‘Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker’ it’s a trap. A review from a galaxy far far away…

“I think approaching any creative process with [making fandom happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “INDIWIRE”, 16 dec 19

Dec 2019

The saga it’s ended, but the story will live on forever. And the history, you know, is written by the winners.

In Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker the only winner is certainly J.J Abrams who comes back from the future after a two years-and-a-chapter exile, meanwhile his colleague Ryan Johnson won the sequel trilogy bet with his The Last Jedi.

In two word, TRS is a conservative film and as such will particularly appeal to those who so far have not accepted the new narrative arc.

TRS it’s a trap, the rise of the reactionary audience that as palpatine has pulled the strings of the whole thing. A movie that largely rewrites the innovations of its predecessor, cancelling the reforming and iconoclastic impetuosity of TLJ and abjuring the foundations of narrative progress laid by Johnson. The result is inevitably a trilogy written film by film, without a premeditated linear storyline. A product that undermines the high concept nature of a complex universe like Star Wars, offering a jumble of nostalgia and precariousness of meaning that the audience, but also the protagonists of the new trilogy, did not deserve.

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake” says Rian Johnson, this month in theaters with his new film Knives Out. To associate narrative quality with audience happiness often, to paraphrase Johnson, leads to the opposite result.

Precisely for this reason I find myself blasting a film that I’ve been waiting for so long and a trilogy that I’ve loved and defended with a lightsaber treated until today. I was there when very few people could take the hit of The Force Awakens, I knew that after all it was a chapter aimed at bringing together several generations of audiences and that the real challenge would be the next film. So I rejoiced when I confirmed that TLJ could be said to be an additional piece in a saga that was apparently bent on itself, something no one had ever said before and an offering of courageous and unexpected values and ideas. Always for all these reasons I seriously believed in the perspective of TRS.

First came the truth about Rey’s origins, a truth we didn’t need because TLJ’s answer was more than enough. Then came the constant feints of a spineless film that throws in events that are an end in themselves and have no real consequences for the fate of the characters. The few tears are wiped away with a denial in the next scene, the solid convictions dismantled with resolutions that are often not credible or completely wrong.

A movie written for the fans. So Rose remains little more than wallpaper, Luke knew everything and did nothing, the Knights of Ren reduced to a futile skit, unlimited enemy resources as inexplicable, characters disappear and entire situations are reset. We return to the simple struggle between Good and Evil and the Jedi Order, so much questioned in the previous chapter, back to triumph with no chance for discussion; the Skywalkers, despite the fact that the heroine of the story bears a different surname, once again restore the balance in the Force (and in the Saga). But history, as we have said, is written by the winners, so doesn’t matter if in the final scene there is no place for the ghosts of Anakin and Ben Solo, the sides of the Force remain clearly distinct where we wished for a range of grays that would have opened the door to as many possibilities.

The horizon suddenly became flat, the galaxy impossibly small. An entire film could have been devoted to the Rebels regaining credibility and energy, a grand finale would have opened up a universal Force within the reach of all and not just one legacy.

Rey herself comes to terms with an origin that she then decides to deny in a final scene where, with roles reversed, something could have been said. If she had been the one to die and we had seen Ben go to Tatooine in her place to bury the past, we would have witnessed the “rise of a Skywalker” but also the realization of the dream shared for a moment by the two counterparts.

The yellow lightsaber is the real element that definitively betrays the farce, what should have been yet another twist to prove an overcoming of the past is instead an anchor firmly grounded and immovable, a stale and didactic return to the origins that provides for a Positive Side of the Force determined by a conservative and dynastic elite, a bit like the Star Wars audience.

Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker it’s a trap. La recensione dell’ultimo film della saga

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “Indiewire”, 16 dic 2019

La saga è giunta al termine, ma la storia vivrà per sempre. E la storia, si sa, la scrivono i vincitori.

Nel caso di Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker ne esce come unico vincitore J.J Abrams, tornato in pompa magna dopo un esilio durato due anni e un capitolo, l’ottavo della saga, con il quale il sostituto Rian Johnson aveva vinto agli occhi della critica la scommessa della nuova trilogia.

Di fatto, The Rise of Skywalker è un film conservatore e come tale piacerà particolarmente a coloro che fino a questo momento non hanno avuto intenzione di mandare giù il groppone di questo nuovo arco narrativo.

The Rise of Skywalker it’s a trap. È l’ascesa del pubblico reazionario che come Palpatine si scopre avere tirato le fila dell’intera faccenda. Un film che riscrive in gran parte le innovazioni del precedente, annullando così l’impetuosità riformatrice e iconoclasta di The Last Jedi e abiurando quelle basi di progresso narrativo gettate da Johnson. Il risultato è inevitabilmente una trilogia scritta film per film, senza una storyline lineare premeditata. Un prodotto che mina la natura high concept di un universo complesso come quello di Star Wars, offrendo un guazzabuglio di nostalgia e precarietà di significato che il pubblico, ma anche i protagonisti della nuova trilogia, non meritavano.

“Scrivere qualcosa di creativo per accontentare i fan è un errore” afferma Rian Johnson, questo mese nelle sale con il suo nuovo film Knives Out. Assoggettare la qualità narrativa alla felicità del pubblico porta, spesso e volentieri, sempre parafrasando Johnson, al risultato opposto.

Proprio per questo mi trovo a blastare un film che ho tanto atteso e una trilogia che ho comunque amato e difeso a spada (laser) tratta fino a oggi. Io c’ero quando in pochi hanno retto la botta di The Force Awakens, sapevo che in fondo si trattava di un capitolo volto a riunire diverse generazioni di pubblico e che la vera scommessa sarebbe stata il film successivo. Pertanto gioii quando ebbi conferma che The Last Jedi poteva dirsi a tutti gli effetti un tassello aggiuntivo di una saga apparentemente piegata su se stessa, qualcosa che nessuno aveva mai detto prima e un’offerta di valori e idee coraggiose e inaspettate. Sempre per tutti questi motivi credevo seriamente nella prospettiva di The Rise of Skywalker.

Poi è arrivata la verità sulle origini di Rey, verità di cui non avevamo bisogno perché la risposta di The Last Jedi era più che sufficiente. Sono arrivate le continue finte di un film senza spina dorsale che getta in campo eventi fini a se stessi e privi di reali conseguenze sul destino dei protagonisti. Le poche lacrime vengono asciugate con una smentita nella scena seguente, le solide convinzioni smontate con risoluzioni spesso poco credibili se non del tutto sbagliate.

Un film scritto per i fan. Così Rose resta poco più che carta da parati, Luke sapeva tutto ed è stato zitto, i cavalieri di Ren ridotti a futile siparietto, risorse nemiche illimitate quanto inspiegabili, spariscono personaggi e vengono resettate intere situazioni, si torna alla semplice lotta tra Bene e Male e l’Ordine dei Jedi, tanto messo in discussione nel capitolo precedente, torna a trionfare senza margine di discussione; gli Skywalker, nonostante l’eroina della storia porti un altro cognome, ristabiliscono ancora una volta l’equilibrio nella Forza (e nella saga). Ma La storia, lo abbiamo detto, la scrivono i vincitori, e quindi poco importa se nella scena finale non c’è posto per i fantasmi di Anakin e Ben Solo, i lati della Forza rimangono nettamente distinti laddove si auspicava una gamma di grigi che avrebbero aperto le porte ad altrettante possibilità.

L’orizzonte si è fatto improvvisamente piatto, la galassia incredibilmente piccola. Un intero film poteva essere dedicato al recupero di credibilità e di energie da parte dei Ribelli, un gran finale avrebbe aperto a una Forza universale alla portata di tutti e non di un unico retaggio.

La stessa Rey si trova a fare i conti con un origine che poi decide di rinnegare in una scena finale dove, a ruoli invertiti, qualcosa si sarebbe potuto dire. Se a morire fosse stata lei e avessimo dunque visto Ben recarsi al posto suo su Tatooine per seppellire il passato, avremmo assistito all'”ascesa di uno Skywalker” ma anche al realizzarsi del sogno per un attimo condiviso dalle due controparti.

La spada laser gialla è il vero elemento che tradisce definitivamente la farsa, quello che sarebbe dovuto essere l’ennesimo colpo di scena a prova di un superamento del passato è invece un’ancora ben saldata a terra e inamovibile, uno stantio e didascalico ritorno alle origini che prevede un Lato positivo della Forza determinato da un élite conservatrice e dinastica, un po’ come il pubblico di Star Wars.

La settimana del mio compleanno. 7 film visti o ri-visti in occasione di una tradizione poco convenzionale

Chi dice che il compleanno si debba festeggiare un giorno solo? Oltre all’ufficio anagrafe, intendo.

È il caso mio e della mia ragazza che da qualche anno a questa parte, al fine di tormentare l’altro o condividere piccoli piaceri della vita, dedichiamo reciprocamente un’intera settimana al festeggiato di turno, il quale ha l’onore e l’onere di scegliere 7 cose da far vedere su piccolo schermo alla propria anima gemella. Inutile dire che questa tradizione veste bene anche su una compagnia di amici, coinquilini e animali domestici.

7 giorni ,dunque, per condividere la visione in maniera indiscriminata, una libertà meno semplice da sfruttare e gestire di quello che si pensi. Un esempio su tutti: l’anno scorso propinai quattro episodi di Breaking Bad prima di accettare che non tutti possono amarlo come lo abbiamo amato io e molti altri. .

Più passa il tempo, più capisci che un’occasione simile è da sfruttare al meglio. Notare bene: ‘obbligare’ l’altro a vedere quello che vuoi non dev’essere una punizione, bensì un momento di condivisione e suggerimento per la visione temporaneamente unidirezionale e comunque reciproco (prima o poi compirà gli anni anche l’altro, no?).

Di seguito vado quindi a elencare la bizzarra sequela di titoli che ho scelto di ri-vedere, sperimentare e recuperare nella prima settimana di novembre.

Mad Max – Fury Road (G. Miller, 2015)

La prima volta che vidi questo film fu grazie a un blu-ray prestatomi da un amico. Questa volta sono andato a ripescarlo direttamente dal catalogo Netflix e comunque posso dirmi orfano dell’esperienza più completa per godere a pieno di Mad Max – Fury Road: il grande schermo e una sala buia. Anche in televisione, tuttavia, risulta innegabile l’efficacia visiva e spettacolare del film, un’opera di un’esplosività fotografica non richiesta e per questo inaspettata. Il racconto non osa, al contrario di tutto l’apparato circostante che invece osa eccome e riesce nell’impresa.

Donnie Darko (R. Kelly, 2001)

Non credo esistano film che possa dire di non avere capito, eccetto Donnie Darko. Proprio per questo motivo la presi fin da subito come una sfida personale: sarei dovuto arrivare a capire ciò che questo film intendeva dirmi. Perché qualcosa mi stava dicendo, lo percepivo e ne godevo a tal punto da volerne ancora. Con sommo piacere posso affermare che diciannove anni dopo l’uscita del film, e alla nona visione dello stesso, ho finalmente cominciato a scalfirne la scorza, riuscendo a intuire qualcosa in più di quello che negli anni è diventato un vero e proprio cult fatto di teorie su teorie, risposte sempre diverse l’una dall’altra. Con ogni probabilità anche chi legge ha la propria verità in tasca che sarà comunque, inspiegabilmente, diversa dalla mia.

Smetto quando voglio – la trilogia (S. Sibilia, 2014-2017)

Guai a trascurare troppo il cinema nostrano. Personalmente amo un’epoca della cinematografia italiana che non esiste più, tuttavia riscopro molti film di oggi decisamente sottovalutati. Tra questi inserisco la trilogia scritta e diretta da Sydney Sibilia Smetto quando voglio, con Edoardo Leo e Stefano Fresi (i Timon e Pumba del nuovo Lion King). Smetto quando voglio è una commedia italiana d’esordio e di sostanza, divertente, sveglia, qualitativamente non dissimile da cugini oltreoceanici alla The Hangover, ma decisamente più critica e attuale. L’alchimia della messa in scena funziona, a partire dalla fotografia bruciata alla quale si fatica inizialmente ad abituarsi, ma che diventa presto un tratto distintivo, passando per un plot semplice ma avvincente e per nulla scontato.

Hannibal (R. Scott, 2001)

Dopo essermi nuovamente innamorato di Silence of the Lamb sotto le stelle del cinema, non potevo certo privarmi di un rewatch del secondo capitolo della saga. Tutto questo per scoprire, a distanza di anni, come sia invecchiato decisamente peggio rispetto al primo film. Che dir si voglia, gli americani proprio non ce la fanno a rappresentare l’Italia senza incappare in stereotipi non tanto discriminatori nei confronti di noi italiani, bensì del racconto stesso, che a un occhio più esigente, quindi, diventa subito meno credibile. Hannibal resta comunque un filmone, Hopkins decisamente eterno e la Moore sopravvissuta alla difficile sfida cui l’abbandono della nave da parte di Jodie Foster l’ha sottoposta e ha sottoposto il successo, comunque indiscutibile, del film.

In guerra per amore (Pif, 2016)

E alla fine ce l’ho fatta. A distanza di tre anni dall’uscita nelle sale, le nostre strade si sono finalmente incrociate. Ne è valsa la pena? Il fatto che in un mese lo abbia già visto due volte è già una risposta. In guerra per amore, secondo film firmato Pif dopo un altro gioiellino quale è La mafia uccide solo in estate, è uno spaccato del nostro paese verso la fine della guerra, che si mescola alle storie che mio padre mi raccontava da bambino sulla liberazione americana della nostra penisola. L’italo-americano Arturo (Pif) si arruola nell’esercito USA per sbarcare in Sicilia e chiedere al padre di Flora (Miriam Leone) promessa dallo zio al figlio del braccio destro di Lucky Luciano, la mano della figlia. Presto il riso lascia spazio a lacrime amare e al tempo di riflessione sul vero oggetto del film: la rinascita della Mafia in Italia.

Come risultato dalla Settimana del compleanno escono delle vere e proprie bizzarrie, ma si riscoprono anche perle lasciate, per un motivo o per un altro, trascurate o inascoltate. Questa è una tradizione da divano, ciò non toglie che se un film che è nato per le sale si riesce a vedere al cinema è sempre una buona cosa (vedi il caso Mad Max) e viceversa, se un prodotto nasce per un determinato medium ben venga l’accettazione e l’eventuale traslazione (qualcuno ha detto The Irishman?).

E voi? Come comporreste la vostra Settimana del compleanno?

Aspettando Halloween – Not Today, Satan. 10+ serie e film a tema per ammazzare il tempo ad Halloween

Netflix’s Chilling Adventures of Sabrina e Stranger Things

A Greendale è come se fosse sempre Halloween. Questa la premessa fatta a partire dal primo teaser di Chilling Adventurers of Sabrina, il ritorno in pompa magna della teenager che ha stregato un’intera generazione nel meno fedele al fumetto live action anni Novanta. Premessa che non viene smentita per tutta la prima stagione composta da venti episodi divisi in due parti, dove i temi e il mood non vengono mai traditi, anzi, con lo scoppiettante season finale vengono solo rilanciati verso un’attesa seconda stagione.

Vera e propria serie evento è invece Stranger Things, che giunta alla sua terza stagione non abbandona la propria mission di rievocazione storica, culturale e di genere, attingendo a piene mani dal patrimonio cult del periodo anni Ottanta e in particolare alla cultura Geek, Horror e fantascientifica. Nella mia ultima recensione su Stranger Things mi sono soffermato su un leggero cambiamento di rotta rilevato nell’ultimo capitolo della saga: l’America verso l’ultimo decennio del primo millennio vista come un gioco truccato impossibile da smascherare. Palpitante senza ombra di dubbio l’attesa verso una quarta stagione che ha tutta l’aria di essere un punto di non ritorno a tutti gli effetti.

Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas e Corpse Bride

Film di natale o film di Halloween? Su questa domanda probabilmente The Nightmare Before Christmas ha diviso generazioni di spettatori e, parola di chi scrive, messo a repentaglio amicizie durature. Difficile tuttavia immaginare il capolavoro d’animazione di Tim Burton come un film natalizio, laddove i protagonisti, gli abitanti del mondo di Halloween, e in particolare il Re delle Zucche Jack Skeleton, compiono incredibili peripezie per poi tornare allo stesso punto di partenza. Perché “nessun posto è come casa”, seppure conoscere e lasciarsi trasportare da quel cos’è? che si trova all’esterno del mondo ordinario può rappresentare una fantastica avventura e spalancare nuovi e magici orizzonti. In quanto proprietario di casa/blog posso dirlo: l’incubo prima di natale di Tim Burton è e sarà sempre un gioiellino di Halloween e, tuttavia, va visto in tutti i periodi dell’anno.

Nessun dubbia invece sull’appartenenza di genere di un film come Corpse Bride, tra gli ultimi colpi di genio di Burton prima di un inaspettato arresto produttivo e qualitativo che coinvolge alcuni tra i titoli più famosi dell’ultimo periodo, comunque non all’altezza di quelli che erano i suoi film fino a dieci anni prima. Corpse Bride fa piangere, ridere ed emozionare grandi e piccini, risaltando le capacità di Burton di esorcizzare la morte, rendendola più vivace della vita stessa.

Scream e Scream the TV Series

Adattamento o opera originale? Opera originale o adattamento? Ma soprattutto, qual’è il tuo film preferito? Il caso di Scream e del suo adattamento televisivo è uno dei pochi che può vantare un’intelligente continuità che gli garantisce un mantenimento dei punti cardine che hanno reso celebre la saga cinematografica di Kevin Williamson e Wes Coven. Va detto che Williamson aveva già in un certo senso riadattato il proprio stile alla serie anni Novanta Dawson’s Creek, ma con Scream: the TV Series la fama e il prestigio dei film, che all’epoca aprirono le porte all’horror post-moderno e metanarrativo cui oggi siamo molto più abituati, se non addirittura saturi, la sfida viene rilanciata a un livello se possibile ancora più alto, ovvero quello dei nuovi media e della serailità televisiva contemporanea.

Scream: the TV Series mantiene quindi le peculiarità della saga originale pur sovvertendone tratti altrettanto iconici (su tutti la maschera dell’assassino). L’adattamento non risente del salto generazionale proprio grazie a questa capacità di sopravvivenza del prodotto, della trasposizione mediale, fisica e testuale. Significativa la scelta di sostituire al nerd dei film Randy Meeks l’altrettanto appassionato dell’orrore Noah Foster, quindi alle regole del cinema horror le regole della serialità televisiva di genere, al terrore al telefono la brutale viralità della rete.

Nella sua relativa mediocrità qualitativa Scream: the TV Series ci ha visto giusto e ha colto, al contrario di tanti altri adattamenti, il cuore dell’opera originale. Resto personalmente di altro avviso sulla sedicente terza stagione della serie, che è in realtà una miniserie evento ed è decisamente un passo indietro rispetto alle precedenti. Proprio per la sua natura di evento televisivo, tuttavia, Scream: Resurrection può rivelarsi l’appuntamento perfetto per raccogliere un gruppo di amici la notte del 31… basta guardarsi le spalle, perché ricordate: l’assassino potrebbe essere chiunque.

Film per tutta la famiglia: Hocus Pocus, Casper, Scooby-Doo

Ci sono film sul tema che sono e restano ineguagliabili. Tra questi sicuramente Hocus Pocus, la caccia alle streghe per tutta la famiglia con le indiscusse protagoniste Bette Midler, Katy Najimy e una giovanissima Sarah Jessica Parker, nei panni delle malefiche ma irresistibili sorelle Winifred, Mary e Sarah Sanderson. Aleggia negli ultimi tempi una minaccia all’orizzonte circa il sequel di questo caposaldo del genere, possibilità che sento di non auspicare in partenza, bollando i tentativi di speculare su titoli di successo che basterebbe rilanciare nelle giuste sedi e nel periodo dell’anno adeguato.

Di diversa opinione sono per film che potrebbero benissimo sforare il periodo di Halloween e che divertirebbero comunque spettatori di ogni età. Tra alcuni invecchiati meglio e altri peggio, segnalo in ordine di affetto e, sento di doverlo dire, in ordine di qualità, gli adattamenti cinematografici di Casper e Scooby-Doo. Il primo mi ha letteralmente cresciuto, ne ho consumato la VHS e visto addirittura i cartoni animati. Del secondo ho seguito e seguo sempre volentieri le avventure animate della Misteri affini e all’epoca apprezzai anche il live action. Ad oggi, tuttavia, del film di Scooby-Doo non resta che un prodotto comunque piacevole da vedere, ma non certo memorabile.

Tutt’altro discorso vale per l’appunto attorno a Casper, decisamente più avvincente e delicato nello stile del racconto, in linea con la festività in oggetto e sempreverde per gli appassionati del genere.

Tutti e tre i film, Hocus Pocus, Casper e Scooby-Doo, restano comunque ottimi titoli consigliati per tutta la famiglia e perfetti da recuperare o rivedere proprio in questo periodo dell’anno.

Ryan Murphy’s AHS e Scream Queens

Se c’è una reginetta dell’horror dei tempi nostri, alla pari della miglior Jaime Lee Curtis, quella è certamente Ryan Murphy.

Autore ormai indiscusso e pluri-riconosciuto nel panorama seriale televisivo grazie al suo stile peculiare e distinto, tra il miglior trash di genere e il postmodernismo che abbiamo accennato parlando dello Scream cinematografico, Murphy vanta un fiorente numero di serie e miniserie l’anno, alcune di queste particolarmente apprezzate da pubblico e critica.

Tra queste spicca in pole position American Horror Story, antologia televisiva giunta ormai alla sua decima stagione e forse al suo tramonto, dopo una nona stagione (AHS: Apocalypse) che non definirei per nulla esplosiva o all’altezza degli standard cui lo show ha abituato le nostre papille. In un recente commento per Lost in A Flashforward ho provato a spiegare perché.

Punti di non ritorno a parte, AHS resta sicuramente una delle serie più iconiche e intelligenti dell’ultimo decennio. Intelligenza e consapevolezza che Murphy ha provato a trasmettere in un’altra serie, decisamente meno brillante ma comunque irriverente e in linea con i suggerimenti per la visione che stiamo provando e delineare. Parliamo di Scream Queens, della sua breve ma esilarante vita e della riscoperta di Emma Roberts, Scream Queen dal suo debutto nel genere per Scream4, dove la Roberts interpreta il Ghostface di turno, al suo ruolo di protagonista proprio in AHS, dove sembra toccare a lei e a Billie Lourd, anche lei protagonista di Scream Queens, il pesante fardello di mantenere viva l’attenzione degli spettatori nei confronti di una serie ormai orfana dei suoi volti più noti (prima Jessica Lange, ora Evan Peters e Sarah Paulson).

I film e le serie a tema sarebbero molti, e tanti ne avevo messi in programma da recensire e che sto guardando e riguardando in questi giorni. Tuttavia sono altrettanti gli Halloween che abbiamo davanti, quindi tempo al tempo e godiamoci anche quest’anno la nostra festa preferita … dolcetto o scherzetto? 🎃

Once Upon a Time… In Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino rivela il contenuto della valigetta di Marsellus Wallace

Regia: Quentin Tarantino

Sceneggiatura: Quentin Tarantino

Produzione: HeyDay Films

Cos’era contenuto nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction? Lo ha anticipato durante la proiezione estiva del film Cecilia Cenciarelli, direttrice del Festival del Cinema Ritrovato 2019 insieme a Gian Luca Farinelli, Ehsan Khoshbakht, Mariann Lewinsky, lo conferma la nona pellicola di Quentin Tarantino Once Upon a Time… in Hollywood.

Come avrebbe detto un Tarantino agli albori nell’intervista su Reservoir Dogs, il concept di base del nuovo film è molto semplice e rispolvera, tra le tante, una figura che ha sempre affascinato l’autore.

in Hollywood, anybody fool enough to throw himself down a flight of stairs can usually find somebody to pay him for it.

Stuntman Mike, Grindhouse – Death Proof

La figura è quindi quella, trascurata per definizione dai riflettori, dello stuntman. Di fatto e su carta Once Upon a Time… In Hollywood è quindi la storia di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore televisivo sul baratro del fallimento, e dell’amicizia con la sua fidata controfigura Cliff Booth (Brad Pitt), trascinato nel baratro dell’insuccesso della celebrità, sospettato uxoricida ma buon amico.

Un primo monito: diffidate dai commenti in rete di chi dice che assisterete/avete assistito all’opera meno tarantiniana di Quentin Tarantino. Dalla semisoggettiva in auto con cui vengono presentati i due protagonisti (il primissimo piano sul cartellone nel parcheggio che, seguendo la retromarcia dell’auto, presto rivela la nuca di Rick e Cliff) alla sequenza in cui Cliff attraversa l’angusto corridoio della casa di George Spahn (Bruce Dern, qui in sostituzione del collega Burt Reynolds che venne a mancare poco prima delle riprese) accompagnato dalle note del film che Lynette “Squeaky” Fromme (Dakota Fanning) sta guardando in soggiorno, passando per i dettagli voyeristici che accompagnano le descrizione della maratona privata di Shwarz (Al Pacino) e per una selezione musicale che, da Reservoir Dogs a oggi, eccezione fatta per la colonna sonora autoriale di The Eightful Eight, ha sempre distinto la cinematografia di Tarantino, c’è più dell’autore in questo film che in tutte le sue opere degli ultimi cinque anni, da Django a oggi.

Oltre ai già citati, ritroviamo infatti in Once Upon a Time… In Hollywood molti altri motivi conduttori dell’autore fin troppo prevedibili, tra cui l’ossessione per determinate inquadrature (i piedi di Margot Robbie!), cameo diretti e indiretti di muse canoniche del parnaso tarantiniano (Michael Madsen, Kurt Russel, gli stessi Pitt e Di Caprio, Bruce Dern, Tim Roth, seppur la scena che lo coinvolge non sia stata inclusa nella versione definitiva del film, e addirittura Maya Thurman-Hawk, figlia d’arte resa celebre dal suo personaggio nella terza stagione di Stranger Things) ma soprattutto lui, la materia di cui è fatto Tarantino stesso, il nettare di cui si è nutrito da quando era la maschera del cinema a luci rosse di Torrance Pussycat (a chi ha visto il OUaTIn Hollywood dice qualcosa questo nome?) e poi in veste di commesso nella videoteca a noleggio di Manhattan Beach.

Non parliamo nemmeno di cinema, bensì della potenza del cinema, del cinema che può salvare vite così come può interromperle, le tocca e le cambia per sempre. Un buon film, si sa, può migliorare ben più di una semplice giornata.

Abbiamo visto la forza distruttrice del cinema in Inglorious Basterds, la storia riscritta dalle fiamme primordiali della celluloide, ma non manca di rimarcarlo Tarantino in ogni suo esercizio di stile, in ogni riferimento iconografico e in ogni citazione che esce dalla bocca dei protagonisti dei suoi film. Una forza devastante e rigeneratrice che in Once Upon a Time… in Hollywood non solo raggiunge il suo apice, bensì prova a espandersi a un altro interesse dell’autore che a suo dire potrebbe trovare maggiore spazio nella sua carriera una volta concluso il decimo, e presumibilmente ultimo, film. Parliamo del mondo della televisione in cui Tarantino ha già avuto l’onore di lavorare per sporadiche incursioni e che nella sua nuova fatica ha un ruolo preponderante. Il rapporto tra cinema e televisione, oggi più importante e articolato che mai, affonda non a caso le radici nelle origini del piccolo schermo stesso. Negli anni in cui sono ambientate le (dis)avventure di Dalton e Cliff, dunque, il rapporto tra i due medium era gerarchicamente ben definito da almeno un ventennio e il passaggio da uno all’altro mezzo non era reciproco e incentivato come siamo abituati oggi. Così come Rick Dalton fatica dunque a sfondare nel mondo del cinema e lasciarsi dietro il fantasma del personaggio che lo ha reso celebre nei salotti delle famiglie americane, allo stesso modo Tarantino ha l’occasione di inserire tutte le strizzate d’occhio alla serailità televisiva simbolo di quegli anni (di cui, tra le altre cose, Bruce Dern fu importante protagonista).

Ancora una volta in un film di Tarantino il fuoco è l’elemento distruttore con cui la storia viene riscritta da capo. E se il cinema non sempre può cambiare le cose, per l’autore la sua energia mistica e inarrestabile può perlomeno ambire a influenzare un cambiamento. La pellicola viene dunque riavvolta, i cancelli di un sogno si aprono, un’amicizia viene consolidata e la fiaba è stata raccontata. Once Upon a Timein Hollywood ha tradito l’illusione a partire dal titolo e l’inganno a cominciare dalla scelta dei due protagonisti (uno il falso dell’altro), costringendo coloro che escono di sala con l’amaro in bocca a non biasimare nessuno se non le proprie aspettative.

Ma dove viene contenuta tutta questa energia? Interi magazzini non sono bastati a trarre in salvo un patrimonio cinematografico delle cui origini, oggi, sopravvive soltanto il 20%. Quale spazio può preservare l’immortalità e contenere una simile potenza?

Secondo Tarantino, questa la lettura di Cecilia Cenciarelli e anche la nostra, bastò una semplice valigetta. Non è infatti da matti supporre, a venticinque anni di distanza dall’uscita di Pulp Fiction, che nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction, alla fine dei conti non fosse contenuto che questo: la storia del cinema.

VENEZIA 76 – Il viaggio nel tempo di Martin Eden. La recensione del film con Luca Marinelli

Regia: Pietro Marcello

Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello

Produzione: RAI Cinema

Si è conclusa da un paio di settimane la 76esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Con il Leone d’Oro al cinecomic DC Joker di Todd Philips, stupisce non poco il clamore, per di più nazionale, destato attorno alla consegna a Luca Marinelli del Premio Coppa Volpi come miglior attore protagonista per il film Martin Eden, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Jack London.

Stupisce che, da Codacons al deputato leghista Claudio Borghi, l’attenzione si sia spostata dal film in sala per concentrarsi sul palcoscenico dell’evento, con particolare riferimento alle parole dell’attore al momento del ritiro del premio.

Eviteremo di commettere lo stesso errore e, dopo avere visto il film, sappiamo che né l’adattamento di Pietro Marcello, ne tanto meno le parole di Marinelli, avranno l’indignazione da parte di chi sa di cosa sta parlando, con riferimento tanto a quanto visto in sala, quanto a ciò che abbiamo sentito ai microfoni del festival.

Una nota di merito sulla questione metacinematografica va alla continuità che le critiche sollevate dalle dichiarazioni dell’attore hanno dato al personaggio protagonista del film. Le indiscrezioni sull’equo riconoscimento conferito all’artista creano infatti un legame tra Marinelli e Martin Eden stesso, in quel momento del racconto in cui i giornali additano lo scrittore come socialista.

L’ascesa sociale ed esistenziale del personaggio di Martin Eden, questa la sensazione una volta guardato il film, non è altro che un viaggio nel tempo in piena regola. Alla sospensione di una specifica dimensione temporale, dal pastiche di costumi e di riferimenti culturali alla delocalizzazione del romanzo originale, corrisponde il tentativo di rendere universale non solo i temi principali del film, come le lotte di classe, qui congelati proprio dalla a-storicità dell’adattamento, bensì la cerca stesso del protagonista.

Un tentativo di universalità dello sguardo che sfocia in scelte intelligenti come l’inserimento di immagini di repertorio alternate a sequenza costruite ad hoc, nonché in un finale inaspettato dove il ritorno alla vita del protagonista attraverso la morte, laddove nel romanzo non lascia alcun dubbio, qui assume le sembianze di un approdo a un futuro non lontano da noi, un’improvvisa dimensione distopica dove Martin Eden arriva inseguendo l’ombra di sé stesso, il risultato delle sue riflessioni sulla vita e sull’individuo, e sulle scelte che possiamo prendere, in quanto individui, sulle nostre vite per migliorare anche quelle degli altri.

Il doppio Jack London-Martin Eden, autore-personaggio, si triplica per lasciare spazio anche a un Marinelli che ancora una volta ci sorprende per il suo eclettismo dialettale, forse un po’ meno quello espressivo, e invita il pubblico dentro e fuori la scena a continuare a cercare insieme al personaggio protagonista le verità del mondo e dell’animo umano.

L’estate alle spalle, lo schermo davanti. #recensionispicciole di agosto 2019

Di rientro dall’estate, le #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di agosto

The Silence of The Lambs

L’altra sera sono tornato a vedere The Silence Of The Lambs (J. Demme, 1991) e non so se accetterò l’addio di Jodie Foster al suo personaggio con gli stessi occhi di quando ero ragazzino. 

Reduce dal suo ruolo in Taxi Driver, e sicuramente complice la visione in lingua originale, l’attrice ci regala un’agente Starling che è ormai storia del cinema. Non c’è Moore che la eguagli, così come a distanza di dieci anni non esiste partita tra le versioni di Demme e di Scott, seppur abbia certo gravato l’infausto destino del film Hannibal (R. Scott, 2001) in corso di produzione (Jodie Foster fece cambiare appositamente il finale originale per poi rifiutare comunque il ruolo di Clarice).

65esimo film migliore di tutti i tempi secondo l’AFI e tra i primi film a portarsi a casa ben 5 Oscar, insieme a It Happened One Night (F. Capra, 1934) e One Flew Over the Cuckoo’s Nest (M. Forman, 1975), il primo capitolo cinematografico della saga di Hannibal Lecter mette a tacere gli agnelli, ma fa parlare di sé ancora oggi.

6 agosto 2019

L’Onorevole Angelina

Nel cinema più bello del mondo, quello sotto le stelle in Piazza Maggiore, è stata la volta de L’Onorevole Angelina, gioiellino di Luigi Zampa che mi aveva stregato già alla mia prima visione qualche anno fa.

Uscito a cavallo tra il referendum del 1946 e le prime elezioni politiche del 1948, il film ci mostra la stessa condizione delle borgate su cui solo un anno più tardi Vittorio De Sica insisterà con un altro film che amo a ogni visione, Ladri di biciclette

Alcune delle regole più ortodosse del Neorealismo italiano, dalle riprese quasi interamente all’esterno, tra le macerie del dopoguerra e le nuove speculazioni edilizie, all’assiduo ricorso a non attori e il tentativo evidente di rappresentare la vita nella maniera più verosimilmente possibile, sono tradite da una delicatezza e una ricerca narrativa e attoriale, specie nel caso della protagonista, che anticipano di parecchio tempo quella che sarà la commedia all’italiana.

Impreziosisce ulteriormente il film la partecipazione di Anna Magnani, attorno alla quale gli sceneggiatori hanno creato la protagonista e il cui coinvolgimento è andato ben oltre al semplice ruolo di attrice (tra le altre cose, la Magnani compare nei crediti come co-sceneggiatrice).

Significativa la testimonianza scritta di Zampa che ricorda quando con Anna Magnani scesero nelle borgate e un gruppo di ragazze riconobbero la star del cinema e l’avvicinarono. A un certo punto Anna Magnani indicò il vestito di una delle ragazze e disse “è quello”. La produzione acquistò il vestito alla giovane donna e quando la Magnani lo indossò sul set fu subito Angelina Bianchi, l’onorevole baccagliera di Pietralata.

Il film spicca poi per l’approccio moderno a temi ancora attuali, quali la miseria, l’occupazione, le battaglie per i diritti. Un dovuto finale amaro lascia l’impronta di un personaggio femminile sconfitto, ma comunque forte e onorevole, “ma onorevole pé davero”.

7 agosto 2019

Senso

La prima volta che ho visto Senso di Visconti non era ancora uscito Frozen della Disney. Rivedendolo oggi sotto le stelle di Piazza Maggiore a Bologna, non posso non notare nella maniera più goliardica possibile la somiglianza tra i due malvagi ammaliatori, il principe Hans delle Isole del Sud e il tenente Franz Mahler.

Diverse sono invece le protagoniste. Da una parte Anna, che parte all’avventura per riportare a casa la sorella Elsa. Dall’altra la Contessa Livia Serpieri (Alida Valli), la quale vende tutto ciò che ha di più caro, causa compresa, in nome di un tragico e immaturo innamoramento.

Oltre a sancire l’indiscutibile maestria alla regia di Visconti, Senso ne condanna la reputazione agli occhi dei neorealisti. L’accusa è verosimilmente quella di tradire i preconcetti più puri del neorealismo in virtù di una messa in scena di misure hollywoodiane, una narrazione pilotata (complice la natura di adattamento del film, tratto dall’omonima novella di Boito) e l’acquisizione di un punto di vista differente da quello dei bassi ceti.

Sulla cartolina di benvenuto in piazza leggiamo le parole di Visconti:”La parola realismo mette addosso una singolare paura. C’è di più: è invalsa la credenza che fare del realismo nel cinema voglia dire approfondire moti, sentimenti e problemi delle classi povere della nostra epoca. Come se fosse proibito per un regista realista indagare criticamente sui moti, sentimenti e problemi delle classi dominanti di una qualsiasi altra epoca”. E questo è quello che in fondo Visconti fa con Senso, criticando con la lente ideologica del comunismo una guerra fatta male, quella risorgimentale e in particolare la battaglia di Custoza, perché coinvolta in essa una sola classe sociale. 

Parafrasando le testimonianze del regista, gli stessi protagonisti del film sembrano personaggi tipici appartenenti a classi dominanti in piena crisi, alla vigilia di un’altrettanta crisi politico-militare che sfocerà poi nella suddetta battaglia che doveva essere il titolo originale del film, poi censurato dalla produzione stessa.

Quella volta in cui salvaste il mondo. Cronaca di una chiusura di campagna a Dungeons&Dragons

Un blog di storie (film, serie tv, fumetti, libri) non poteva ignorare il mondo dei Giochi di ruolo. Questa volta dedico quindi un articolo alla campagna di Dungeons&Dragons che ho finito di masterare qualche settimana fa.

Per proseguire con la cronaca, si consiglia di mettere in sottofondo una musica eroica che sappia di epilogo e faccia scendere anche qualche lacrimuccia, una a caso.

41 sessioni di gioco distribuite in quasi quattro anni di campagna, 6 formazioni di party cambiate, due giocatori persi alla sessione 0, il triplo conosciuti lungo il cammino, almeno un centinaio di NPC, tra morti e sopravvissuti, e un’ambientazione completamente inventata.

Nel corso di questa campagna ho finito di laurearmi, ho lavorato, mi sono laureato di nuovo, ho preso un gatto e ho svolto una decina di altri lavori finché non ho trovato un impiego decente e quasi stabile. Ho conosciuto gente, ne ho persa dell’altra, nel frattempo ho seguito le gesta di maghi, barbari, chierici e paladini. Ho vissuto la Notte del disvelo sotto il cielo stellato di Vise, udito voci sul focolaio della ribellione nei borghi della capitale, e sentito la terra sotto i piedi tremare quando Sanguemarcio ha infiammato le strade di Attracco Occidentale.

Ho incontrato gente proveniente da tempi e piani diversi, ho conosciuto semidei imprigionati in oggetti comuni, attraversato le Nebbie e visitato la Grande Coda sul confine meridionale con i domini del Nord.

Ho assistito a incontrollabili seti di sapere, irrimediabili errori, decisioni ineluttabili ed eroiche conclusioni. Tra queste:

Dopo la battaglia contro la Razione, la guerriera Aravyree torna a servire il proprio imperatore accettando il Bacio della maledizione dei Freyman ed entrando così a far parte delle Guardie dell’Imperatore al fianco del fidato Korangar, insieme al quale si occuperà personalmente di carpire i segreti della Gemma perpetua e quindi il futuro dell’intera Viverna. Aravyree prenderà parte quasi un ventennio più tardi alle battaglie del Nord e morirà così com’è venuta alla luce: durante una guerra. Si spegnerà tra le braccia dell’imperatore Freyman prima che questi venga barbaramente giustiziato dagli Orchi rossi di Mordiferro contro il volere degli Spadacranio, che pur avevano avviato quel conflitto feroce. Si dice che quando cessarono di battere, i cuori dell’imperatore e della guerriera fossero ancora intrecciati.

Una volta liberata Colle Drago Arduin e il suo padrino Bolder, finalmente insieme, possono lasciare il continente di Viverna e tornare a casa. La ladra Mess, orfana di Madama Ceppo e del fratello, chiederà di unirsi a loro. Lasciandosi le coste di Viverna alle spalle Arduin dedica un pensiero a Lona, la tzarlina di cui non ha più avuto notizie da quando lei e il loro compagno Theletor si sono separati dal gruppo nelle montagne innevate di confine. Arduin si chiede se mai la rivedrà, ma ora che la sua famiglia è nuovamente al completo ha una vita da ricostruire di fronte a sé e troppo poco tempo per guardare al passato. Anni dopo lui e Mess gestiranno una taverna nel villaggio natale di Arduin, tra le loro specialità spiccherà una strana birra alle orecchie di Kunia (creature sconosciute ai più) importata dal continente. Una volta ottenuto il grado richiesto Arduin verrà inoltre posto a capo dell’ordine religioso prima guidato dal suo maestro, diffonderà il verbo del suo dio e narrerà ai più giovani le vicende che da una cella goblin nel cuore di una montagna lo hanno portato a essere il mezzelfo che è diventato, grazie anche alle persone che lo hanno accompagnato lungo il viaggio.

Mess imparerà a maneggiare i propri poteri e abbandonerà per sempre la professione di ladra, in favore di una carriera manageriale all’interno della taverna aperta da lei e Arduin. Solo dopo anni deciderà di raccontare al chierico chi Madama Ceppo fosse in verità, e quindi di come lei, Arduin e gli altri fossero destinati a incontrarsi fin dall’inizio.

Il paladino Belenos ha riportato la pace nel piccolo regno di Li’Onir. Re Augustus può rivelarsi finalmente alla popolazione e ripristinare insieme alla sua consorte il controllo politico della corona. Un giorno le aquile torneranno a volare su Li’Onir e le terre e il commercio a prosperare. Alla morte del sovrano il trono rimarrà senza un erede e l’equilibrio politico tra i poteri verrà messo nuovamente alla prova, ma il ricordo della tirannia della Razione e della minaccia degli Elfi Oscuri consentirà alle massime autorità del Consiglio di stabilire il giusto accordo per tutte le parti coinvolte. Così Li’Onir sopravvivrà per altri decenni, finché il tempo della storia farà sì che nuove esigenze economiche portino alla definitiva e pacifica annessione all’Impero del Nord. A quel punto Belenos sarà parte di un mito, una fiaba eroica raccontata alle nuove generazioni di Li’Onir. Il paladino si ritirerà alla morte del Re che tanto ha amato e servito, riunendosi quindi alla propria famiglia e spendendo gli ultimi anni della sua vita ad addestrare giovani leve. L’Uomo del Tempo lo verrà a trovare un’ultima volta, quando l’argento si sarà ormai depositato sulla testa di Belenos, e lo inviterà a compiere un’ultima, leggendaria avventura.

Il barbaro Gutierro farà la conoscenza dei Nani di Ymir guidato dal loro nuovo Re Utgard. Questi intende mantenere la promessa fatta in passato a Belenos, senza la quale non potrà consolidare la profezia che lo vede pacificatore della guerra che tra i clan nanici del proprio regno impervia da quasi un secolo. I nani di Ymir prendono dunque parte alla Battaglia della Razione, portando gli esiti dello scontro a favore di Li’Onir e mostrando a Gutierro, grazie anche al saggio e controverso sostegno del Valoroso Putrido, le responsabilità cui egli non potrà fuggire, per quanto si sforzi. Unitosi al potere del Putrido, Gutierro farà quindi ritorno al Grande Sasso e affronterà l’usurpatore, sconfiggendolo e riprendendo la guida delle tribù naniche delle Lande Siderali.

Il mago Rolab, risvegliatosi dal lungo coma cerebrale grazie alla terapia degli gnomi dei Colli ferrosi, forma una squadra per andare a distruggere la fonte della Bile Nera al centro della Bufera. Poco dopo la battaglia della Razione e la liberazione di Colle Drago, la Bufera si dipanerà ma di Rolab, delle persone che erano con lui e di ciò che è successo realmente, nessuno saprà mai nulla.

Ringrazio di cuore Andrea (Arduin), Diana (Mess), Giacomo (Rolab), Mattia (Belenos), Simone (Gutierro), Silvia (Aravy) e tutti gli altri che l’hanno vissuta anche solo di passaggio, per avere reso così unica quest’incredibile avventura. Ognuno dei giocatori coinvolti ha contribuito a tessere in maniera permanente parte di quelli che ho chiamato i Miti di Viverna.

Questa è la forza narrativa del mondo del GDR in ogni sua forma, che tu sia un sopravvissuto all’apocalisse o un tenero orsetto di gomma, uno spietato compagno di ventura o un pony incantato, un indagatore dell’occulto o una creatura della notte. Dungeons&Dragons è solo la punta dell’iceberg che va crescendo e che oggi è il panorama ludico internazionale, così come a centinaia sono le realtà ruolistiche e non solo che si stanno facendo spazio anche in Italia, una su tutte il gioco organizzato. Qualora dovesse risultare interessante questo tipo di cronache ruolistiche, non mancherò di commentare altre mie avventure e recensire specifici titoli cui ho giocato e cui giocherò.

Sotto due link che potranno tornarvi utili se siete appassionati/curiosi del suddetto panorama. Prossimamente non mancherò di postarne altri:

LA LOCANDA DEL DRAGO ROSSO – La suadente voce di Andrea “Il Rosso” Lucca si unisce alla sua esperienza, che ci racconta attraverso podcast settimanali, ciascuno con un prezioso tema su cui soffermarsi.

DICE GAMES ITALIA – Da Youtube a Twitch, i DGI sono forse la realtà in Italia più influente, o almeno più storica, di GDR in streaming. Seguendo questi scalmanati ragazzi dalla loro nascita ho assistito a vere e proprie chicche. La loro avventura, come quella della maggior parte di noi, è cominciata con una campagna a Dungeons&Dragons…

Estate portami via. 3 improbabili 90’s series rewatch per combattere la malinconia estiva

N.d.A. Il titolo di questo articolo è un inganno. Più che combattere la malinconia estiva, i mondi narrativi che vado a proporvi non faranno che aggravarla. Si prega quindi di consultare un medico prima di riaprire determinate porte, e soprattutto armarsi di tanta pazienza qualora si decida di dare retta a chi scrive.

Avrei potuto fare un elenco molto più lungo, inserendo serie anni Novanta che hanno contribuito forse in maniera ancora più evidente alla storia della serialità televisiva contemporanea. Lo scopo di questa top3, che non è comunque stilata in ordine qualitativo, resta quello di proporre un rewatch che si sposi bene con un determinato mood.

Dawson’s Creek

Anawanaway!! Sembra un’esclamazione caraibica di benvenuto quella con cui decidiamo di aprire questo primo rewatch caldamente consigliato per non soccombere alla malinconia delle sere estive.

Qui le chiacchiere stanno a zero, come direbbero i romani: l’autore di questo articolo appartiene come tanti alla generazione Dawnson’s Creek, cresciuto cioè con il traballante palinsesto pomeridiano propinato dalla televisione privata e rovinato dai confusi insegnamenti di questo teen drama. Grazie a Dawson ricordo di avere fatto mio le dita tra i capelli nei momenti più tragici della mia adolescenza, quando non avevi ragazze che ti entravano dalla finestra ma nuovi amori ad ogni anno scolastico.

A vederlo a ventisette anni Dawson’s Creek è certo meno incantevole, alcuni tratti peculiari restano e funzionano ancora oggi.

In primis, l’ineguagliabile fame di cinema di Kevin Williamson (Scream) impregna tutta la prima stagione e oltre. Emblematico il Lady Killer di The Scare (un richiamo ai più iconici assassini, al primo posto lo stesso Ghostface) così come il vero e proprio adattamento televisivo di The Blair Witch Project che è l’episodio della terza stagione Escape from the Witch Island.

Bisogna poi rendere merito ad alcune scelte comportamentali attribuite agli attempati protagonisti (James Van Der Beek aveva vent’anni quando interpretava il quindicenne Dawson Leery). Laddove risulti facile puntare il dito sulla qualità dello show, decisamente indietro rispetto a prodotti cui siamo abituati oggi giorni, si cela in verità una rappresentazione veritiera dell’essere adolescenti. Frasi fatte, eccessivi scleri, storiche amicizie e cotte estive confuse con grandi amori.

Un trentenne Williamson era entrato nella testa di un’intera generazione al fine di rappresentarla al meglio nella sua fugace ed ingenua spontaneità.

Non dimentichiamo, per concludere, la capacità della serie di creare momenti (e meme) iconici, valore aggiunto che decisamente manca a molti prodotti del momento, soprattutto in ambito teen.

Gilmore Girls

Una melodia strumentale accompagnata da un dolce nannanananaanaahaaa-nannaaaa… e siamo subito nella piazzetta di Stars Hollow, Connecticut.

La stagione la scegliete voi: le zucche d’autunno, la neve d’inverno, i fiori in primavera, il grano d’estate. Potete partecipare all’ultima iniziativa cittadina di Taylor Doose, o mangiare un boccone da Luke’s. Su Trip Advisor il Dragon’s Fly Inn avrebbe sicuramente un ottimo punteggio.

Quando ti manca Gilmore Girls e cerchi qualcosa che colmi il vuoto, non ti rimane che ricominciare Gilmore Girls. Questo è un diktat senza sé e senza ma per chiunque abbia amato le ragazze Gilmore di Amy Sherman e Daniel Palladino, gli stessi che ci fanno altrettanto emozionare e divertire oggi con The Marvellous Mrs Maisel.

Personaggi memorabili, fiumi di parole e una capacità di coinvolgimento con ben pochi precedenti. Queste e altre qualità caratterizzano ciascuna delle sette stagioni di Gilmore Girls e anche l’ultimo revival, A Year in the Life, il degno non-finale alle storyline delle tre (se includiamo Emily) ragazze Gilmore.

Qui siamo a confronto con un prodotto in anticipo sui tempi, una consapevolezza del mezzo e della narrazione superiore a gran parte delle serie a essa contemporanee. Spesso sottovalutato da chi non lo ha visto, Gilmore Girls è forse delle tre serie di questo articolo quella che più in assoluto consiglio per perdersi in un mondo narrativo che ti attende a braccia aperte.

Friends

How you doin? … di certo non molto bene da quando ho finito il mio rewatch estivo di Friends.

Parlando di mondi narrativi che più che coinvolgerti ti avv-olgono nel vero senso della parola, la sit-com per antonomasia con protagonisti i sei amici Ross, Rachel, Monica, Chandler, Phoebie e Joy è sicuramente uno spartiacque nel mondo della serialità televisiva, alla pari di altre serie in rapporto a differenti generi nello stesso decennio.

Basti soffermarsi sui temi trattati a partire dalla prima stagione, con i dovuti limiti del periodo: dal primo episodio vengono affrontati temi come il divorzio, l’omosessualità o la gravidanza assistita. Gag esilaranti si alternano a momenti più seri anticipando l’ibridazione di generi poi perfezionata da serie come Buffy – The Vampire Slayer e Scrubs.

Sentirete molte persone asserire che Friends è la serie con la S maiuscola. Nulla di più vero, se il tutto viene circoscritto nel genere di riferimento. Tutti gli How Met Your Mother, i Big Bang Theory e i New Girl a venire (che ho comunque amato) non hanno detto nulla che non fosse già successo all’interno dell’appartamento più bello della televisione.

Qual’è per te il decennio delle serie televisive che più ti ha rappresentato? e quale la serie tv che non ti stancheresti mai di guardare, indipendentemente dalla stagione dell’anno?

A pane e reaganomics. La recensione di Stranger Things 3

Prodotto da: Netflix, 2016 – in corso

Scritto e diretto da: Duffer Brothers

Ho impiegato più di un anno ad accettare l’idea che la terza stagione di Stranger Things sarebbe stata diffusa in estate, il periodo dove i palinsesti tradizionali televisivi – e le uscite cinematografiche – ricorrono solitamente a contenitori di medio interesse volgarmente paragonati a tappabuchi tra la fine della stagione di una serie e l’inizio di quella successiva.

Quando uscirono i primi rumors e le immagini del nuovo setting (il centro commerciale attorno a cui girano tutte le vicende della stagione) innamorarmi dell’estate di Hawkins è stato, tuttavia, inaspettatamente semplice.

La mia idea era dunque quella di combattere le malinconiche serate estive a colpi di cinema in piazza, giochi di ruolo e Stranger Things. Dovevo immaginare che il binge watching era dietro l’angolo e che la malinconia dell’estate avrebbe lasciato troppo poco tempo e spazio a una sparaflashosa nostalgia al neon.

Il sentimento nostalgico è in questo caso rivolto agli eighties, un decennio che gran parte del pubblico di Stranger Things (compreso chi scrive) vive solo di riflesso ma che oggi sente più che mai. L’invenzione della nostalgia, come la chiamerebbe Emiliano Morreale, è un meccanismo compensativo manifestatosi soprattuto nei momenti di crisi e di passaggio. La stessa reaganomics dell’America anni Ottanta reggeva su un neo-conservatorismo che rievocava ad ogni cantone e in maniera spettacolare gli ideali di famiglia tradizionale, di patriottismo e paura dell’esterno. Un paese pulito in cui l’autorità non era sfidata da opposizioni razziali, sessuali o politiche.

Una sicurezza su schermo che in Italia arrivava con la prima televisione privata.

È l’America sognata dal nuovo Bob Newby, il russo Alexei (Alec Utgoff), un gioco truccato sulla cui rappresentazione questa terza stagione punta in maniera più marcata rispetto alle precedenti.

Laddove Stranger Things è sempre stato una strizzata d’occhio alla cultura di riferimento, con particolare attenzione al cinema di quegli anni, la terza stagione sembra invece focalizzarsi proprio sulla retorica bellicosa e il patriottismo fai-da-te tipico del contesto politico in questione.

Decenni di tensioni tra USA e Urss vennero suggellati sul finire del sup secondo mandato, ma fino a poco prima Reagan stesso parlava dei sovietici in termini di Impero del male e invitava alla Casa Bianca Sylvester Stallone, eroe cinematografico antisovietico per eccellenza (Pensiamo a Rambo 2 o Rocky IV). Nei suoi discorsi ufficiali il presidente rievocava l’immaginario del grande schermo, citando Star Wars o John Rambo stesso, faceva quello che Stranger Things fa oggi a livello di entertainment e lettura del passato riproponendo un’idea di America patinata dove, che sia il sottosopra o i russi malvagi nel sottosuolo, il male viene sempre da fuori.

La differenza sta nella critica consapevole della serie che non tradisce tuttavia la verosomiglianza dei costumi e delle convinzioni dei protagonisti, e passa quindo l’idea del centro commerciale come vero nuovo mostro della serie, dell’America di Reagan come un film spettacolare ma pur sempre finzionale, programmato, programmabile e, lo abbiamo detto all’inizio, sparaflashoso.

Tra nuovi personaggi, approfondimenti di quelli vecchi e dolorosi addii Stranger Things 3 sorprendentemente funziona e quella che su carta non può essere evidentemente una never ending story riesce a tirare fuori un altro ragno gigante di carne dal cilindro.

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