(Don’t) Look Away, la recensione dell’ultima stagione di A Series of Unfortunate Events

Genere:  Avventura

Prodotto da: Netflix, 2017 – 2019

Scritto e diretto da: Mark Hudis

Interpretato da: Neil Patrick Harris, Patrick Warburton, Malina Weissman, Louis Haynes

Noi lo abbiamo fatto, abbiamo ignorato gli avvertimenti della sigla di A Series of Unfortunate Events, adattamento seriale dell’omonima saga letteraria ad opera di Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler, che ha scritto anche molti episodi della serie tra cui il pilot) e abbiamo divorato ognuna delle tre stagioni in pochi giorni dai rispettivi lanci.

Netflix colpisce ancora, e lo fa in anni dove cominciano a scottare i primi ritorni di fiamma, dalle cancellazioni di ormai tutte le serie Marvel (a eccezione della seconda stagione di The Punisher, che uscirà il 18 gennaio) ai flop, che poi veri flop non sono mai, di serie originali al di sotto delle aspettative degli abbonati, dieta di un catalogo che al pubblico sta sempre più largo, concorrenti sempre più astuti, e così via.

Un po’ di autobiografia. Sono incappato per la prima volta in A Series of Unfortunate Events una quindicina d’anni fa grazie all’omonimo film diretto da Brad Silberling e con protagonisti Jim Carrey, Jude Law, Meryl Streep, Timothy Spall e ed Emily Browning (la Laura Moon di American Gods). All’epoca lo trovai particolare, fin troppo. La mia impressione e la mia esperienza furono limiate, oggi lo so, dall’incompletezza dell’opera. Il film del 2004 contiene infatti i primi tre libri e li mescola tra loro, creando di fatto un pastiche che, per quanto curioso e affascinante, rimane solo una punta smussata dell’iceberg che è in realtà l’universo di Lemony Snicket, un mondo fiabesco, tetro e a tratti (qui lo scrivo qui lo nego) un po’ steampunk.

Come accade solo nel migliore dei casi, e sono assai pochi, l’adattamento seriale ha contribuito a gettare nuova luce sull’opera letteraria, adattandola a dir poco alla perfezione anche grazie al formato scelto. Tre stagioni per tredici libri, una medie di quattro libri per stagione, un paio di episodi a libro, una sfrenata avventura attraverso luoghi improbabili e incontri con personaggi ancora più incredibili, situazioni al limite del surreale ma sempre coi piedi ancorati per terra per quanto concerne la morale di fondo della storia.

Per dirla alla Lemony Snicket, al quale piace dare definizioni, per morale intendiamo spesso l’agire, il comportamento umano, considerati in rapporto all’idea che si ha del bene e del male o, come nel nostro caso, l’insegnamento che deriva da una favola, da una parabola o da un evento che si racconti. E il primo baluardo di questa morale, laddove per baluardo intendiamo difesa, riparo, protezione anche in senso figurato, è proprio la conoscenza, letteraria e non, e la difesa e la diffusione del significato che si cela dietro ciò che si dice e ciò che si ascolta. Non è un caso che in ogni luogo visitato, loro malgrado, da Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, si nasconde sempre una biblioteca, e che spesso l’aiuto fornito ai protagonisti, quando non tocca ai Volontari, viene proprio dai custodi di questi templi apparentemente perduti (pensiamo al Giudice Strauss, ma anche alla povera Olivia Caliban e al compianto Dewey, quest’ultimo, tra le altre cose, ispirato all’inventore dell’omonimo metodo archivistico).

A library is like an island in the middle of a vast sea of ignorance, particularly if the library is very tall and the surrounding area has been flooded.

– Lemony Snicket

Non di rado gli orfani Baudelaire si ritrovano a correggere gli strafalcioni grammaticali del Conte Olaf, ed è a dir poco esilarante vedere lo stesso villain correggersi a vicenda coi suoi tirapiedi, dando di volta in volta spazio a gag divertenti ma anche sconcertanti, grottesche ed efficaci nel loro intento di fare dell’ignoranza un mostro malevolo.

D’altra parte non è affatto raro che le biblioteche di A Series of Unfortunate Events, così come il loro custode di turno, vengano distrutte. Tutt’altro che casuale è anche la preponderanza del fuoco come elemento distruttore che, sulla falsa riga di un Fahrenheit 451 brucia tutto ciò che rappresenterebbe la salvezza per i tre fratelli e tutto quello che è in difesa della conoscenza.

Man mano che le stagioni passano per i protagonisti non sembra esserci fine al peggio. Sigla e narratore non fanno che ricordarcelo ad ogni episodio, non esiste un happy ending per i poveri Baudelaire, e la promessa, in fondo, viene mantenuta. Sta a ciascun spettatore determinare se ai suoi occhi si tratta o meno di un lieto fine o meno. La realtà dei fatti è che il finale di A Series of Unfortunate Events è un finale aperto e non poteva essere altrimenti.

Completa il menu la ricchezza di interpreti per lo più estrapolati dal mondo della commedia, dal pro(anta)gonista assoluto Neil Patrick Harris (Dr Horrible, How I Met Your Mother) a Joan Cusack (Runaway Bride, School of Rock), da Nathan Fillon (Firefly, Dr Horrible, Castle) a K. Todd Freeman (Mr Trick di Buffy – The Vampire Slayer!), passando per Max Greenfield (New Girl), e lo stesso Patrick Warbourton, che con la sua voce profonda e lo sguardo penetrante ci accompagna in questa serie di sfortunati eventi.

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