Nessun posto è come casa. La recensione di Wandavision e la mia reference preferita all’interno della serie

WANDAVISION: COME RACCONTA?

Wandavision racconta il dolore della perdita attraverso gli occhi di una series addicted. Di fatto Jac Schaeffer, creatore della serie, non ha fatto altro che togliere un Avenger dal suo piedistallo e portarlo al livello dello spettatore. Al tempo stesso lo spettatore medio del MCU è invitato a sottoporsi a un diverso stadio di igienizzazione dello sguardo. La fidelizzazione è immediata, l’empatia verso il personaggio di Wanda risulta da subito spontanea.

Fin dal primo episodio si sono sprecati i cacciatori di reference, easter egg e teorie più o meno accreditate, tra chi gridava al capolavoro, chi lamentava la noia più assoluta e chi come me – nel mezzo – vedeva nel quarto episodio un perfetto primo episodio per una seconda stagione (in altre parole sarei stato disposto a continuare la farsa delle sit-com a oltranza, tanto che l’ho adorata).

Alla fine della fiera Wandavision non ha inventato nulla, nemmeno sul piano metanarrativo. Quello che la serie ha fatto in nove episodi American Gods lo fece in uno solo (ricordate la Judy Garland di Gillian Anderson?); lo stupore di Visione nel trovarsi al confine di Westview è stato tradito ventanni fa dal “Caso mai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!” di Truman Burbank; il tema del lutto è poi un’intramontabile salsa tutti i gusti +1, non ultima l’interpretazione di Mike Flanagan con Hill House.

Il punto non è cosa Wandavision abbia inventato, bensì come questo sia stato realizzato in maniera encomiabile, credibile, intelligente e inedita perlomeno all’interno del MCU. Ogni dubbio sulla qualità del prodotto svanisce di fronte allo spazio lasciato alla performance degli attori protagonisti: i personaggi di Wanda e Visione passano dall’essere due eroi di secondo piano a due personaggi dotati di una propria identità autonoma e indipendente. Al contrario di quel che sembra, infatti, le porte di Westview sono aperte a chiunque: dagli amanti dei fumetti agli amanti della saga cinematografica, passando per chi di supereroi in mantelli e calzamaglia, per pregiudizi o semplice mancanza di interesse, non ne ha mai voluto sentire parlare.

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Una risposta a "Nessun posto è come casa. La recensione di Wandavision e la mia reference preferita all’interno della serie"

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  1. Wandavision è la mia preferita delle serie Marvel uscite finora, il venerdì andavo a lavorare contando il tempo per poter tornare a casa e vedere come sarebbe andata avanti la storia. Giustamente non è nulla di davvero innovativo, ma si tratta di un progetto sicuramente originale all’interno di un MCU che rischia troppo spesso di essere sempre uguale a sé stesso, e impreziosito da due protagonisti con una chimica secondo me davvero invidiabile.
    Io faccio parte di coloro che non hanno apprezzato appieno il finale: avrei preferito che la storia rimanesse completamente focalizzata su Wanda, senza la necessità di inserire per forza un villain e risolvere tutto a cazzotti e lampi di magia, ma alla fine mi è piaciuto molto comunque. E il gioco di narrare il lutto di Wanda e la sua negazione della realtà secondo me è stato fatto benissimo.
    Di una cosa sola, adesso, ho davvero paura: che trasformino Wanda in una villain e ci si debba mettere a combatterla. Leggevo da qualche parte qualcuno paventare questa possibilità commentandola come l’ennesima donna forte che impazzisce e deve essere abbattuta, e mi auguro davvero non si voglia andare per quella strada perché tiro fuori i forconi e vado a chiedere la testa di Kevin Feige.

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