OSCAR 2021 – Il suono di MANK. Dal ritorno di David Fincher alla storia dell’uomo all’ombra di Orson Welles

CHI È MANKY?

Herman J. Mankiewicz, il protagonista di MANK, fu un giornalista, scrittore e sceneggiatore che si fece largo nella Hollywood a cavallo tra il muto e il sonoro. Grande caratteristica di “Manky” fu proprio la sua versalità nel passaggio da una maniera all’altra di fare cinema, cosa che ad altri colleghi e attori (uno su tanti Buster Keaton) era risultato impossibile e fatale, in particolare per quanto riguardava la stesura di dialoghi brillanti e scelte ritenute per l’epoca sofisticate e a tratti provocatorie. Sopratutto l’aspetto provocatorio, alimentato dal suo alcolismo e dalla sua dipendenza al gioco d’azzardo, portò Mankiewicz a importanti resistenze da parte della major, come quando la Warner Bros. lo mise in punizione a lavorare su una sceneggiatura di Rin Tin Tin. Anche in quest’occasione lo spirito dell’artista si distinse quando propose una scena in cui il celebre cane trascinava un bambino all’interno di una casa in fiamme.

Pur annoverato tra i migliori sceneggiatori dell’epoca, il suo furore creativo non trovò giustizia fino a un’età matura, quando costretto a letto e in condizioni psicofisiche precarie condusse faticosamente la sua collaborazione con Orson Welles per la sceneggiatura di Citizen Kane. Il reale contributo di Mankiewicz al film passò in realtà sufficientemente inosservato per altri trent’anni (nonostante l’oscar vinto nel 1942) quando il suddetto articolo della Kael pubblicato sul The New Yorker portò a galla la teoria che accreditava paternità della sceneggiatura di quello che più di un’istituzione avrebbero eletto a miglior film statunitense di sempre era da attribuire interamente all’uomo all’ombra di Welles.

QUEL SUONO OLD-FASHION CHE FA DI MANK UNA NOVITÀ

David Fincher prende di fatto la tesi di Paulin Kael e ne fa 130 minuti di film in bianco e nero, dall’audio echeggiante come fosse una pellicola dell’epoca e che in qualche modo ci restituisce, per quanto possibile, un ricordo dell’esperienza della più classica sala cinematografica. L’effetto è dovuto a un hack design ben studiato da Ren Klyce, il quale arrivo a creare con il suo team una vera e propria patina sonora in grado di rendere non solo i dialoghi, bensì l’intero ambiente come se fossero realizzati durante l’epoca d’oro delle pellicole hollywoodiane.

Lo stesso Klyce afferma di aver “[…] proceduto con questa tecnica analizzando lo spettro sonoro dei vecchi film hollywoodiani, non ultimo ovviamente Citizen Kane. Per fare questo rimodellamento, il trucco è stato comprendere e riproporre come effetto sonoro quello che all’epoca era un limite tecnologico”.

Su carta doveva essere un gioco da ragazzi o quasi. L’equipment dell’epoca non catturava il medesimo spettro del suono della strumentazione odierna, così Klyce pensava di non dover fare altro che rendere il suono sordo, monofonico e privo di basse e alte frequenze. Scoprì presto di non poter essere più in torto di così.

I problemi ci furono da subito, a partire dalla tonalità vocale di Gary Oldman che vestiva un ruolo non trascurabile all’interno del film. La mancanza di profondità del suono faceva sì che proveniva da ogni dove e da nessuna parte al tempo stesso. Dall’alto della sua esperienza con film come Fight Club a Star Wars: The Last Jedi, Ren Klyce comprese al volo di dover costruire un metodo su misura per il suo scopo. Fare ciò richiedette un processo di presa di coscienza in itinere: inizialmente Klyce rinunciò all’idea del sonoro old-fashion. Era d’altronde la via più semplice, ma successivamente optò per uno sforzo immane di igenizzazione del suono tale da consentire al team audio di trovare i punti in cui funzionava meno e quindi fixarlo: nacque la patina che rende tanto particolare il suono di MANK.

Era fondamentale che Fincher avesse poi le idee chiare sulla colonna sonora fin da subito, affinché Klyce potesse lavorare anche su di essa. “Nessuno sentirà mai l’unica copia del film mixata e pulita al 100%” afferma con rammarico il sound designer. A rendere quest’impresa ancora più ammirevole è il fatto che ogni gruppo sonoro necessitava della propria ‘patina’, dal dialogo, ai rumori in sottofondo, dal jazz d’atmosfera ai semplici effetti e foley, come passi e gioielli tintinnanti: ciascuno di essi richiedeva un trattamento personalizzato (fonti: Wired)

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