Once Upon a Time… In Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino rivela il contenuto della valigetta di Marsellus Wallace

Regia: Quentin Tarantino

Sceneggiatura: Quentin Tarantino

Produzione: HeyDay Films

Cos’era contenuto nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction? Lo ha anticipato durante la proiezione estiva del film Cecilia Cenciarelli, direttrice del Festival del Cinema Ritrovato 2019 insieme a Gian Luca Farinelli, Ehsan Khoshbakht, Mariann Lewinsky, lo conferma la nona pellicola di Quentin Tarantino Once Upon a Time… in Hollywood.

Come avrebbe detto un Tarantino agli albori nell’intervista su Reservoir Dogs, il concept di base del nuovo film è molto semplice e rispolvera, tra le tante, una figura che ha sempre affascinato l’autore.

in Hollywood, anybody fool enough to throw himself down a flight of stairs can usually find somebody to pay him for it.

Stuntman Mike, Grindhouse – Death Proof

La figura è quindi quella, trascurata per definizione dai riflettori, dello stuntman. Di fatto e su carta Once Upon a Time… In Hollywood è quindi la storia di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore televisivo sul baratro del fallimento, e dell’amicizia con la sua fidata controfigura Cliff Booth (Brad Pitt), trascinato nel baratro dell’insuccesso della celebrità, sospettato uxoricida ma buon amico.

Un primo monito: diffidate dai commenti in rete di chi dice che assisterete/avete assistito all’opera meno tarantiniana di Quentin Tarantino. Dalla semisoggettiva in auto con cui vengono presentati i due protagonisti (il primissimo piano sul cartellone nel parcheggio che, seguendo la retromarcia dell’auto, presto rivela la nuca di Rick e Cliff) alla sequenza in cui Cliff attraversa l’angusto corridoio della casa di George Spahn (Bruce Dern, qui in sostituzione del collega Burt Reynolds che venne a mancare poco prima delle riprese) accompagnato dalle note del film che Lynette “Squeaky” Fromme (Dakota Fanning) sta guardando in soggiorno, passando per i dettagli voyeristici che accompagnano le descrizione della maratona privata di Shwarz (Al Pacino) e per una selezione musicale che, da Reservoir Dogs a oggi, eccezione fatta per la colonna sonora autoriale di The Eightful Eight, ha sempre distinto la cinematografia di Tarantino, c’è più dell’autore in questo film che in tutte le sue opere degli ultimi cinque anni, da Django a oggi.

Oltre ai già citati, ritroviamo infatti in Once Upon a Time… In Hollywood molti altri motivi conduttori dell’autore fin troppo prevedibili, tra cui l’ossessione per determinate inquadrature (i piedi di Margot Robbie!), cameo diretti e indiretti di muse canoniche del parnaso tarantiniano (Michael Madsen, Kurt Russel, gli stessi Pitt e Di Caprio, Bruce Dern, Tim Roth, seppur la scena che lo coinvolge non sia stata inclusa nella versione definitiva del film, e addirittura Maya Thurman-Hawk, figlia d’arte resa celebre dal suo personaggio nella terza stagione di Stranger Things) ma soprattutto lui, la materia di cui è fatto Tarantino stesso, il nettare di cui si è nutrito da quando era la maschera del cinema a luci rosse di Torrance Pussycat (a chi ha visto il OUaTIn Hollywood dice qualcosa questo nome?) e poi in veste di commesso nella videoteca a noleggio di Manhattan Beach.

Non parliamo nemmeno di cinema, bensì della potenza del cinema, del cinema che può salvare vite così come può interromperle, le tocca e le cambia per sempre. Un buon film, si sa, può migliorare ben più di una semplice giornata.

Abbiamo visto la forza distruttrice del cinema in Inglorious Basterds, la storia riscritta dalle fiamme primordiali della celluloide, ma non manca di rimarcarlo Tarantino in ogni suo esercizio di stile, in ogni riferimento iconografico e in ogni citazione che esce dalla bocca dei protagonisti dei suoi film. Una forza devastante e rigeneratrice che in Once Upon a Time… in Hollywood non solo raggiunge il suo apice, bensì prova a espandersi a un altro interesse dell’autore che a suo dire potrebbe trovare maggiore spazio nella sua carriera una volta concluso il decimo, e presumibilmente ultimo, film. Parliamo del mondo della televisione in cui Tarantino ha già avuto l’onore di lavorare per sporadiche incursioni e che nella sua nuova fatica ha un ruolo preponderante. Il rapporto tra cinema e televisione, oggi più importante e articolato che mai, affonda non a caso le radici nelle origini del piccolo schermo stesso. Negli anni in cui sono ambientate le (dis)avventure di Dalton e Cliff, dunque, il rapporto tra i due medium era gerarchicamente ben definito da almeno un ventennio e il passaggio da uno all’altro mezzo non era reciproco e incentivato come siamo abituati oggi. Così come Rick Dalton fatica dunque a sfondare nel mondo del cinema e lasciarsi dietro il fantasma del personaggio che lo ha reso celebre nei salotti delle famiglie americane, allo stesso modo Tarantino ha l’occasione di inserire tutte le strizzate d’occhio alla serailità televisiva simbolo di quegli anni (di cui, tra le altre cose, Bruce Dern fu importante protagonista).

Ancora una volta in un film di Tarantino il fuoco è l’elemento distruttore con cui la storia viene riscritta da capo. E se il cinema non sempre può cambiare le cose, per l’autore la sua energia mistica e inarrestabile può perlomeno ambire a influenzare un cambiamento. La pellicola viene dunque riavvolta, i cancelli di un sogno si aprono, un’amicizia viene consolidata e la fiaba è stata raccontata. Once Upon a Timein Hollywood ha tradito l’illusione a partire dal titolo e l’inganno a cominciare dalla scelta dei due protagonisti (uno il falso dell’altro), costringendo coloro che escono di sala con l’amaro in bocca a non biasimare nessuno se non le proprie aspettative.

Ma dove viene contenuta tutta questa energia? Interi magazzini non sono bastati a trarre in salvo un patrimonio cinematografico delle cui origini, oggi, sopravvive soltanto il 20%. Quale spazio può preservare l’immortalità e contenere una simile potenza?

Secondo Tarantino, questa la lettura di Cecilia Cenciarelli e anche la nostra, bastò una semplice valigetta. Non è infatti da matti supporre, a venticinque anni di distanza dall’uscita di Pulp Fiction, che nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction, alla fine dei conti non fosse contenuto che questo: la storia del cinema.

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