Aspettando Halloween – The Haunting of Hill House, tutto il resto è confetti.

I’m at home. Se avete amato serie alla AHS Murder House o capolavori come The Shining, forse abbiamo quello che cercate.

Su qualsiasi medium le si decida di trattare, le haunted houses hanno ormai acquistato un valore archetipico per il genere horror: il grande schermo ha fatto del tema un filone di rivisitazioni, negli Stati Uniti il dark tourist si ciba di pane e gite degli orrori, la televisione ne ha partorito negli anni contenitori pomeridiani, ma è soprattutto la letteratura che vanta il ruolo di pioniere del sottogenere.

Tra i romanzi e i racconti più celebri, insieme al sempre terrorizzante The Fall of the House of Usher, si posiziona proprio lei: Shirley Jackson con il suo romanzo classe 1959 The Haunting of Hill House, in origine tristemente tradotto in Italia come La casa degli invasati. L’opera originale ha ben poco a che vedere con l’adattamento per i piccoli schermi, e dei protagonisti del libro, Eleanor, Theodora e Luke, vengono mantenuti solo i nomi e talune peculiarità. 

Curiosi certi easter egg inseriti nella serie e ispirati direttamente al romanzo, come il nome della secondogenita, Shirley, omonima quindi della scrittrice, e il cameo rivisitato del Dr. Montague, personaggio di rilievo nel libro che nella serie ritroviamo come ultimo, involontario, responsabile della tragica sorte di Nellie (Nellie deserved better!).

Dica quello che vuole il Dr. Montague, una casa non è solo una casa. Fin da bimbi ci si vede delle facce quando le si disegna. Per ovvi motivi generazionali mia nonna indentifica, per esempio, come il cuore di casa la cucina che riunisce tutta la famiglia. Sempre per questo motivo, quando ero piccolo mi diceva ‘vieni in casa’ anche se ero in soggiorno, perché per lei, e non solo per lei, quella stanza era ed è cuore e motore dell’appartamento.

Fear and Guilt are sisters. In molti hanno scovato nella logica degli eventi della serie Netflix l’incarnazione dei cinque stadi del lutto impersonificati dai cinque fratelli Crain secondo la seguente assegnazione, nonché in ordine di nascita:

Steve è il rifiuto. “I’ve seen a lot of ghosts. Just not the way you think“. Primogenito dei Crain, Steve è un personaggio col quale impari a entrare in empatia con il passare degli episodi e che ci viene presentato subito come colui che ha voltato le spalle alla sua famiglia, lucrando sul suicidio della madre, il delirio del padre e il dolore dei fratelli. 

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Laddove il padre cerca di sistemare le cose, Steve ha sempre voluto dare una mano e riuscirà a farlo solo nel momento in cui ritroverà il coraggio per guardare negli occhi la realtà e accettare i fantasmi del passato.

Shirley è la rabbia. “Hill House would stay as it was until it was destroyed“. Sorella maggiore dopo Steve, anche Shirley ha vividi ricordi delle settimane passate a Hill House, molto meno limpidi quelli relativi alla tragica notte che ha cambiato per sempre le vite della famiglia Crain. 

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Divorata dai sensi di colpa e dalla sensazione di impotenza, emozioni calcificate nel suo intimo e professionale rapporto con la morte, un rapporto che però è un involucro che nasconde il marcio dell’animo umano e, per l’appunto, i propri errori, Shirley reagisce con ira e rancore alle scelte e alle azioni intraprese dai fratelli. Un rabbia che trova il filo dell’aquilone nella sorella Theo, con la quale Shirley condivide, senza nemmeno accorgersene, i medesimi fardelli oltre che lo stesso indirizzo di casa.

Theo è la negoziazione.I don’t feel anything“. Sorella di mezzo, Theodora è tra i pochi Crain, insieme a Nellie e alla madre Olivia, a manifestare in maniera evidente capacità ESP. In particolare, Theo può, attraverso il tatto, intercettare i ‘segni del tempo’ di oggetti e persone. 

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Theo è quindi un personaggio che vuole capire, vuole sentire qualcosa pur nascondendosi dietro un muro di mattoni che si è costruita da sola. Un muro che sarà in grado di abbattere solo quando scenderà anche lei a patti e a mani nude con i propri scheletri, convivendo prima con il ricordo di chi si è lasciata alle spalle, per poi accettare chi intende restarle affianco.

Luke è la depressione. “One. Two. Three. Four. Five. Six. Seven.”  Di tutti i personaggi e delle rispettive caratterizzazioni, Luke è quello che più tradisce il genere cui l’adattamento Netflix intende fare riferimento. Nel The Haunting of Hill House di Mike Flanagan, infatti, l’horror si declina a metafora di un dramma familiare, personale e, nel caso di Olivia Crain, mentale. 

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Sono personaggi come Luke ad avere reso il pacchetto più affascinante agli occhi del pubblico e di un autore come Stephen King, che già alle atmosfere create da Shirley Jackson afferma di dovere molto e al quale, a sua volta, la serie si rifà sotto più punti di vista (vogliamo parlare della Red room?).

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Nellie è l’accettazione. It wouldn’t have changed anything. I need you to know that. Forgiveness is warm. Like a tear on a cheek. Think of that and of me when you stand in the rain. I loved you completely. And you loved me the same. That’s all. The rest is confetti“. Plot twist di metà stagione con la P maiuscola, Nellie meritava davvero di meglio.

Rimane tuttavia il fatto che il suo personaggio ha dato così tanto alla serie al punto di donarle quel tanto di cult che ci permette, oggi, di farne un’analisi così approfondita. Morta a partire dal primo episodio, Nellie non abbandona mai il piccolo schermo ed è sempre lì, onnipresente e immobile, siamo noi che non riusciamo/vogliamo vederla. 

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Nellie è sempre presente, anche una volta abbandonate le spoglie mortali rimane per mantenere uniti i pezzi della famiglia, la sua tazza di stelle, e combatte contro la follia omicida della Casa per portare in salvo tutti in nome dell’amore, del perdono e, per l’appunto, dell’accettazione. Come vedremo a breve parlando del finale, il sacrificio di Nellie raggiunge il culmine con la sua condanna a vagare in eterno nella Casa con la consapevolezza che chi ne è uscito vivo sta finalmente bene con sé stesso e con chi gli sta intorno.

And those who walk there, walk together. Nellie è tornata a Casa, ma non è più sola. Con lei c’è forse il miglior personaggio della serie, il padre Hugh (nella sua versione del passato interpretato da Henry Thomas, il bambino protagonista di E.T, e in quella presente dal Hugh Crain della versione cinematografica del 1999 intitolata The Haunting) e quello altrettanto controverso della madre Olivia.

Quello di The Haunting of Hill House è quello che definirei un happy ending a metà. I fratelli Crain, quelli vivi, hanno la possibilità di riprendere in mano le rispettive vite e andare avanti, mentre le anime intrappolate tra le stanze e i corridoi di Hill House restano condannate al loro status quo.

L’amore è perdita della logica, lo vediamo nella straziante storyline di Horace e Claire Dudley, ne abbiamo ulteriore conferma nel destino toccato proprio a Hugh e Nellie, riuniti in un abbraccio a una Liv comunque preda del proprio delirio, disposti quindi a tutto pur di liberare i restanti membri della famiglia e a donare una pur apparente pace all’amata madre e moglie.

In questo senso il finale di The Haunting of Hill House è un boccone amaro da mandar giù. Laddove la maggior parte dei fan si emozionano di fronte ai nuovi traguardi di vita dei fratelli Crain, io non riesco a togliermi dalla mente lo sguardo di Liv mentre Steve si allontana e la porta della Stanza rossa si chiude ai nostri occhi. Così come risulta parecchio difficile pensare agli altri fantasmi rimasti lì e a Poppy, la cui minaccia di fatto non è mai stata mai debellata.

In conclusione, consiglio The Haunting of Hill House anche ai non appassionati del genere, in quanto la serie è uno dei pochi esempi in cui qualche jumpscare qua e là non incide sullo spessore del racconto e i fantasmi sullo sfondo rimangono sullo sfondo. Una persona che non intende cercarli potrebbe finire la serie senza avere visto l’80% degli sguardi nell’ombra piazzati dietro l’angolo. Per chi invece ama la caccia e il brivido della paura … enjoy.

Ndr. The Haunting of Hill House di Shirley Jackson vive in numerose trasposizioni prima della serie Netflix, tra cui il film The Haunting del 1963 diretto da Robert Wise e l’omonima versione del 1999 già citata, ma anche rivisitazioni parzialmente accreditate come la miniserie Rose Red del 2002 dalla penna di Stephen King.

Da infiniti universi derivano infinite possibilità. La recensione di Spider-man: Into the Spider-verse

Sono rari i film di cui si sente parlare solo bene, specialmente quando si tratta dell’ennesimo adattamento di un universo trito e ritrito. Ma quando il milleuno reboot di uno dei supereroi più apprezzati dal pubblico di tutto il mondo non parla di un universo, bensì di più universi, e lo fa con un’animazione del tutto particolare, allora il discorso cambia.

Così lo scorso sabato pomeriggio sono riuscito a vedere su grande schermo Spider-man: Into the Spider-verse, il pluripremiato film d’animazione diretto dal trio Bob Persichetti, Peter Ramsey and Rodney Rothman, e l’ho fatto senza la mia guida personale ai film Marvel che in questa sede chiamo il Radioattivo.

In sala quindi eravamo solo io, la mia ragazza e cinque bambini con nonni o genitori. Il risultato è stato uno spettacolo multiplo, non sapevo se tenere gli occhi incollati allo schermo o distogliere lo sguardo per portarlo al bambino che seduto poco più avanti di me su tre o quattro enormi cuscini, seguiva le gesta del suo eroe improvvisamente moltiplicato per cinque, con bocca aperta ed espressione incantata. Ed è stato incredibile, o meglio amazing, vedere come anche la mia ragazza, che fino alla sera prima scuoteva la testa di fronte al rewatch di Infinity War in vista della presa visione di Endgame, avvenuta da poco e di cui parleremo a brevissimo, di fronte a Into the Spider-verse fosse completamente presa, coinvolta e all’uscita di sala a dir poco entusiasta.

Spider-man: Into the Spider-verse è un’esplosione visiva, complice un’animazione sgargiante e un po’ trippy ispirata in maniera evidente e delicata allo stile pop dei comics americani con tanto di retini e dei cosiddetti baloons, mentre il repertorio musicale spazia da Post Malone a Lil Wayne, passando per la rivisitazione di Jingle Bells, e contribuisce anch’esso a far sì che in qualche modo i personaggi spingano per liberarsi dall’animazione stessa.

Affermano i tre registi in un’intervista sul Times:

[…] the characters feel liberated by animation, and the audience will, too.

La scelta di un’animazione così originale e decisamente non in linea con le precedenti esperienze avute con Spider-man su grande schermo è dovuta proprio al tentativo degli autori di fornire agli spettatori un nuovo terreno in cui incontrare per loro prima volta uno Spider-man completamente diverso da quello che hanno conosciuto finora.

Si tratta anzitutto del debutto cinematografico di Miles Morales, personaggio proveniente dall’universo Ultimate apparso per la prima volta nel n.4 della testata Ultimate Fallout in sostituzione del defunto Peter Parker. Era il 2011 e parlavamo del primo Spider-man afro-americano inserito, tra le altre cose, come personaggio secondario parzialmente giocabile anche nel piacevolissimo e recente titolo videloudico per ps4 Marvel’s Spider-man.

A differenziare il personaggio creato da Brian Bendis (autore di pezzi di storia come House of M) dal Peter Parker di quartiere non sono tuttavia le origini, bensì un repertorio di poteri del tutto singolari, dalla mimetizzazione al cosiddetto tocco venefico. Tema principale di Spider-man: Into the Spider-Universe è ovviamente la crescita del supereroe e quindi la presa di coscienza di queste capacità eccezionali, affiancata alla crescita personale del ragazzo che, guarda caso e come da tradizione, viene morso dal ragno in un momento di fondamentali cambiamenti nella sua vita.

Sul il personaggio di Miles Morales nasce nel 2011, Into the Spider-Verse trae invece vitae dalla quasi omonima saga a fumetti uscita tre anni dopo e in Italia pubblicata come Ragnoverso. Nella serie Miles entra effettivamente a far parte di un’improbabile squadra di Spideys tra cui un Peter Parker adolescente e l’Uomo Ragno del cartone degli anni Sessanta (cui lo stesso film d’animazione regala un delizioso siparietto post-credit). In questo senso il film d’animazione non fa altro che spostare le origini del personaggio nel preciso momento in cui entra in contatto con gli Spider-Man di altri universi permettendogli così un confronto e un addestramento decisamente fuori dal comune, oltre a uno spettacolo garantito.

Senza limitarci a lodare i diversi Spideys passati davanti ai nostri occhi, dal noir Peter B. Parker al warneriano Peter Porker (o Spider-Ham) passando per la bella Gwen e il goffo Peter Parker con la pancia (comunque trattato meglio dell’ultimo Thor), tra i personaggi personalmente meglio riusciti spicca la Dottoressa Liv Octavius, piacevole sorpresa di metà film.

In conclusione Spider-man: Into the Spider-verse è quello che si dice un film per tutti, apprezzato da veterani del fumetto e da bambini che non hanno mai sentito parlare in vita loro dell’Uomo Ragno, adatto a chi non ama i film del MCU e a chi sta ancora piangendo il finale di Endgame. Into the Spider-verse, vincitore del Premio oscar e di un Golden Globe come Miglior film d’Animazione, è soprattutto un buon film d’animazione, tecnicamente e narrativamente parlando, un film per tutti e consigliato a tutti.

Le magasin des suicides e Trollhunters. Le #recensionispicciole di aprile 2019

In questa nuova rubrica raccolgo tutte le #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di aprile.

Le magasin des suicides (Patrice Leconte, 2012)

Ieri ho visto Le Magasin des suicides (2012, LaConte) adattamento d’animazione dell’omonimo romanzo di Jean Teulé.

Ho trovato lo svolgimento generale uno spreco, come se avesse da dare molto di più, un rischio che corre gran parte degli adattamenti.

La bottega dei suicidi, così è stata distribuita in Italia, Rimane tuttavia un ottimo caso di studio grazie alla grave censura per mano della commissione di revisione cinematografica che lo ha vietato ai minori di 18 anni.

Il distributore Sandro Parenzo sbottò «Questo divieto è assurdo, che senso ha farlo uscire vietato? Su questo film delizioso, di un autore affermato, abbiamo fatto un investimento notevole. A questo punto lo ritiro, lo faremo uscire in Svizzera e, quando sarà il momento, in home video».
Il regista disse la sua con ironia: «A due giorni dalla fine del mondo questo divieto ridicolo è una beffa senza senso». Era dicembre del 2012.

Contro la crisi e il carovita scegli una dolce dipartita. Prendi il coraggio fra le dita. Canta con noi: Viva il suicidio.


26 aprile 2019

Trollhuners: Tales of Arcadia (Guillermo del Toro, 2016-2018)

Ieri ho finito Trollhunters : Tales of Arcadia (2016-2018) serie originale Netflix creata da niente popodimeno che Guillermo del Toro.

Ho impiegato qualche anno prima di cominciare a vederla senza nemmeno sapere il perché. Chi mi ha convinto a iniziarla? Una bambina, ovviamente, che nemmeno conosco.

Quando si parla di mostri l’autore di film come El Labirinto del Fauno (2006) ed Hellboy (2004) è certo una garanzia, ciononostante non era per nulla scontato che il risultato fosse qualcosa di così coinvolgente e maturo dal punto di vista narrativo, con insegnamenti fondamentali trattati in maniera intelligente, duri aspetti della realtà come la morte di personaggi principali e soprattutto una rappresentazione dell’eroe complessa e paradossalmente umana, senza perdere mai di vista la bussola e la tavolozza di valori positivi da trasmettere al pubblico di riferimento, grande e piccino.

Si aggiunge il sempre apprezzabile formato antologico della serie, che dopo tre stagioni permette un nuovo arco narrativo con personaggi e situazioni differenti, ma ambientate nello stesso/negli stessi universo/i.

Il primo capitolo dei cosiddetti Racconti di Arcadia è quindi una serie d’animazione consigliatissima e non ancora vista quanto merita, sulla quale non vedrei affatto male un adattamento ludico e/o videloudico.

29 aprile 2019

Dylan Dog n.388 – Esercizio numero 6 #-12 alla meteora

Uscita: 29/12/2018

Soggetto: Paola Barbato

Sceneggiatura: Paola Barbato

Disegni: Giovanni Freghieri

Copertina: Gigi Cavenago

Con la fine dell’anno abbiamo aggiunto un nuovo tassello al misterioso mosaico che si palesa d’innanzi a noi e al destino dell’indagatore dell’incubo per antonomasia.

Il nuovo numero di Dylan Dog Esercizio numero 6 è un nuovo capitolo di quella che viene definita la saga della meteora e che prevede che nell’arco di un anno (nel tempo della storia così come nel tempo del racconto) un grosso asteroide impatterà sulla terra, gettando l’umanità nel caos e verso un’imminente fine.

Per far fronte a questa minaccia si offre volontario nientedimeno che John Ghost, il super villain ideato da Roberto Recchioni che da ormai una cinquantina di numeri ha in serbo per Dylan Dog un piano ancora indefinito, ma che ha tutto il sapore di qualcosa di eclatante, se non di … apocalittico.

Nel numero precedente abbiamo visto come Ghost abbia alimentato l’odio e il caos a Londra, creando un’applicazione che permette ai civili di segnalare individui reputati pericolosi. A quel punto il cittadino è chiamato a radunarsi e farsi giustizia da solo per mezzo di rastrellamenti, pestaggi e vere e proprie esecuzioni pubbliche. Le prime vittime del piano di Ghost sono stati alcuni pazienti psichiatrici fuggiti proprio grazie all’intervento del ricco imprenditore.

In questo nuovo albo ci troviamo invece in una via di mezzo tra gli X-men e Village of Damned (Rilla, 1960). Quest’ultimo felice riferimento è dichiarato dallo stesso Recchioni nella rubrica di apertura, dove si tirano le fila di quanto è successo e di quanto accadrà, futuro di cui gli stessi autori sanno ben poco. Quando l’inquietante countdown sarà finito, infatti, si aprirà un nuovo ciclo narrativo che gli autori non hanno ancora scritto. Il materiale finora definiti è quello che abbiamo tra le mani e numeri successivi da qui a dicembre.

Esercizio numero 6 è un racconto pieno di personaggi, principalmente gli studenti della scuola per esper (da ESP, percezione extrasensoriale) abitazione del nuovo caso. Tra i doni di studenti e docenti se ne annoverano dei più classici, dalla telecinesi alla telepatia, passando per il teletrasporto, l’empatia e la combustione. Gli esercizi di gruppo, come quello che da il titolo all’albo, servono per imparare a controllare i rispettivi poteri attraverso la sintonia e la fiducia reciproca.

Tutto va a rotoli nel momento in cui un camion cisterna si schianta contro una scuola rivale e i sospetti ricadono su Grady, un ragazzo fino a quel momento ritenuto tra i più tranquilli. A quel punto viene contattato Dylan, che per la prima volta si trova ad essere accolto a braccia aperte invece che denigrato o preso a porte in faccia. Nel giro di poche tavole l’indagatore dell’incubo dovrà fare i conti con misteriose scomparse, omicidi ancora più enigmatici e una triste verità che costringerà l’oldboy a fronteggiarsi con una delle sue peggiori fobie (e sono tante!) e con una delle sue più pesanti croci… l’uccisione di un innocente (guarda caso soggetto e sceneggiatura sono di Paola Barbato, unica sceneggiatrice donna della testata celebre per torturare emotivamente l’indagatore dell’incubo).

Di Esercizio numero 6 ho apprezzato il plot complesso a articolato, un dinamismo dato anche dai disegni di Freghieri,che ti lascia incollato alle pagine e ti impedisce di distrarti, pena la perdita di qualche indizio, il nome di uno studente o un particolare utile a tirare le fila verso il finale. Consigliatissimo iniziare la lettura sotto le note di Revolution9 dei Beatles, come suggerito da Recchioni.

Capitolo forse troppo verticale rispetto al precedente, ma c’era da aspettarselo. La Running Plot qui sta in piedi grazie all’espediente della meteora che nel suo lento avvicinamento alla terra funge da costante negli eventi che da qui a un anno vedranno protagonista Dylan Dog.

Stuzzichevoli le tavole di apertura e di chiusura che mostrano come il caos stia giù prendendo piede anche tra le menti più brillanti dell’umanità, nessuno escluso, meravigliosa le seconda uscita dei Trocchi dell’incubo illustrati da Stano.

The Marvelous Mrs Maisel, la recensione della seconda stagione

Genere: Commedia, dramma (o ancora meglio, dramedy)

Prodotto da: Amazon, 2017 – oggi

Scritto e diretto da: Amy Sherman-Palladino

Interpretato da: Rachel Brosnahan, Alex Borstein, Michael Zegen

Anche quest’anno la signora Maisel ci ha augurato una buona notte e rimandato lo spettacolo al prossimo appuntamento con la serie televisiva vincitrice di quattro Emmy dei sei per i quali era stata candidata, inclusi i premi come miglior attrice protagonista e miglior attrice non protagonista per Rachel Brosnahan e Alex Borstein. Attente a quelle due, verrebbe da immaginarsi come sottotitolo per questa stagione in cui Midge (la signora Maisel) e Susie la fanno da padrona e il loro rapporto personale e professionale viene rigirato e declinato sotto più punti di vista. Non se ne ha mai a sufficienza, tuttavia, delle gag cui ci hanno abituati manager e comica, così come non se ne esce mai saturi dalla decina di episodi a stagione di una serie che, così come la prova cui sono sottoposti tutti i membri del cast a ogni scena, richiede d’esser recensita tutta d’un fiato.

Risulta quindi inutile soffermarsi a lungo sulla qualità produttiva di The Marvelous Mrs Maisel, serie che si conferma in questa seconda stagione un gioiellino curato nei minimi dettagli a livello scenico, costumistico, fotografico e soprattutto narrativo.

Al contrario, sugli autori vale la pena spendere qualche parola in più. Ogni battuta, ogni sfumatura, ogni strizzata d’occhio all’interno della serie grida Amy Sherman Palladino e marito, autori di spicco in un’epoca per la serialità televisiva dove è facile assuefarsi di fronte a prodotti di dubbia qualità e al tempo stesso non è possibile agli occhi dello spettatore contemporaneo non riconoscere quando si ha a che fare con un vero e proprio tesoro. Quando ci sono di mezzo i Palladino, in altre parole, non è facile per una serie passare inosservata, e certamente non è da tutti riuscirci. Chiedetelo a Woody Allen e al suo sfortunato debutto nel mondo della serialità televisiva con Crisis in Six Act (Amazon, 2017) che di crisi sembra parlare, sì, ma dell’autore stesso. Date altrimenti un’occhiata alle manovre di Netflix, vedi House of Cards (Netflix, 2013 – oggi) che alla qualità del proprio prodotto ha preferito salvarsi la faccia licenziando l’attore protagonista della  testa d’ariete con la piattaforma streaming ha cambiato per sempre il modo di produrre e consumare serie televisive. Oppure provate a mandar giù l’ultima stagione di American Horror Story: Apocalypse (FX, 2011 – oggi) di cui a breve farò un sunto su Lost In A FlashForward, e cercate di convincervi che questa volta Ryan Murphy non abbia toppato. (NdR. House of Cards e Crisis in Six Acts sono inoltre, tra le altre cose, entrambe serie in cui possiamo ritrovare Rachel Brosnahan in parti di rilievo e sempre diverse).

La serialità televisiva, come il cinema, è un’industria. Parla un linguaggio universale, quello del denaro, e nessuno, nemmeno il critico più sofisticato, potrebbe negare ciò o rivendicare il contrario. Per dirla alla Baudelaire, per il mercante anche l’onestà è una speculazione. Per girarla in favore della settima arte e derivati, come per l’appunto la serialità televisiva, anche l’investimento economico (quindi non la mera speculazione) può essere un mezzo per arrivare all’onestà/qualità del risultato finale.
In tal senso The Marvellous Mrs Maisel, dicevamo, è un gioiellino, un prodotto confezionato dove è davvero difficile cogliere difetti che vadano oltre al “non mi piace il genere”. Una volta che la sceneggiatura dei Palladino ti prende sei abbonato vita natural durante a essa. Così era per Gilmore Girls, compreso il discusso e discutibile revival, così sarà per la serie Amazon se la tendenza rimarrà la stessa di queste due stagioni in cui troviamo un plot articolato, personaggi cui è impossibile non appassionarsi – presunti antagonisti compresi – ebrei, alta moda e John Krasinski (Chuck, Jack Ryan). Una stagione promossa a pieni voti e a occhi chiusi, consigliata a tutti, anche ai più suscettibili.

Per tutti i curiosi e gli appassionati date un’occhiata alla fanpage italiana della serie!

Perfetta sotto [quasi] ogni punto di vista. La supercalifragilistichespiralidosa recensione di Mary Poppins Returns

Regia: Rob Marshall

Sceneggiatura: David Magee

Produzione: Walt Disney

Nell’ottobre del 1965 mia nonna accompagnò sua figlia di sei anni a vedere un musical che avrebbe incantato intere generazioni. Cinquantatré anni dopo quella bambina ha accompagnato i suoi figli, me medesimo e mia sorella, con morosi annessi, a rivivere la stessa, emozionante, avventura.

Mary Poppins Returns non è bello come il primo. Bruciamo così da subito una delle prime cose che vi diranno le persone appena uscite di sala. Ma la storia è bella, aggiungeranno altri a mente lucida, ed è questa una verità sulla quale ci soffermeremo a breve a supporto della nostro commento al film.

Sarebbe più corretto valutare come Mary Poppins Returns non sia paragonabile al primo, nel senso che quello del 1965 e quello del 2018 sono per ovvi motivi due film impossibili da paragonare l’uno con l’altro se ci si sofferma alla novità e alle emozioni suscitate da quello diretto da Robert Stevenson e interpretato da Julie Andrews e Dick Van Dycke più di mezzo secolo orsono.

Del nuovo film sulla famiglia Banks, perché sempre della famiglia Banks si parla e questo è un primo punto a favore, si apprezzano il coraggio di scegliere un sequel a un più scontato reboot, il piglio maturo e complesso nel definire la nuova missione della magica tata al più sicuro rimpasto delle lezioni impartite nel primo film, e soprattutto l’impegno richiesto dagli adattamenti, ma quasi mai rispettato, di somministrare a eque dosi novità e riconoscimento.

Così Mary Poppins Returns richiama il suo predecessore su più livelli (quello della storia, delle musiche e perfino nell’ordine delle gag) e allo stesso tempo propone nuovi spunti e suggestioni volte a espandere l’universo narrativo basato sulla serie di libri per ragazzi di Pamela Lyndon Travers, un universo che non ha mai smesso di riecheggiare nei decenni colorando le infanzie di bimbi e genitori di tutte le età e di tutte le epoche, comprese quelle di crisi economica e sociale.

E di figli, di genitori e di crisi parla quest’ultimo, intelligente capitolo di Mary Poppins. I figli sono quelli di Michael Banks e il genitore è Michael stesso, padre di tre figli rimasti senza madre, cassiere presso la banca di cui il defunto Signor Banks era divenuto socio, nonché aspirante artista colpito dalla Grande Depressione del ‘29. La crisi non è quindi solo quella economica, bensì quella familiare cui Michael e la sorella Jane dovranno sopravvivere per mantenere la casa della loro infanzia. L’arrivo di Mary Poppins, propizio come sempre e in sella all’aquilone che Michael ha appena cestinato, giunge quindi con uno scopo ambivalente e completamente diverso da quello del passato. Da un lato, Mary Poppins deve fare i conti coi suoi bimbi ora cresciuti e reduci dalle dure prove della vita da adulti. Jane deve aprirsi al mondo, mentre Michael deve ritrovare i punti di riferimento perduti insieme alla propria amata. Deve farlo per il bene di se stesso e per quello dei suoi figli, ed è qui che troviamo la seconda missione di Mary Poppins: non tanto l’educazione dei piccoli Annabelle, Georgie e John al mondo adulto, quanto un ritorno all’infanzia che ai tre bambini è stata bruscamente negata con la prematura morte della madre. In tal senso è emblematica la scena del bagno, dove vediamo una Mary Poppins un po’ più sbottonata rispetto a come ce la ricordiamo.

Contribuiscono a emozionarci gli innumerevoli easter egg e tre cameo d’eccezione, quello di Karen Dotrice, la Jane Banks originale, quello di Dick Van Dycke, lo Spazzacamini, nei panni di Mr Dewes Jr, e nientemeno che Angela Lansbury, la quale, come fece nel 1971 con Bedknobs & Broomsticks, sostituisce Julie Andrews per regalare una piacevole sorpresa a vecchio e nuovo pubblico che, come solo i grandi titoli sanno fare, si ritrovano uniti all’insegna di un poco di zucchero e di magia.

Peccato per le canzoni decisamente poco memorabili, nonostante gli arrangiamenti musicali tratti direttamente dall’originale, così come sono poco incisivi i ruoli riservati a guest star di successo come Colin Firth e Meryl Streep, i quali certo non spiccano nella schiera di personaggi di tutto interesse che il film offre, tra cui l’acciarino Jack cresciuto a servizio del vecchio spazzacamini Bert, così come la tata Ellen e l’ammiraglio Boom, quest’ultimi rinati nei volti di Julie Walters e David Warner.

Note di merito vanno poi a Ben Whishaw ed Emily Mortimer, rispettivamente Michael e Jane Banks, ma soprattutto e Emily Blunt, promossa a pieni voti nel ruolo della magica tata in primis per l’enorme responsabilità cui si è trovata a far fronte con (inaspettato) successo.

In conclusione Mary Poppins Returns è un film che porterò nel cuore non solo per motivi biografici personali. La serie ha unito generazioni e continuerà a farlo, regalando alle famiglie e non solo il giusto di magia per non dimenticare cosa vuol dire essere bambini e a superare al tempo stesso le avversità della vita… sempre che il big bang suoni puntualmente l’ora!

Fan di Emily Blunt ne abbiamo? Visita la fanpage italiana dedicata all’attrice britannica!

BE-MOVIE, la recensione del gioco nel quale il set traballa quando un personaggio sbatte la porta

Immaginate di fare il vostro ingresso nelle rovine di quei templi perduti che sono oggi le videoteche. Vi aggirate in questo labirinto di generi, sotto generi, titoli assurdi e contenuti ancora più inverosimili. Ecco, scegliete un genere, un sottogenere, lasciatevi guidare da quel titolo così strano e ora prendete in mano quella VHS/DVD che ha attirato la vostra attenzione. Nel migliore dei casi si tratterà un film di cui non hai mai sentito parlare e che promette tutt’altro che bene, ed è proprio a questo genere di film a bassi costi di produzione che si ispira il quasi omonimo gioco sviluppato da Helios Pu e distribuito da GG Studio. Finalista Miglior Gioco di Ruolo 2018, Be-Movie omaggia il cinema usandolo, violentandolo e celebrandolo al fine ultimo di risolvere al meglio una narrazione collettiva.

In quanto gioco interamente narrativo potrete dunque dimenticare statistiche e lanci di dado (o estrazioni di carte). Ci saranno certo le schede dei Personaggi, mentre il Regista potrà appuntarsi ciò che gli serve sull’apposito Registro. Il resto viene messo a 180° gradi nella grande fornace che è la fantasia dei giocatori/Attori seduti al tavolo, un pastiche narrativo portato avanti dalle interazioni tra Regista e Attori, dai cosiddetti Confronti e dal semplice narrare ciò che accade mediante il linguaggio proprio della sceneggiatura.

Da qui la regola madre del gioco, secondo la quale ciò che non si può mettere in scena non esiste. Bando alle descrizioni superflue e introspettive dunque, e largo invece all’azione più tangibile, spontanea e, certo, pericolosa. Il tutto accompagnato da una clessidra sotto forma di pellicola a scorrimento in cartoncino, un metodo efficiente per rappresentare i costi di produzione che si assottigliano sempre più, i tagli repentini, o gli investimenti su qualche effetto speciale.

In Be-Movie la parola è del Regista, ma le Parole Chiave sono degli Attori, laddove per Parole Chiave intendiamo parole estrapolate dal Blurb (normalmente una frase elogiativa del prodotto da parte di importanti testate, qui intesa come una sinossi contenente il problema che i protagonisti dovranno cercare di risolvere), uno tra i pochi strumenti in mano a ciascun Attore, insieme agli Special e a i Fotogrammi, per prendere in mano la narrazione e aggiungere dettagli alla scena con lo scopo di portarla a proprio vantaggio o, fortemente consigliato, a proprio svantaggio.

L’obiettivo del gioco non è infatti quello di vincere contro il Regista o superare le prove che ci vengono messe davanti, bensì portare a casa una storia che valga all’incirca la pena d’esser definita tale. Sulla falsa riga di altri GdR (tutti citati nel manuale) cui si ispira, il gioco propone dunque di tramare insieme col minor impedimento regolistico.

Da giocatore di ruolo e soprattutto da master, mettendomi alla prova con giochi di narrazione ho messo alla prova anche le mie capacità d’interpretazione, la spontaneità, l’improvvisazione richiesta per lasciarsi sorprendere e, viceversa, il problem solving giusto per non farsi mai cogliere impreparati. In questo senso Be-Movie è il gioco giusto per lanciarsi tra i lupi e iniziare un giro di giostra che nessuno sa quando e come finirà.

Dopo avere divorato il manuale in un paio d’ore (ndr. portatevi sempre da leggere nei luoghi in cui dovete fare della fila) sono finora riuscito a giocare a questo gioco una volta e mezzo nel giro di un mese. Se siete arrivati fino a questo punto della recensione, forse vorrete sapere com’è andata.

Buona la ½. Il mio debutto come Regista di Be-Movie è stato con due soli Attori e il tempo tiranno che ci ha impedito di portare a conclusione il nostro film. In attesa di riprendere in mano il filo della narrazione la partita è intanto entrata nella nostra mitologia delle nostre giocate. Questo quello che ne era venuto fuori.

Titolo: Suffragette Laser

Genere: Fantascientifico (Flavour – Storico)

Copertina: Quattro donne inquadrate dall’alto su copertina bianca incrociano i loro laser andando a comporre il simbolo femminile ♀.

Blurb: 2083. Un congresso di politicanti maschilisti ha trovato il modo di eliminare le donne dalla catena della riproduzione grazie alla clonazione. Toccherà a quest’ultime riunirsi e riprendersi il ruolo che spetta loro nell’universo.

Non è difficile immaginare cosa possa esser seguito a simili propositi e, in attesa di scoprire chi si celi dietro la Madre Galattica a capo delle Suffragette, in questo connubio tra The Handmaids Tale e Blade Runner, mi astengo dall’aggiungere dettagli su quanto accaduto (cosa che potrei fare in futuro a film compiuto).

La nostra seconda partita ha visto il debutto di altri due giocatori, raggiungendo così il numero massimo consigliato di Attori e quindi il numero massimo di scene a disposizione. Con tutto il tempo a disposizione siamo riusciti a portare a casa la storia, soddisfatti e imbarazzati al tempo stesso da ciò che le nostre menti sono riuscite a partorire.

Titolo: Railblood – Terrore sulle rotaie

Genere: Horror (Flavour – Poliziesco)

Copertina: La sagoma della testa di un treno emerge dallo sfondo nero ed è in parte delineate dal soffio di vapore rosso sangue dentro al quale sono visibili gli occhi e il naso di un teschio umano. In alto il logotipo RAILBLOOD gronda sangue, mentre a pié di copertina troviamo la traduzione italiana e volutamente errata del titolo.

Blurb: Epoca vittoriana. Uno degli ultimi ritrovati tecnici sta per diventare il luogo ideale per una serie di efferati omicidi. Prossima fermata la morte.

Ne è risultato un gruppo di protagonisti fuori dal comune, composto dalla Vampira Claudia (ispirata all’omonimo personaggio di Intervista col Vampiro), un licantropo di nome Hultimoh, la Regina Vittoria, cacciatrice di mostri e malata di malaria, e il fuochista Piero, tutti a bordo di un treno disperso in mezzo a una bufera di neve. Uno scontro tra mostri e classi sociali, passando per un attacco terroristico, culmina con un’alleanza inaspettata e il malconcio trionfo della classe operaia. Nella scena di chiusura Piero, reo di due omicidi ma sopravvissuto alla carneficina, viaggia a bordo dell’unico pezzo di treno rimasto, mentre Hultimoh e Claudia, che ora possiede la conoscenza della più longeva Regina d’Inghilterra, passeggiano, anni dopo, per le strade di Londra alla ricerca di nuove vittime.

Railblood – Terrore sulle rotaie è tutto ciò per cui non pagherei mai un biglietto, ma giocarlo è stato, oltre che divertente, incredibilmente stimolante.

In conclusione Be-Movie se ne esce dalla mischia come un gioco semplice e originale, potenzialmente consumabile all’infinito, complice la mancata esigenza di espansioni future. Tutti ingredienti, quelli riscontrati in fase di studio e di gioco, che non a caso gli hanno permesso di concorrere all’Oscar del mondo ludico al fianco di giganti del settore provenienti da Oltreoceano e proposte di setting un po’ masticati e che, tuttavia, si confermano insormontabili.

Si ringraziano per avere giocato con me a Be-Movie Erica di Elle, Lio, Nassy e Il Negromante Radioattivo.

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Trois Visages, la recensione del nuovo non-film di Jafar Panahi

Regia: Jafar Panahi

Sceneggiatura: Jafar Panahi, Nader Saeivar

Tre volti, quello del regista del film e di due attrici. Tutti interpretano sé stessi, o quasi. Un videomessaggio di aiuto e ci immergiamo subito in un lungo viaggio in auto seguito dall’occhio scrupoloso della camera da presa, che in più di un’occasione si tradisce e tradisce così la natura fiction di quello che poteva essere benissimo un documentario ed è invece un road movie semplice e coinvolgente che, insieme a noi e ai suoi passeggeri, veicola un messaggio.

Il messaggio è quello del regista e della riscoperta di una libertà che gli è stata negata dal paese in cui è nato, dove è cresciuto, per il quale ha combattuto e di cui si ostina a raccontarci nonostante gli sia stato negato farlo.

Dopo Taxi Teheran, Jafar Panahi torna a parlarci dell’Iran e della strenua resistenza portata avanti dal mezzo cinematografico e dall’arte iraniana in generale. Lo fa con un film che, quasi a rispettare l’incipit di un’altra opera manifesto del regista (This is not a film, 2011) non è che un pretesto per non tacere la situazione del proprio paese. “Non starai mica facendo un film?” chiede la madre del regista per telefono nella seconda scena, un piano sequenza che non distoglie mai lo sguardo dalla protagonista Behnaz Jafari, riducendo per qualche minuto la presenza del regista a V.O. Una scelta linguistica, quella del Piano Sequenza, che perdura effettivamente per tutto il film, con Panahi ai margini delle vicende principali, vediamo che le sfiora ma non ne prende mai completamente parte, lasciando invece largo spazio a Jafari e alla giovane Marziyeh Rezaei, la ragazza del videomessaggio. Quest’auto-emarginazione rimarca la nota sentenza che nel 2010 condannò il regista a sei anni di carcere, oltre al divieto assoluto di lasciare il paese, rilasciare interviste, scrivere o girare film di alcun genere per almeno vent’anni. Una condanna che appare essa stessa come la sinossi di un racconto distopico ed è invece la realtà quotidiana di tanti dissidenti artisti e cineasti a capo della cosiddetta New Wave iraniana e che operano nel periodo post-rivoluzionario.

Quello di post-rivoluzione è un concetto che non a caso emerge spesso durante Trois Visages e il più delle volte dalla bocca stesso Panahi. In una realtà nazionale dove si è costretti a sottili forme di censura, o ad auto-censurarsi per prevenirne di più dure, la figura dell’artista assume un’accezione negativa agli occhi degli abitanti dei piccoli villaggi incastonati nelle montagne, o  tra una valle e l’altra. Così al loro arrivo Panahi e Jafari vengono accolti a braccia aperte dalla gente del posto, per poi essere denigrati dalle stessa popolazione perché convinti che le due celebrità fossero venuti per risolvere i loro problemi. L’idea che passa, da spettatore seduto in sala, è quella che la caccia alle streghe in Iran si sia propagata fino a piccole realtà come quelle dei villaggi rurali e che la gente sia combattuta tra la fiducia negli artisti, convinti che possano risolvere i loro problemi a differenza delle istituzioni, e al tempo stesso ne siano impauriti e si sentono in dovere di allontanarli e allontanarsene. Non sarà un caso che solo al calare della notte i protagonisti trovino il modo di instaurare rapporti sinceri e intimi con le persone del paese, compreso con il quarto volto, quello anonimo della donna che non compare nel titolo ma che vediamo di spalle nel poster ufficiale del film.

Parliamo della donna che ha scelto di seguire il proprio destino e ne ha subito le conseguenze, divenendo lo zimbello del villaggio e vivendo della sua arte clandestina, fugace e vietata al punto che non ce ne viene mostrato granché e veniamo relegati in auto insieme allo stesso Panahi. Quell’arte che resiste, per l’appunto, in un mondo che crede di potere andare avanti senza, o peggio ne ha paura perché si sa, l’arte genera maschere e ne fa cadere altre, e dietro la maschere ci sono i volti di chi non ha paura di mostrarsi. Nel film Trois Visages ne abbiamo tre, ma sono molti di più coloro che ogni giorno si esprimono attraverso forme d’arte rese illegali nel loro paese, allo scopo di parlare al mondo, per il mondo e, con un po’ di fortuna, di cambiarlo.
Per concludere, Trois Visages poteva intitolare benissimo Trois Nom, quello di Jafar Panahi, Behnaz Jafari e Marziyeh Rezaei che la propria maschera la abbassano ogni volta che propongono film del genere, che se per legge sarebbe meglio non definirli tali lo diremo solo tra noi.

Il mio calendario dell’avvento. 24 film da guardare aspettando il Natale.

Nessuna festa, si sa, è più attesa di quella natalizia. Le città si accendono di luci, agli angoli delle strade si vendono dolciumi e caldarroste e la musica a tema sembra essere ovunque, anche quando non c’è.

Nemmeno il tempo di smantellare le decorazioni di halloween (sì, il mio Halloween dura più a lungo) che nella mia lista di film di Natale si contano già trentanove titoli, dai film che non abbiamo mai visto a quelli che vorremmo rivedere, dagli intramontabili classici a quei titoli inguardabili su carta, ma che sai ti nutriranno del giusto zucchero, gioia e stucchevolezza di cui hai bisogno.

In vista dell’inizio di dicembre ho allora pensato di proporre una selezione di film estrapolati dalla mia lista per andare a comporre un vero e proprio calendario dell’avvento, 24 film per affrontare i ventiquattro giorni che ci separano dal Natale ed entrare così nel giusto mood per superare le feste. Non si tratta di una classifica, pertanto i titoli dei film non saranno proposti in ordine di qualità o preferenza. Alcuni saranno talmente famosi da non necessitare d’altro, se non una spolverata di sinossi (ufficiali e non, per lo più prese dalla rete). Per altri, andremo a vedere quali, dirò qualche parola in più.

Pocketful of miracles (Frank Capra, 1961)


Avuta la notizia che la figlia Louise sta per arrivare dalla Spagna assieme al suo promesso sposo, una mendicante di New York, che le ha sempre taciuto la verità sulle sue condizioni, viene aiutata da una banda di gangster a ricevere i due giovani come si conviene. Il capobanda Dave organizzerà un favoloso party durante il quale la vecchia Annie si presenterà come una facoltosa dama dell’alta società. Dopo la partenza dei promessi sposi, Annie tornerà a mendicare mentre Dave deciderà di cambiar vita.

The Christmas Chronicles (Clay Kaytis, Chris Columbus, 2018)

È la vigilia di Natale e Kate e Teddy sono costretti a trascorrerla da soli: il papà non c’è più e la mamma deve lavorare anche di sera. Decisa a sorprendere Babbo Natale, della cui esistenza si dice sicura, Kate convince il fratello ad assisterla nella costruzione di una trappola che le permetterà di coglierlo sul fatto. Ma quando in effetti Babbo Natale si manifesta, parcheggiandosi sul tetto di casa loro, i ragazzi non resistono alla tentazione di entrare nella sua slitta. In un attimo accade il disastro: le renne si imbizzarriscono, il mezzo parte a gran velocità e i regali precipitano nel vuoto. L’unico modo per salvare la notte più amata dell’anno è passare all’azione: e Babbo Natale non è tipo da tirarsi indietro.

Chiamatemi nostalgico. Possiamo dirlo con una certa scientificità ormai, se c’è una cosa in cui la piattaforma di produzione e distribuzione in streaming più famosa al mondo non eccelle, è sicuramente nella realizzazione di film originali a tema natalizio. Da un anno a questa parte Netflix ha infatti deciso di deliziarci con film natalizi che fanno rimpiangere i bei tempi dei sabati pomeriggio su Mediaset. A partire da A Christmas Prince, in ritardo di una dozzina d’anni rispetto a The Prince and Me e seguito quest’anno dal sequel A Christmas Prince: The Royal Wedding, la carrellata di zucchero industriale continua con The Princess Switch e quello che sembrava il promettente The Holiday Calendar con protagonista l’attrice televisiva Kat Graham.

Qualcuno salvi il Natale! verrebbe da esclamare dopo avere concesso loro l’ennesima possibilità di riscatto. E quando meno te lo aspetti, il salvataggio arriva davvero, ma dal passato…

The Christmas Chronicles porta infatti un vento tutt’altro che nuovo, bensì dei più nostalgici. Di operazione nostalgia d’altronde uno come Chris Columbus ne sa qualcosa, essendo tra gli autori cinematografici di punta a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, a giorni alterni produttore, regista e sceneggiatore di gioiellini per ragazzi come The Goonies, Gremlins, Mrs Doubtfire, Home Alone, Bicentennial Man e i primi due capitoli della saga Harry Potter. Con Columbus produttore, la buona riuscita di The Christmas Chronicles è certo da attribuire a Clay Kaitys e Matt Liberman, rispettivamente regista e sceneggiatore, ma l’intento resta evidentemente quello di rievocare un cinema e una televisione natalizia non appartenente a questo millennio. Gli ingredienti ci sono tutti, il Natale in crisi e due giovani protagonisti destinati a vivere una grande avventura al fianco di un Babbo Natale non poi così convenzionale, merito  di un Kurt Russel scoppiettante e della sua declinazione sexy rock del re delle feste. 

Miracle on 34th Street (George Seaton, 1947)

Un vecchio, in occasione delle feste, viene assunto da un grande magazzino come Babbo Natale. I modi affabili dell’uomo e le sue premure disinteressate verso i piccoli lo fanno diventare il loro idolo. Un suo avversario, però, riesce a farlo passare per pazzo, ma una vedova e un avvocato prendono a cuore il suo caso e al processo riescono a farlo assolvere.

Miracle on 34th Street (Les Mayfield, 1994)

Dorey Walker è una giovane donna abbandonata alcuni anni prima dal marito. Ha un figlia di otto anni ed è direttrice dei servizi speciali di un grande magazzino di New York. In occasione del Natale sostituisce l’uomo, un ubriacone, che interpreta il ruolo di Babbo Natale per promuovere le vendite del grande negozio. Il prescelto è un vecchio signore, Kriss Kringle, che prende molto sul serio il suo ruolo. È convinto infatti di essere il vero Babbo Natale.

Scrooged (Richard Donner, 1988)

A volte gustosa, non di rado appesantita dalla faticosità di certe invenzioni, rielaborazione del classico Racconto di Natale di Dickens. Al posto del fatidico avaraccio vittoriano (che ispirò anche lo zio Paperone di Disney) c’è il dirigente di un network televisivo che ha sacrificato tutto alla carriera (ha allontanato anche il fratello e la dolce fidanzata). Un prodigio natalizio (anzi una serie di incontri con petulanti fantasmi) lo indurrà a cambiar vita.

Dr. Seuss’ How the Grinch Stole Christmas (Ron Howard, 2000)

Nel paese di Chinonso ci si prepara da sempre al Natale. Tutti sono indaffarati a comprare e spedire regali e solo in questo sembra risiedere il senso del Natale. La piccola Cindy Lou ha però il dubbio che questo non basti. Cerca allora di cambiare le cose convincendo il potente e viscido sindaco ad invitare alla festa il Grinch, un essere verde e peloso che vive con gli oggetti prelevati dalla discarica sulla cima del monte Bricioloso. Il Grinch, seppur riluttante accetta l’invito, ma durante la preparazione dei festeggiamenti riemergono le frustrazioni che aveva dovuto subire da piccolo. Decide allora di vendicarsi rubando tutti i doni, alberi di Natale compresi. Sarà l’occasione per riflettere sul vero significato della festa

How the Grinch Stole Christmas! (Chuck Jones, 1966)

Uno speciale televisivo d’animazione, basato sui libri omonimi bambini di Dr. Seuss, è uno dei pochissimi speciali di Natale televisivi a essere trasmesso regolarmente a distanza di più di cinquant’anni dalla prima messa in onda. Jones e Geisel, gli autori del mediometraggio animato, collaboravano per una serie di vignette di formazione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Home Alone (Chris Columbus, John Hughes, 1990)

Diretto dallo sceneggiatore di The Goonies e Gremlins, il film ha rubacchiato l’idea dal francese Un minuto a mezzanotte (1989). Due famiglie decidono di andare in vacanza in Francia, così i componenti se ne partono allegri, pimpanti e un po’ nervosi. La madre di Kevin però ha rinchiuso il bambino in soffitta, in castigo. Così nella fretta Kevin viene dimenticato a casa. All’inizio si diverte un mondo ma poi comincia a preoccuparsi, soprattutto quando giungeranno a fargli visita due ladri alquanto maldestri che sistemerà in tempo per Natale.

It’s a Wonderful Life (Frank Capra, 1946)

È la viglia di Natale e George Bailey è solo, su un ponte, con cattive intenzioni. Lui che ha rinunciato a tutto pur di mandare avanti l’attività del padre, morto prematuramente, ora si trova di fronte allo spettro del fallimento. Sarebbe stato meglio non esser mai nati, pensa lui. A quel punto scende giù dal cielo un angelo a mostrargli cosa sarebbe successo se lui non fosse mai nato.The War of Roses (Danny de Vito, 1989

The War of the Roses (Danny de Vito, 1989)

Una coppia di yuppie divorzia. Separati in casa? La battaglia per la spartizione dell’appartamento è all’ultimo sangue. Commedia nerissima e crudele. Benché faccia molto ridere, è maledettamente seria nel raccontare che cosa succede quando l’odio coniugale si trasferisce sul piano del possesso e della difesa del territorio. Danny de Vito attore e regista di un film di Natale non proprio convenzionale.

La fine di una storia, quella di un’epoca. A una prima occhiata, The War of the Roses non può essere un film di Natale. Gli manca tutto ciò che un film di Natale non può non avere, elogio all’amore, alla famiglia e ai valori positivi dello stare insieme. The War of Roses è un ricco lampadario che si infrange al suolo, il disvelo di una società medio-borghese che non è più la stessa e che deve fare i conti con la realtà dei fatti.  Il film di Danny de Vito con protagonisti Michael Duglas e Kathleen Turner è sovversivo, irruente e crudele, ma dice tutto ciò che un intero decennio ormai al tramonto, quello degli Eighties, non ha avuto il coraggio di dire e ha anzi mascherato in favore di un conservatorismo radicale dei valori economici e sociali di cui gli anni Cinquanta erano indorati fino al midollo. 

In altre parole, The War of Roses “celebra il funerale di qualunque ruolo – uomo e donna, marito e moglie, manager e casalinga – e della casa come proprietà indivisibile e incorruttibile, e che polverizza il matrimonio come valore archetipico, ridicolizzando perfino il conflitto armato come strumento ineluttabile per la salvaguardia dell’integrità sociale” (Bocchi, Idee e idelogie del cinema americano anni ’80). Particolare non trascurabile, il film di De Vito è comunque un blockbuster, non ha alcuna pretesa autoriale ed è dedicato proprio all’ampio pubblico delle famiglie che sotto le feste andava al cinema (il tempo passato è voluto). Le prime feste dopo il governo Reagan e all’alba di una nuova epoca con alla casa bianca George H.W Bush. Significativa infine la partecipazione di un giovane Sean Austin, cresciuto rispetto a The Goonies, emblema di un cinema che non c’è più.

The Snowman (Raymond Briggs, 1982)

Nasce nel 1978 in forma di libro illustrato senza parole. Un giorno d’inverno, un bambino costruisce un pupazzo di neve che allo scoccare della mezzanotte prende vita. Il bambino e il pupazzo di neve giocano insieme stando attenti  non svegliare i suoi genitori, poi fanno visita al mondo dei pupazzi di neve dove il bambino conoscerà il Re delle feste in persone. Ma il tempo dei giochi sta per finire e il pupazzo di neve deve portare a casa il Bambino prima che sorga sole…

My Fair Lady (George Cukor, 1964)

Un noto glottologo londinese, il professor Higgins, scommette con un suo amico e collega, il colonnello Pickering, che riuscirà a trasformare la sgraziata e cenciosa fioraia Eliza in una raffinata dama degna d’essere presentata all’annuale ballo dell’ambasciata.

La rana in Spagna gracida in campagna. Non giriamoci attorno, My Fair Lady non è un film di Natale. Ciononostante, se dev’essere il mio calendario dell’avvento non poteva mancare il film che a casa mettiamo su ogni anno mentre decoriamo l’albero. Un musical in piena regola che fa ridere e commuovere come è giusto che sia. Audrey Hepburn che grida “move your bloomin’ arse!” poi non ha prezzo.

White Christmas (Michael Curtiz, 1954)

Due reduci di guerra, che hanno sfondato come artisti di varietà, capitano in un albergo di montagna tirato avanti alla meno peggio dal loro ex generale. I due si danno da fare, organizzano uno spettacolo, rilanciando in grande stile la locanda, guadagnandosi, oltre alla gratitudine del loro ex comandante, anche l’affetto di due belle ragazze.

Let it snow, let it snow, let it snow… Non posso non aggiungere come questo film per me abbia una valenza molto personale. Come nelle migliori storie su schermo, la prima volta che vidi questo film  cominciò a nevicare davvero, proprio durante i titoli di coda. Ne consiglio pertanto la visione ogni volta si necessiti di un po’ di magia natalizia, che non sempre funziona ma crederci fa bene.

The Holiday (Nancy Meyers, 2006)

Amanda vive a Los Angeles dove è il capo di una società che realizza trailer cinematografici. La sua vita professionale va a gonfie vele mentre la sfera privata è un disastro per via della sua tendenza a voler avere ad ogni costo il controllo sulle sue emozioni. Dall’altra parte dell’Oceano c’è Iris, una giornalista inglese di cronaca rosa che si innamora sempre delle persone sbagliate finendo per essere vittima dell’amore a causa della sua natura romantica. L’ennesima delusione sentimentale spingerà le due donne, così diverse fra loro, a sentire la necessità di un cambiamento netto. Grazie a un annuncio online decidono di scambiarsi l’abitazione per le vacanze, e a 6000 miglia di distanza da casa riusciranno finalmente a riappropriarsi della propria vita.

The Shop Around the Corner (Ernst Lubitsch, 1940)

Alfred Kralik lavora come commesso nel negozio di regali ‘Matuschek’s’, il ‘negozio dietro l’angolo’ che dà il titolo al film, ed è innamoratissimo di una ragazza che non ha mai conosciuto di persona, ma con la quale scambia una fittissima corrispondenza epistolare. Da ‘Matuschek’s’ lavora anche come commessa Klana Novak e i due non si sopportano… ma non sanno che tra loro l’amore è già sbocciato per lettera: Klana infatti è proprio la ragazza che Alfred non ha mai conosciuto e per la quale ha perso la testa.

Little Lord Fauntleroy (Jack Gold, 1980)

Ennesima versione del classico per ragazzi di Francesca Burnett, si distingue dalle precedenti grazie all’interpretazione di Guinness e del piccolo Ricky Schroeder. La storia è sempre quella: un vecchio Lord designa come suo erede il nipotino figlio del matrimonio fra il suo primogenito (ora defunto) e una donna americana. Va tutto bene (il vecchio e il bambino si adorano) quando spunta un altro piccolo pretendente (nato da un’avventura del primogenito). Ma è una truffa. Come scoprirà, grazie a un caso fortuito, il vecchio aristocratico.

Trading Places (John Landis, 1983)

Due fratelli avari finanzieri di Filadelfia, per dimostrare che è l’ambiente a fare l’uomo e non viceversa, mettono al posto di un giovane manager un mariuolo nero. Questi si abitua subito alla ricchezza e ha grande successo come uomo d’affari, mentre l’altro si degrada sempre più nei bassifondi. I fratelli hanno vinto. Ma i due giovani, accortisi di essere stati usati, si vendicheranno alla grande.

Love Actually (Richard Curtis, 2003)

Pochi giorni a Natale in una Londra dove l’amore è dappertutto. Dieci storie di ogni risma si intrecciano a formarne una sola: Hugh Grant è il nuovo Premier appena insediatosi e si innamora di una ragazza del suo staff; sua sorella (Emma Thompson) è convinta di essere tradita dal marito (Alan Rickman).

Love must go on. Il merito di film come Love Actually è certo quello di avere saputo leggere i tempi e le persone. Se nel 2018 The Christmas Chronicles è un forte segnale d’allarme, il bisogno di guardarsi indietro, a inizio anni 2000 c’erano alcuni film, soprattutto statunitensi, che avevano assorbito le paure e la confusione di un popolo di fronte all’improvvisa consapevolezza dell’ignoto e del terrore,  e si presero carico di un messaggio di positività e coraggio che le istituzioni, ancora una volta, non erano state capaci di trasmettere. In questa importante mission svolsero un ruolo chiave anche i nuovi film di Natale, che non potevano certo dire alle famiglie che tutto andava bene solo con un po’ di musica, luci e balocchi. Ci voleva un fattore molto più potente che sconfiggesse l’odio e riunisse le persone, qualcosa che aiutasse ad andare avanti e essere più felici.

“Quando sono state colpite le Torri Gemelle” dice il V.O all’inizio di Love Actually. “per quanto ne so nessuna delle persone che stavano per morire ha telefonato per parlare di odio o vendetta, erano tutti messaggi d’amore”.

“Le statistiche dicono che per una venticinquenne oggi è più facile cadere vittima di un terrorista che trovare marito” ricorda il personaggio di Cameron Diaz agli amici in The Holiday, per spiegare loro che ha bisogno di una vacanza. 

Al Natale comandato, folletti e magia i film natalizi statunitensi di inizio Duemila scelgono che il messaggio da veicolare debba essere più sincero, consapevole e perché no, anche critico. 

Harry Potter and the Philosopher’s Stone (Chris Columbus, 2001)

Harry Potter vive con gli zii e il cuginetto sin dalla più tenera età dopo la morte dei suoi genitori. Sta ormai per compiere undici anni quando scopre di essere un mago e comincia a ricevere lettere, regolarmente sequestrate, portate da gufi. Dovrà giungere il gigantesco Hagrid a recapitargliene personalmente una perché possa apprendere di essere stato ammesso a frequentare la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Gli zii a questo punto non possono far più nulla e Harry raggiunge la Scuola dove apprende che il suo nome è già noto e dove scoprirà di avere naturali doti magiche.

Mickey’s Christmas Carol (Burny Mattinson, 1983)

Durante la notte della vigilia di Natale Scrooge/Paperon de Paperoni riceve la strana visita del fantasma del suo vecchio socio che lo ammonisce sul triste destino riservato agli avari senza scrupoli come lui, lasciando poi la scena ai tre spiriti del Natale che gli faranno vedere al vecchio papero passato, presente e un terribile futuro… 

Un canto eterno. Non poteva mancare in questa lista un classico dell’animazione natalizia come il Canto di Natale di Topolino. Il Canto di Natale, vedi più in alto Scrooged, è forse il racconto più adattato per il cinema e la televisione. Approfitto di questa parentesi per suggerire di vedere in alternativa o in aggiunta l’omonima trasposizione televisiva del 2004 diretta da Arthur Allan Seidelman, o il film animato del 2009 diretto da Robert Zemeckis con Jim Carrey nei panni di Scrooge, e infine il più leggero e discutibile Ghosts of Girlfriends Past con Matthew McConaughey e Jennifer Garner.

The Santa Clause (John Pasquin, 1994)

Come parlare di coppie in crisi e di figli contesi in un clima natalizio? Esiste Babbo Natale? La Disney costruisce un film in equilibrio instabile tra il suo cinema “classico” e la strizzatina d’occhio al pubblico adolescenziale allevato a telefilm. Gli ingredienti non si amalgamano e ne esce un impasto non lievitato tra fiabesco e reale.

Il Natale ai tempi del divorzio. Altro film della mia infanzia, come molti invecchiato male e al tempo stesso un must have per gli amanti del genere. Si contraddistingue, certo sulla falsa riga di film come Mrs Doubtfire, per l’affrontare temi come il divorzio e la separazione in maniera realistica e dura, in questo caso con un immancabile pizzico di magia che non guasta mai, o quasi. Un vero e proprio contraltare del film che propongo di seguito, dove Schwarzenegger è un superpapà disposto a fare di tutto per non rinunciare alla propria famiglia.

Jingle all the Way (Brian Levant, 1996)

Arnold Shwarzenegger nella parte di un papà troppo impegnato che dimentica di fare il regalo di Natale al figlio. Dovrà impegnarsi duramente per rimediare.

Gremlins (Joe Dante, 1984)

Rand Peltzer, inventore, ha trovato un regalo natalizio perfetto per suo figlio Bill: un piccolo mogwai tenero e buffo. Per allevarlo basta rispettare tre regole: non esporlo alla luce del sole, non dargli del cibo dopo la mezzanotte e non dargli mai dell’acqua. Sarà sufficiente che il piccolo Pete infranga inavvertitamente una delle regole perché inizi la trasformazione da docili cuccioli a temibili gremlins.

Edward Scissorhands (Tim Burton, 1990)

Un giorno, una rappresentante va a proporre i propri prodotti cosmetici allo strano inquilino di un maniero in stile gotico. Conosce così Edward, creatura di un inventore (Vincent Price) che dopo la morte di quest’ultimo è rimasta in balia della solitudine. Il ragazzo al posto delle mani ha delle enormi forbici. 

Troppa Grazia, la recensione del film di Gianni Zanasi con Alba Rohrwacher

Regia: Gianni Zanasi

Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Michele Pellegrini, Giacomo Ciarrapico, Federica Pontremoli

Produzione: Rai, Pupkin Production, IBC Movie

A detta dello stesso autore, e malgrado quanto fatto trapelare dal titolo, Troppa grazia non non è un film che parla di religione. Lo si potrà intuire, prestando nemmeno troppa attenzione, a partire dalla presenza non poi così predominante della Madonna interpretata dall’attrice israeliana Hadas Yaron. Siamo quindi lontani dalle “magnifiche presenze” che infestavano l’appartamento romano di Pietro (Elio Germano) nell’omonimo film di Ferzan Özpetek, o dalla Marilyn Monroe di Pieraccioni del 2009. Nel caso di Troppa grazia non è il passato o mondi altri a essere rievocati e chiamati in causa, bensì l’infanzia della protagonista e l’appello al ritorno collettivo a credere in se stessi, ad avere fede nella semplicità delle cose e nella ricerca di una felicità che, Gianni Zanasi lo sa bene, può apparire alle volte un sistema complesso (G. Zanasi, La felicità è un sistema complesso, 2015).

 

Alba Rohrwacher è Lucia, geometra precaria e mamma single, o meglio in piena rottura con il personaggio interpretato da Germano, Arturo, e ,come ogni madre, in precaria rottura anche con la figlia Rosa, della quale veste i panni la giovane Rosa Vannucci alla sua prima performance sul grande schermo. Durante un sopralluogo nelle presepiali campagne viterbesi appare al fianco di Lucia una donna che la protagonista inizialmente scambia per una profuga in cerca di cibo o soldi, magra, dall’accento straniero e con un “coso blu” sulla testa. Se la seconda volta la Madonna si presenta, con una spontaneità disarmante, come la madre di Dio, la terza comparsa sfocia nella violazione di domicilio, quando l’ospite immaginario si materializza nella cucina di Lucia ordinandole di fermare gli uomini (intende l’amico Paolo, Giuseppe Battiston, e l’architetto Guido) e di erigere una chiesa nei terreni dove stanno per essere costruite le fondamenta di un centro commerciale, le stesse terre dove Lucia è cresciuta e che entrano in scena fin dai primi secondi di film. Quel paesaggio che in Troppa grazia è un personaggio come gli altri, un amico d’infanzia nei cui occhi è tanto facile perdersi quanto ritrovarsi, come quelli delle persone che fanno parte della vita della protagonista, dalla stessa Rosa ad Arturo, passando per il collega Fabio e soprattutto per l’amica Claudia (Carlotta Natoli), la quale non ci pensa due volte a prenotare alla donna una seduta da uno specialista, ma che è al tempo stesso la prima a prestarle soccorso.

 

Fin dallo scambio di battute iniziale tra la madre di Dio e Lucia, la strada che il film rischia di prendere è inesorabilmente quella della commedia degli equivoci, un flavour già sondato (a sufficienza?) nel cinema italiano di genere. Minaccia che viene invece sventata in poco tempo dalla profonda caratterizzazione di tutti i personaggi, principali e non, e da una complessità narrativa e registica di un interesse culturale riconosciuto anche istituzionalmente (ricordiamo che il film ha vinto il premio degli esercenti europei al Quinzaine des réalisateurs). Pensiamo alla filosofia decadente di Paolo, ai complessi adolescenziali di Rosa o all’insistenza e alla devozione contraddittoria di Arturo, che non sopporta il fatto che Lucia riesca ad andare d’accordo con tutti, anche con la Madonna, ma con lui no. Basti guardare lo studio dell’immagine, la fotografia di una natura che in parte parla da sola, come Lucia, e che sospende il tempo a tal punto che sul finale ci chiediamo dove andranno a parare o se da spettatori verremo sorpresi alla Fellini da qualche festicciola in onore della luna (d’altronde Elio Germano pochi anni fa interpretò Giacomo Leopardi).

 

Non ci sarebbe nemmeno bisogno, infine, di sottolineare il doppio tra Lucia e la Madonna, entrambe ragazze madre, entrambe madri di figlie senza un padre, forse unico riferimento inequivocabilmente religioso che troviamo all’interno del film. Ma, lo abbiamo detto, Troppa grazia non parla di annunciazioni divine, il percorso di Lucia è quello di una donna che ha soffocato se stessa troppo a lungo e che scende a patti con la figura di due madri, la sua, che non c’è più, e quella che le serve per ritrovare un’infanzia perduta che ora bussa alla sua porta “[…] giustamente molto arrabbiata” (il virgolettato è preso dalle note del regista). E allora la Madonna l’aiuta a superare determinate prove che non crede di riuscire ad affrontare da sola, quella di “fermare gli uomini”, di parcheggiare l’auto, e per spronarla arriva a farci a botte, letteralmente.

 

In sintesi, Troppa grazia non stroppia. L’ultimo film di Gianni Zanasi resta in piedi dall’inizio alla fine, complice un Alba Rohrwalcher che si conferma e tiene botta anche a scene in cui si cerca di colmare l’introspezione della protagonista con primi piani e piani sequenza muti, ma mai accessori. La chiesa di Lucia è infine ciò che tutte le persone dovrebbero costruire nei luoghi del loro cuore, della loro infanzia, impedendo all’artificio, ai falsi dei e “agli uomini” di corromperle, com’è invece il caso del padre della protagonista, che da cinquanta persone ai piedi del palco è passato a cinquantaseimila amici su Facebook, o ancora una volta di Paolo, secondo il quale al fine di non sporcarci le mani non dovremmo far altro che stare seduti e morire.

Ognuno di noi dovrebbe cercare la propria chiesa e salvarla. Questo sembra quello che scopre Lucia sul finale stringendo per mano la figlia e addentrandosi in seno a un accettato equilibrio anche materno. Un equilibrio che fa sì che non ci sia bisogno di conoscere il destino di Lucia o le conseguenze del gesto di Arturo e Fabio, dettato una fede smisurata per la donna, dall’amore o da semplice follia . Come solo i film ben riusciti sanno fare, tutto ciò che è stato messo in scena basta a ricevere qualcosa, ad aprirsi a un messaggio, fosse anche dettato da un po’ di grazia.

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