Perfectly Splendid. La recensione di The Haunting of Bly Manor

It’s a love history, not a ghost story. Un’importante premessa conferisce il giusto tenore al commento che stiamo per fare su The Haunting of Bly Manor, la seconda stagione dell’omonima antologia firmata Mike Flanagan (Gerald’s Game, Oculus, Doctor Sleep) che ci riporta tra le mura di un sontuoso maniero per esplorarne e scoprirne le porte nascoste, gli specchi coperti e i bauli in soffitta.

Da Shirley Jackson a Henry James, su carta facciamo un salto indietro di mezzo secolo. Haunting of Bly Manor si svolge tuttavia in pieni eighties e, a differenza della prima stagione, le storyline non sono scandite esclusivamente su più tempi, bensì su più ricordi.

Quello che risulta fondamentale è arrivare ai titoli di coda dell’ultimo episodio e avere capito a cosa si è assistito dal momento in cui nulla è abbandonato al caso, niente è lasciato in sospeso e tutto viene puntualmente spiegato. Questo non ammortizza la suspence o lo spavento dal momento in cui ciò a cui assistiamo non si finge un racconto del terrore, non una storia di fantasmi. Quella che ci viene raccontata è una storia d’amore.

Perfectly Splendid. Torna la delicatezza di Hill House, la composizione dei The Newton Brothers (gli stessi di OculusOuija: Origin of EvilExtinctionLife of CrimeThe Bye Bye Man), torna il dramma mascherato da sovrannaturale e tanti volti ormai familiari. Tra questi, in ordine, ritroviamo Carla Gugino (musa di Flanagan, Olivia Crain in Hill House), Victoria Pedretti (protagonista assoluta, l’indimenticabile Nell Crain in Hill House), Henry Thomas (Eliott di E.T, Hugh Crain in Hill Huse), Oliver Jackson-Cohen (Luke Crain in Hill House) e, ultima ma non ultima, l’inattesa e sorprendente Kate Siegel (Theo in Hill House).

La fidelizzazione instaurata dal formato antologico e il ripetersi dei principali interpreti trova un precedente in American Horror Story, altra serie televisiva di forte stampo autoriale ed eclettico (ad oggi Ryan Murphy lo trovi coinvolto ovunque) giunta quest’anno alla sua decima stagione. Al contrario di AHS, che possiamo ormai dare per arenato da due stagioni a questa parte, la familiarità del filone The Haunting non sembra tuttavia scadere nel barocco e nella stagnante sfarzosità della visione e nell’esaltata autocelebrazione di chi la offre. Ad oggi, da Hill House a Bly Manor, in Flanagan vediamo tutt’altro che uno scavalcamento dei personaggi da parte dello star system. Senza scomodare la Siegel, al cui personaggio dedicheremo il giusto spazio a seguire, basti pensare a come Victoria Pedretti smette di essere Nell nel momento esatto in cui calca la scena nei panni della giovane istitutrice Dani.

Il genere narrativo è anche qui, come per la prima stagione, nient’altro che un veicolo. Ciò a cui assistiamo, lo abbiamo detto, non è una serie televisiva horror. Come abbiamo imparato a concepire con l’avvento di nuovi player non stiamo parlando nemmeno di una serie prettamente televisiva. Ascoltiamo Flanagan che ci racconta Carla Gugino che ci racconta un fedele adattamento di James, un adattamento che come per i migliori adattamenti non si limita a una fredda trasposizione da medium a medium, bensì a una declinazione originale del testo di partenza. In Hill House si trattava della rappresentazione del superamento del lutto e ogni personaggio rappresentava una delle rispettive fasi dello stesso. Con Bly parliamo certamente di una narrazione meno lineare ma al tempo stesso più trasparente. Un po’ come un fantasma.

I’m Hannah Goose. Hill House ci ha insegnato ad attendere e a temere i metà stagione. La Lady dal collo spezzato è ancora oggi una ferita aperta per molti spettatori, i quali erano pronti a tutto tranne che ad affrontare nuovamente il medesimo dolore con il personaggio interpretato da T’nia Miller (recentemente in Years of Years di Russel T Davis) vero deserve better player di questo nuovo giro di vite.

Miller è Hannah Groose, l’introspettiva governante di Bly Manor che dal primo momento in appare in scena ci lascia la strana sensazione di sospensione rispetto a tutto ciò che le accade attorno, la stessa che aleggia per tutta la tenuta. Per nulla nascosto e impossibile da non notare il fatto che la donna, a partire dal primo episodio, rifiuti volentieri i pasti, si isoli come un gatto morente e soprattutto appaia, ad ogni scena, sempre più distratta. Tutto questo accade perché Hannah scivola via.

Hannah scivola come scivolano tutti i fantasmi sospesi nel pozzo gravitazionale tenuto in vita dalla padrona di casa, anime in pena che percorrono gangli vitali della propria esistenza, ricordi dove trovare rifugio e impossibili da ignorare. Comunque la si voglia vedere si tratta di punti di non ritorno nella vita dei personaggi, mondi prigione (nel caso di Peter Quint e Miss. Jassel) o bivi relazionali come nel caso di Hannah.

She would sleep, she would wake, she would walk. Rispetto agli anni Novanta oggi risulta una vera e propria impresa trasformare una serie in un cult. Ancora più difficile è certamente trasformare in un cult un singolo episodio. Con solo un target più ampio di spettatori ci sarebbe andato senz’altro vicino Bly Manor con l’episodio The Romance of Certain Old Clothes, il penultimo della stagione.

Kate Siegel è Viola Davis, la padrona di casa che per lungo tempo si rifiutò di morire e la cui tenacia e forza di volontà hanno fatto sì che anche a secoli di distanza la casa rimanesse influenzata dal suo eterno passaggio. Di fatto Viola è il primo fantasma a infestare Bly Manor e dopo di lei tutti coloro che hanno avuto la sfortuna di incrociare il suo cammino come Peter o morire entro i confini della tenuta. Dimenticata e senza volto, Viola è ormai poco più che una bestia nella giungla di vite che attraversano Bly Manor, non ultima quella di Dani il cui incontro con la Donna del lago cambierà per sempre le sorti degli abitanti della casa.

The Romance of Certain Old Clothes si presenta come ben più di uno stand alone esplicativo. Stiamo parlando di un mediometraggio ben confezionato che sarebbe godibile anche se fosse slegato dal resto delle storyline. L’omonimo racconto di James viene incastonato come un diamante prezioso al centro dello stesso che dà il nome alla serie, un crossover tra due racconti originariamente pubblicati a trent’anni di distanza l’uno dall’altro che fanno di Bly Manor e della serie The Haunting più in generale un prodotto ragionato e decisamente sopra la media di molti titoli presenti oggi in catalogo.

Peccato per alcune scelte meno coraggiose rispetto al racconto originale che avrebbero contribuito ad ampliare il divario tra le opere di Flanagan e gli autori a lui contemporanei. Ad oggi The Haunting si conferma senz’altro una serie che trascende i generi tradizionali e che porta lo spettatore a igenizzare lo sguardo nei confronti del racconto visivo, un proposito non indifferente e che solo grandi titoli, da trent’anni a questa parte, sono stati in grado o hanno anche solo provato a mantenere.

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