“Show yourself”, limiti e possibilità di Frozen 2 – Il segreto di Arendelle

Don’t you know there’s part of me that longs to go

Into the Unknow, Panic! at The Disco, Frozen 2

Quelle che nel 2013 erano teorie, sospetti e speranze, ora sono certezze confermate, se non dagli autori, i quali continuano a smentire intervista dopo intervista, dalla visione stessa del film.

Frozen 2 – Il segreto di Arendelle ripropone, a distanza di sei anni, la strizzata d’occhio rivolta a quella parte di fan particolarmente inclini all’analisi e alla lettura del racconto che colsero nel “nuovo classico” una velata sfumatura di apertura a tematiche queer.

A essere destata non fu solo l’attenzione degli amanti del genere d’animazione e dei sostenitori della lotta per i diritti civili. Se ne interessarono infatti anche accademici e ricercatori come Angel Daniel Matos, il quale nel 2014 sottolineava come uno dei meriti di Frozen fosse proprio la decostruzione della cosiddetta visione binaria, che costringe a vedere solo il bianco e il nero e a escludere, quindi, le svariate sfumature di grigio che troviamo nel mezzo.

“Queen Elsa is approached by some viewers as a queer or gay character, not only because she doesn’t engage in a romantic relationship in the film, but also because she is forced by her parents to suppress and hide the powers that she is born with.  […] “conceal, not feel.” I think it’s also worthy to point out that Elsa’s treatment is also eerily reminiscent of practices that take place during the process of gay conversion therapy, in which subjects are conditioned through meditative and repetitive processes to suppress certain urges and desires that occur naturally.

Seppure a una prima occhiata sembrino teorie un pelo forzate, non sarebbe il primo caso in cui i nuovi film d’animazione (per intenderci quelli dalla CGI in poi) celino incentivanti spunti di riflessione per un pubblico di tutte le età, nonostante il target centrale di riferimento rimanga quello infantile. Matos fa eco a The queer Art of Failure di Judith Halberstam, ricordando come “[…] revolutionary CGI animation movies depict a world where the “little guys” are able to overcome obstacles, and where they are able to revolt against the “business world of the father and the domestic sphere of the mother”.

Addio quindi al nascondimento della razza dei classici Disney, da Pocahontas a Mulan, che mettevano ancora più in risalto la bianchezza egemone della mano rappresentativa, e benvenuta nuova, seppur ancora poca coraggiosa, gamma di valori complessi, raffinati e soprattutto positivi, per il pubblico mainstream.

Quella che gli autori si ostinano a dipingere come ‘timidezza’ del personaggio risulta sempre più verosimilmente un timido (in questo caso davvero timido) slancio verso il futuro.

Rimane aperto il dibattito su quanto, di ciò che è stato detto sopra, sia effettivamente frutto dell’inconscio degli autori o, al contrario, della fantasia degli spettatori. Certo è che in Frozen 2 sembra tutto scritto a chiare lettere, a partire dai brani (Into the Unknow, Show Yourself, una vera e propria “coming-out ballad“) all’iconografia e ai simbolismi di Ahtohallan e della grotta entro cui Elsa deve inoltrarsi per riscopre se stessa, passando per la vulnerabilità e il senso di repressione di cui si sente prigioniera, fino alla misteriosa voce femminile in grado di mostrarle chi è veramente.

Non passa poi inosservata la carica di significato di una scena come quella in cui Elsa raggiunge la sua trasformazione definitiva e il nuovo abito riprende la funzione transitoria che gli spetta già nel primo film: “[…] she’s ready to step into a new, transformative role. Ultimately, this Elsa — unbound, powerful, and with her hair fully down — is the resolution she’s been waiting for across two films. If you’re looking for it, “Show Yourself” absolutely reads like a coming-out anthem, especially if you consider “Let It Go” as the queer awakening where she embraces her identity, and “Into the Unknown” as Elsa weighing the risks and benefits of coming out. It’s all just about as gay as pure subtext gets”.

La ricerca da parte di Elsa, cominciata al grido di Let it go, è terminata con Frozen 2 – Il segreto di Arendelle (che poi è il segreto di Elsa), laddove le nuove possibilità cui la Disney ha aperto le porte incontrano anche i limiti di cui non sembrano riuscire a liberarsi. Non appena Elsa accetta finalmente sé stessa, ecco che viene subito spodestata da una figura archetipicamente più classica (leggi più accettabile) come Anna, ed ecco che Elsa viene relegata insieme alle altre “minoranze” di turno ai confini del Regno. Un punto a sfavore per quella che sarebbe stata a tutti gli effetti una vera e propria rivoluzione cui la Disney avrebbe potuto ambire senza timore e con maggiore padronanza delle proprie responsabilità.

Per concludere, quella di Elsa non è certo l’unica transizione su cui il film si concentra. Frozen 2 è innanzitutto un film di crescita personale e scoperta di sé stessi sì individuale, ma anche collettiva. Arendelle scende a patti con i fantasmi del proprio passato e Olaf, ormai essere senziente a padrone del proprio destino, gioca un ruolo decisamente più rilevante rispetto al primo film.

Fonti di approfondimento:

CONCEAL, DON’T FEEL: A QUEER READING OF DISNEY’S [FROZEN], A. D. Matos, 2014

Why Elsa from Frozen is a queer icon — and why Disney won’t embrace that idea, 2019

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