Aspettando Halloween – The Haunting of Hill House, tutto il resto è confetti.

I’m at home. Se avete amato serie alla AHS Murder House o capolavori come The Shining, forse abbiamo quello che cercate.

Su qualsiasi medium le si decida di trattare, le haunted houses hanno ormai acquistato un valore archetipico per il genere horror: il grande schermo ha fatto del tema un filone di rivisitazioni, negli Stati Uniti il dark tourist si ciba di pane e gite degli orrori, la televisione ne ha partorito negli anni contenitori pomeridiani, ma è soprattutto la letteratura che vanta il ruolo di pioniere del sottogenere.

Tra i romanzi e i racconti più celebri, insieme al sempre terrorizzante The Fall of the House of Usher, si posiziona proprio lei: Shirley Jackson con il suo romanzo classe 1959 The Haunting of Hill House, in origine tristemente tradotto in Italia come La casa degli invasati. L’opera originale ha ben poco a che vedere con l’adattamento per i piccoli schermi, e dei protagonisti del libro, Eleanor, Theodora e Luke, vengono mantenuti solo i nomi e talune peculiarità. 

Curiosi certi easter egg inseriti nella serie e ispirati direttamente al romanzo, come il nome della secondogenita, Shirley, omonima quindi della scrittrice, e il cameo rivisitato del Dr. Montague, personaggio di rilievo nel libro che nella serie ritroviamo come ultimo, involontario, responsabile della tragica sorte di Nellie (Nellie deserved better!).

Dica quello che vuole il Dr. Montague, una casa non è solo una casa. Fin da bimbi ci si vede delle facce quando le si disegna. Per ovvi motivi generazionali mia nonna indentifica, per esempio, come il cuore di casa la cucina che riunisce tutta la famiglia. Sempre per questo motivo, quando ero piccolo mi diceva ‘vieni in casa’ anche se ero in soggiorno, perché per lei, e non solo per lei, quella stanza era ed è cuore e motore dell’appartamento.

Fear and Guilt are sisters. In molti hanno scovato nella logica degli eventi della serie Netflix l’incarnazione dei cinque stadi del lutto impersonificati dai cinque fratelli Crain secondo la seguente assegnazione, nonché in ordine di nascita:

Steve è il rifiuto. “I’ve seen a lot of ghosts. Just not the way you think“. Primogenito dei Crain, Steve è un personaggio col quale impari a entrare in empatia con il passare degli episodi e che ci viene presentato subito come colui che ha voltato le spalle alla sua famiglia, lucrando sul suicidio della madre, il delirio del padre e il dolore dei fratelli. 

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Laddove il padre cerca di sistemare le cose, Steve ha sempre voluto dare una mano e riuscirà a farlo solo nel momento in cui ritroverà il coraggio per guardare negli occhi la realtà e accettare i fantasmi del passato.

Shirley è la rabbia. “Hill House would stay as it was until it was destroyed“. Sorella maggiore dopo Steve, anche Shirley ha vividi ricordi delle settimane passate a Hill House, molto meno limpidi quelli relativi alla tragica notte che ha cambiato per sempre le vite della famiglia Crain. 

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Divorata dai sensi di colpa e dalla sensazione di impotenza, emozioni calcificate nel suo intimo e professionale rapporto con la morte, un rapporto che però è un involucro che nasconde il marcio dell’animo umano e, per l’appunto, i propri errori, Shirley reagisce con ira e rancore alle scelte e alle azioni intraprese dai fratelli. Un rabbia che trova il filo dell’aquilone nella sorella Theo, con la quale Shirley condivide, senza nemmeno accorgersene, i medesimi fardelli oltre che lo stesso indirizzo di casa.

Theo è la negoziazione.I don’t feel anything“. Sorella di mezzo, Theodora è tra i pochi Crain, insieme a Nellie e alla madre Olivia, a manifestare in maniera evidente capacità ESP. In particolare, Theo può, attraverso il tatto, intercettare i ‘segni del tempo’ di oggetti e persone. 

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Theo è quindi un personaggio che vuole capire, vuole sentire qualcosa pur nascondendosi dietro un muro di mattoni che si è costruita da sola. Un muro che sarà in grado di abbattere solo quando scenderà anche lei a patti e a mani nude con i propri scheletri, convivendo prima con il ricordo di chi si è lasciata alle spalle, per poi accettare chi intende restarle affianco.

Luke è la depressione. “One. Two. Three. Four. Five. Six. Seven.”  Di tutti i personaggi e delle rispettive caratterizzazioni, Luke è quello che più tradisce il genere cui l’adattamento Netflix intende fare riferimento. Nel The Haunting of Hill House di Mike Flanagan, infatti, l’horror si declina a metafora di un dramma familiare, personale e, nel caso di Olivia Crain, mentale. 

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Sono personaggi come Luke ad avere reso il pacchetto più affascinante agli occhi del pubblico e di un autore come Stephen King, che già alle atmosfere create da Shirley Jackson afferma di dovere molto e al quale, a sua volta, la serie si rifà sotto più punti di vista (vogliamo parlare della Red room?).

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Nellie è l’accettazione. It wouldn’t have changed anything. I need you to know that. Forgiveness is warm. Like a tear on a cheek. Think of that and of me when you stand in the rain. I loved you completely. And you loved me the same. That’s all. The rest is confetti“. Plot twist di metà stagione con la P maiuscola, Nellie meritava davvero di meglio.

Rimane tuttavia il fatto che il suo personaggio ha dato così tanto alla serie al punto di donarle quel tanto di cult che ci permette, oggi, di farne un’analisi così approfondita. Morta a partire dal primo episodio, Nellie non abbandona mai il piccolo schermo ed è sempre lì, onnipresente e immobile, siamo noi che non riusciamo/vogliamo vederla. 

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Nellie è sempre presente, anche una volta abbandonate le spoglie mortali rimane per mantenere uniti i pezzi della famiglia, la sua tazza di stelle, e combatte contro la follia omicida della Casa per portare in salvo tutti in nome dell’amore, del perdono e, per l’appunto, dell’accettazione. Come vedremo a breve parlando del finale, il sacrificio di Nellie raggiunge il culmine con la sua condanna a vagare in eterno nella Casa con la consapevolezza che chi ne è uscito vivo sta finalmente bene con sé stesso e con chi gli sta intorno.

And those who walk there, walk together. Nellie è tornata a Casa, ma non è più sola. Con lei c’è forse il miglior personaggio della serie, il padre Hugh (nella sua versione del passato interpretato da Henry Thomas, il bambino protagonista di E.T, e in quella presente dal Hugh Crain della versione cinematografica del 1999 intitolata The Haunting) e quello altrettanto controverso della madre Olivia.

Quello di The Haunting of Hill House è quello che definirei un happy ending a metà. I fratelli Crain, quelli vivi, hanno la possibilità di riprendere in mano le rispettive vite e andare avanti, mentre le anime intrappolate tra le stanze e i corridoi di Hill House restano condannate al loro status quo.

L’amore è perdita della logica, lo vediamo nella straziante storyline di Horace e Claire Dudley, ne abbiamo ulteriore conferma nel destino toccato proprio a Hugh e Nellie, riuniti in un abbraccio a una Liv comunque preda del proprio delirio, disposti quindi a tutto pur di liberare i restanti membri della famiglia e a donare una pur apparente pace all’amata madre e moglie.

In questo senso il finale di The Haunting of Hill House è un boccone amaro da mandar giù. Laddove la maggior parte dei fan si emozionano di fronte ai nuovi traguardi di vita dei fratelli Crain, io non riesco a togliermi dalla mente lo sguardo di Liv mentre Steve si allontana e la porta della Stanza rossa si chiude ai nostri occhi. Così come risulta parecchio difficile pensare agli altri fantasmi rimasti lì e a Poppy, la cui minaccia di fatto non è mai stata mai debellata.

In conclusione, consiglio The Haunting of Hill House anche ai non appassionati del genere, in quanto la serie è uno dei pochi esempi in cui qualche jumpscare qua e là non incide sullo spessore del racconto e i fantasmi sullo sfondo rimangono sullo sfondo. Una persona che non intende cercarli potrebbe finire la serie senza avere visto l’80% degli sguardi nell’ombra piazzati dietro l’angolo. Per chi invece ama la caccia e il brivido della paura … enjoy.

Ndr. The Haunting of Hill House di Shirley Jackson vive in numerose trasposizioni prima della serie Netflix, tra cui il film The Haunting del 1963 diretto da Robert Wise e l’omonima versione del 1999 già citata, ma anche rivisitazioni parzialmente accreditate come la miniserie Rose Red del 2002 dalla penna di Stephen King.

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