questo millennio. Gli ingredienti ci sono tutti, il Natale in crisi e due giovani protagonisti destinati a vivere una grande avventura al fianco di un Babbo Natale non poi così convenzionale, merito  di un Kurt Russel scoppiettante e della sua declinazione sexy rock del re delle feste. 

Miracle on 34th Street (George Seaton, 1947)

Un vecchio, in occasione delle feste, viene assunto da un grande magazzino come Babbo Natale. I modi affabili dell’uomo e le sue premure disinteressate verso i piccoli lo fanno diventare il loro idolo. Un suo avversario, però, riesce a farlo passare per pazzo, ma una vedova e un avvocato prendono a cuore il suo caso e al processo riescono a farlo assolvere.

Miracle on 34th Street (Les Mayfield, 1994)

Dorey Walker è una giovane donna abbandonata alcuni anni prima dal marito. Ha un figlia di otto anni ed è direttrice dei servizi speciali di un grande magazzino di New York. In occasione del Natale sostituisce l’uomo, un ubriacone, che interpreta il ruolo di Babbo Natale per promuovere le vendite del grande negozio. Il prescelto è un vecchio signore, Kriss Kringle, che prende molto sul serio il suo ruolo. È convinto infatti di essere il vero Babbo Natale.

Scrooged (Richard Donner, 1988)

A volte gustosa, non di rado appesantita dalla faticosità di certe invenzioni, rielaborazione del classico Racconto di Natale di Dickens. Al posto del fatidico avaraccio vittoriano (che ispirò anche lo zio Paperone di Disney) c’è il dirigente di un network televisivo che ha sacrificato tutto alla carriera (ha allontanato anche il fratello e la dolce fidanzata). Un prodigio natalizio (anzi una serie di incontri con petulanti fantasmi) lo indurrà a cambiar vita.

Dr. Seuss’ How the Grinch Stole Christmas (Ron Howard, 2000)

Nel paese di Chinonso ci si prepara da sempre al Natale. Tutti sono indaffarati a comprare e spedire regali e solo in questo sembra risiedere il senso del Natale. La piccola Cindy Lou ha però il dubbio che questo non basti. Cerca allora di cambiare le cose convincendo il potente e viscido sindaco ad invitare alla festa il Grinch, un essere verde e peloso che vive con gli oggetti prelevati dalla discarica sulla cima del monte Bricioloso. Il Grinch, seppur riluttante accetta l’invito, ma durante la preparazione dei festeggiamenti riemergono le frustrazioni che aveva dovuto subire da piccolo. Decide allora di vendicarsi rubando tutti i doni, alberi di Natale compresi. Sarà l’occasione per riflettere sul vero significato della festa

How the Grinch Stole Christmas! (Chuck Jones, 1966)

Uno speciale televisivo d’animazione, basato sui libri omonimi bambini di Dr. Seuss, è uno dei pochissimi speciali di Natale televisivi a essere trasmesso regolarmente a distanza di più di cinquant’anni dalla prima messa in onda. Jones e Geisel, gli autori del mediometraggio animato, collaboravano per una serie di vignette di formazione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Home Alone (Chris Columbus, John Hughes, 1990)

Diretto dallo sceneggiatore di The Goonies e Gremlins, il film ha rubacchiato l’idea dal francese Un minuto a mezzanotte (1989). Due famiglie decidono di andare in vacanza in Francia, così i componenti se ne partono allegri, pimpanti e un po’ nervosi. La madre di Kevin però ha rinchiuso il bambino in soffitta, in castigo. Così nella fretta Kevin viene dimenticato a casa. All’inizio si diverte un mondo ma poi comincia a preoccuparsi, soprattutto quando giungeranno a fargli visita due ladri alquanto maldestri che sistemerà in tempo per Natale.

It’s a Wonderful Life (Frank Capra, 1946)

È la viglia di Natale e George Bailey è solo, su un ponte, con cattive intenzioni. Lui che ha rinunciato a tutto pur di mandare avanti l’attività del padre, morto prematuramente, ora si trova di fronte allo spettro del fallimento. Sarebbe stato meglio non esser mai nati, pensa lui. A quel punto scende giù dal cielo un angelo a mostrargli cosa sarebbe successo se lui non fosse mai nato.The War of Roses (Danny de Vito, 1989

The War of the Roses (Danny de Vito, 1989)

Una coppia di yuppie divorzia. Separati in casa? La battaglia per la spartizione dell’appartamento è all’ultimo sangue. Commedia nerissima e crudele. Benché faccia molto ridere, è maledettamente seria nel raccontare che cosa succede quando l’odio coniugale si trasferisce sul piano del possesso e della difesa del territorio. Danny de Vito attore e regista di un film di Natale non proprio convenzionale.

La fine di una storia, quella di un’epoca. A una prima occhiata, The War of the Roses non può essere un film di Natale. Gli manca tutto ciò che un film di Natale non può non avere, elogio all’amore, alla famiglia e ai valori positivi dello stare insieme. The War of Roses è un ricco lampadario che si infrange al suolo, il disvelo di una società medio-borghese che non è più la stessa e che deve fare i conti con la realtà dei fatti.  Il film di Danny de Vito con protagonisti Michael Duglas e Kathleen Turner è sovversivo, irruente e crudele, ma dice tutto ciò che un intero decennio ormai al tramonto, quello degli Eighties, non ha avuto il coraggio di dire e ha anzi mascherato in favore di un conservatorismo radicale dei valori economici e sociali di cui gli anni Cinquanta erano indorati fino al midollo. 

In altre parole, The War of Roses “celebra il funerale di qualunque ruolo – uomo e donna, marito e moglie, manager e casalinga – e della casa come proprietà indivisibile e incorruttibile, e che polverizza il matrimonio come valore archetipico, ridicolizzando perfino il conflitto armato come strumento ineluttabile per la salvaguardia dell’integrità sociale” (Bocchi, Idee e idelogie del cinema americano anni ’80). Particolare non trascurabile, il film di De Vito è comunque un blockbuster, non ha alcuna pretesa autoriale ed è dedicato proprio all’ampio pubblico delle famiglie che sotto le feste andava al cinema (il tempo passato è voluto). Le prime feste dopo il governo Reagan e all’alba di una nuova epoca con alla casa bianca George H.W Bush. Significativa infine la partecipazione di un giovane Sean Austin, cresciuto rispetto a The Goonies, emblema di un cinema che non c’è più.

The Snowman (Raymond Briggs, 1982)

Nasce nel 1978 in forma di libro illustrato senza parole. Un giorno d’inverno, un bambino costruisce un pupazzo di neve che allo scoccare della mezzanotte prende vita. Il bambino e il pupazzo di neve giocano insieme stando attenti  non svegliare i suoi genitori, poi fanno visita al mondo dei pupazzi di neve dove il bambino conoscerà il Re delle feste in persone. Ma il tempo dei giochi sta per finire e il pupazzo di neve deve portare a casa il Bambino prima che sorga sole…

My Fair Lady (George Cukor, 1964)

Un noto glottologo londinese, il professor Higgins, scommette con un suo amico e collega, il colonnello Pickering, che riuscirà a trasformare la sgraziata e cenciosa fioraia Eliza in una raffinata dama degna d’essere presentata all’annuale ballo dell’ambasciata.

La rana in Spagna gracida in campagna. Non giriamoci attorno, My Fair Lady non è un film di Natale. Ciononostante, se dev’essere il mio calendario dell’avvento non poteva mancare il film che a casa mettiamo su ogni anno mentre decoriamo l’albero. Un musical in piena regola che fa ridere e commuovere come è giusto che sia. Audrey Hepburn che grida “move your bloomin’ arse!” poi non ha prezzo.

White Christmas (Michael Curtiz, 1954)

Due reduci di guerra, che hanno sfondato come artisti di varietà, capitano in un albergo di montagna tirato avanti alla meno peggio dal loro ex generale. I due si danno da fare, organizzano uno spettacolo, rilanciando in grande stile la locanda, guadagnandosi, oltre alla gratitudine del loro ex comandante, anche l’affetto di due belle ragazze.

Let it snow, let it snow, let it snow… Non posso non aggiungere come questo film per me abbia una valenza molto personale. Come nelle migliori storie su schermo, la prima volta che vidi questo film  cominciò a nevicare davvero, proprio durante i titoli di coda. Ne consiglio pertanto la visione ogni volta si necessiti di un po’ di magia natalizia, che non sempre funziona ma crederci fa bene.

The Holiday (Nancy Meyers, 2006)

Amanda vive a Los Angeles dove è il capo di una società che realizza trailer cinematografici. La sua vita professionale va a gonfie vele mentre la sfera privata è un disastro per via della sua tendenza a voler avere ad ogni costo il controllo sulle sue emozioni. Dall’altra parte dell’Oceano c’è Iris, una giornalista inglese di cronaca rosa che si innamora sempre delle persone sbagliate finendo per essere vittima dell’amore a causa della sua natura romantica. L’ennesima delusione sentimentale spingerà le due donne, così diverse fra loro, a sentire la necessità di un cambiamento netto. Grazie a un annuncio online decidono di scambiarsi l’abitazione per le vacanze, e a 6000 miglia di distanza da casa riusciranno finalmente a riappropriarsi della propria vita.

The Shop Around the Corner (Ernst Lubitsch, 1940)

Alfred Kralik lavora come commesso nel negozio di regali ‘Matuschek’s’, il ‘negozio dietro l’angolo’ che dà il titolo al film, ed è innamoratissimo di una ragazza che non ha mai conosciuto di persona, ma con la quale scambia una fittissima corrispondenza epistolare. Da ‘Matuschek’s’ lavora anche come commessa Klana Novak e i due non si sopportano… ma non sanno che tra loro l’amore è già sbocciato per lettera: Klana infatti è proprio la ragazza che Alfred non ha mai conosciuto e per la quale ha perso la testa.

Little Lord Fauntleroy (Jack Gold, 1980)

Ennesima versione del classico per ragazzi di Francesca Burnett, si distingue dalle precedenti grazie all’interpretazione di Guinness e del piccolo Ricky Schroeder. La storia è sempre quella: un vecchio Lord designa come suo erede il nipotino figlio del matrimonio fra il suo primogenito (ora defunto) e una donna americana. Va tutto bene (il vecchio e il bambino si adorano) quando spunta un altro piccolo pretendente (nato da un’avventura del primogenito). Ma è una truffa. Come scoprirà, grazie a un caso fortuito, il vecchio aristocratico.

Trading Places (John Landis, 1983)

Due fratelli avari finanzieri di Filadelfia, per dimostrare che è l’ambiente a fare l’uomo e non viceversa, mettono al posto di un giovane manager un mariuolo nero. Questi si abitua subito alla ricchezza e ha grande successo come uomo d’affari, mentre l’altro si degrada sempre più nei bassifondi. I fratelli hanno vinto. Ma i due giovani, accortisi di essere stati usati, si vendicheranno alla grande.

Love Actually (Richard Curtis, 2003)

Pochi giorni a Natale in una Londra dove l’amore è dappertutto. Dieci storie di ogni risma si intrecciano a formarne una sola: Hugh Grant è il nuovo Premier appena insediatosi e si innamora di una ragazza del suo staff; sua sorella (Emma Thompson) è convinta di essere tradita dal marito (Alan Rickman).

Love must go on. Il merito di film come Love Actually è certo quello di avere saputo leggere i tempi e le persone. Se nel 2018 The Christmas Chronicles è un forte segnale d’allarme, il bisogno di guardarsi indietro, a inizio anni 2000 c’erano alcuni film, soprattutto statunitensi, che avevano assorbito le paure e la confusione di un popolo di fronte all’improvvisa consapevolezza dell’ignoto e del terrore,  e si presero carico di un messaggio di positività e coraggio che le istituzioni, ancora una volta, non erano state capaci di trasmettere. In questa importante mission svolsero un ruolo chiave anche i nuovi film di Natale, che non potevano certo dire alle famiglie che tutto andava bene solo con un po’ di musica, luci e balocchi. Ci voleva un fattore molto più potente che sconfiggesse l’odio e riunisse le persone, qualcosa che aiutasse ad andare avanti e essere più felici.

“Quando sono state colpite le Torri Gemelle” dice il V.O all’inizio di Love Actually. “per quanto ne so nessuna delle persone che stavano per morire ha telefonato per parlare di odio o vendetta, erano tutti messaggi d’amore”.

“Le statistiche dicono che per una venticinquenne oggi è più facile cadere vittima di un terrorista che trovare marito” ricorda il personaggio di Cameron Diaz agli amici in The Holiday, per spiegare loro che ha bisogno di una vacanza. 

Al Natale comandato, folletti e magia i film natalizi statunitensi di inizio Duemila scelgono che il messaggio da veicolare debba essere più sincero, consapevole e perché no, anche critico. 

Harry Potter and the Philosopher’s Stone (Chris Columbus, 2001)

Harry Potter vive con gli zii e il cuginetto sin dalla più tenera età dopo la morte dei suoi genitori. Sta ormai per compiere undici anni quando scopre di essere un mago e comincia a ricevere lettere, regolarmente sequestrate, portate da gufi. Dovrà giungere il gigantesco Hagrid a recapitargliene personalmente una perché possa apprendere di essere stato ammesso a frequentare la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Gli zii a questo punto non possono far più nulla e Harry raggiunge la Scuola dove apprende che il suo nome è già noto e dove scoprirà di avere naturali doti magiche.

Mickey’s Christmas Carol (Burny Mattinson, 1983)

Durante la notte della vigilia di Natale Scrooge/Paperon de Paperoni riceve la strana visita del fantasma del suo vecchio socio che lo ammonisce sul triste destino riservato agli avari senza scrupoli come lui, lasciando poi la scena ai tre spiriti del Natale che gli faranno vedere al vecchio papero passato, presente e un terribile futuro… 

Un canto eterno. Non poteva mancare in questa lista un classico dell’animazione natalizia come il Canto di Natale di Topolino. Il Canto di Natale, vedi più in alto Scrooged, è forse il racconto più adattato per il cinema e la televisione. Approfitto di questa parentesi per suggerire di vedere in alternativa o in aggiunta l’omonima trasposizione televisiva del 2004 diretta da Arthur Allan Seidelman, o il film animato del 2009 diretto da Robert Zemeckis con Jim Carrey nei panni di Scrooge, e infine il più leggero e discutibile Ghosts of Girlfriends Past con Matthew McConaughey e Jennifer Garner.

The Santa Clause (John Pasquin, 1994)

Come parlare di coppie in crisi e di figli contesi in un clima natalizio? Esiste Babbo Natale? La Disney costruisce un film in equilibrio instabile tra il suo cinema “classico” e la strizzatina d’occhio al pubblico adolescenziale allevato a telefilm. Gli ingredienti non si amalgamano e ne esce un impasto non lievitato tra fiabesco e reale.

Il Natale ai tempi del divorzio. Altro film della mia infanzia, come molti invecchiato male e al tempo stesso un must have per gli amanti del genere. Si contraddistingue, certo sulla falsa riga di film come Mrs Doubtfire, per l’affrontare temi come il divorzio e la separazione in maniera realistica e dura, in questo caso con un immancabile pizzico di magia che non guasta mai, o quasi. Un vero e proprio contraltare del film che propongo di seguito, dove Schwarzenegger è un superpapà disposto a fare di tutto per non rinunciare alla propria famiglia.

Jingle all the Way (Brian Levant, 1996)

Arnold Shwarzenegger nella parte di un papà troppo impegnato che dimentica di fare il regalo di Natale al figlio. Dovrà impegnarsi duramente per rimediare.

Gremlins (Joe Dante, 1984)

Rand Peltzer, inventore, ha trovato un regalo natalizio perfetto per suo figlio Bill: un piccolo mogwai tenero e buffo. Per allevarlo basta rispettare tre regole: non esporlo alla luce del sole, non dargli del cibo dopo la mezzanotte e non dargli mai dell’acqua. Sarà sufficiente che il piccolo Pete infranga inavvertitamente una delle regole perché inizi la trasformazione da docili cuccioli a temibili gremlins.

Edward Scissorhands (Tim Burton, 1990)

Un giorno, una rappresentante va a proporre i propri prodotti cosmetici allo strano inquilino di un maniero in stile gotico. Conosce così Edward, creatura di un inventore (Vincent Price) che dopo la morte di quest’ultimo è rimasta in balia della solitudine. Il ragazzo al posto delle mani ha delle enormi forbici. 

2 risposte a "Il mio calendario dell’avvento. 24 film da guardare aspettando il Natale."

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