Ricomincio da Rifkin’s Festival. Il mio ritorno in sala e la recensione dell’ultimo film di Woody Allen

Questa settimana sono tornato in sala. La platea era mezza vuota e io avevo sulle spalle la giornata di lavoro, ero mascherato, appannato e pure un po’ puzzolente. Ma sono tornato in sala e, scomodando Dalla, è questa la novità.

La sala battezzata è stata la Cervi del Cinema Lumière a Bologna, mentre il film prescelto per ricominciare a respirare è stato Rifkin’s Festival, non a caso un film che il cinema lo celebra per almeno due quinti della sua durata, caratteristica di cui parleremo subito e che ha sancito in buona parte la mia opinione su ciò che ho visto.

Woody Allen torna dopo A Rainy Day in New York (2019) con un film che non tradisce le scelte narrative intraprese dall’autore da esattamente dieci anni a questa parte. Era il 2011 e Midnight in Paris segnava l’andirivieni della cinematografia di Woody Allen tra la sua città natale e il vecchio continente. Dopo il filone britannico descritto da Match Point, Scoop e Cassandra’s Dream e dopo l’andata e ritorno di Vicky Cristina Barcelona, Allen rivolava a New York per Whatever Works e poi di nuovo in Europa, questa volta a Parigi, per farci rivivere attraverso gli occhi di Gil Pender (Owen Wilson) l’arte nel tempo. Da Midnight in Paris in poi Allen tornerà più volte a girare negli States, ma sembrerà avere progressivamente acquisito o perso (a discrezione dello spettatore) qualcosa lungo i suoi viaggi che segnerà per sempre, in maniera univoca e forse irreparabile, il suo cinema.

La sensazione, di primo acchito, è quella che il Woody Allen dell’ultimo decennio abbia creato al millimetro una safe zone narrativa in cui rifugiarsi e dove anche lo spettatore possa trovare riparo. Un ecosistema poetico e un apparato stilistico da cui l’autore in primis sembra non riuscire più ad uscire. Parliamo di film man mano più confortevoli e, al contempo, con sempre meno cose da raccontare. Basti pensare che il miglior film di Woody Allen degli ultimi tempi è una serie televisiva che, viceversa, come serie televisiva si rivela decisamente una bomba inesplosa.

I protagonisti maschili dei film di Woody Allen, il più delle volte, sono suoi simulacri. Quelli femminili, da sempre, sembrano a loro volta scritti per essere interpretati da Diane Keaton. Senza dubbio Wallace Shawn nei panni di Mort Rifkin, protagonista dell’ultimo film, è credibile e coinvolgente come tutti gli altri co-protagonisti, tuttavia le battute chiave imputatogli risultano tangibili ed estrapolabili dal racconto per essere infilate, senza disturbo, in uno dei tanti e abusati frasari nati dalla filmografia del regista.

Freddure sugli ebrei, nostalgia newyorkese, aneddoti cinematografici: tutto grida alla crisi di mezz’età cinematografica mai superata da Woody Allen, qui impegnato nel celebrare una storia del cinema con inserti onirici che fanno sorridere e che sono totalmente in linea con la psiche accademica del protagonista, ma che che al tempo stesso non convincono o risultano facilmente dimenticabili. Neanche la comparsata di Christoph Waltz, piacevole e inaspettata, salva un film in cui Allen scimmiotta un’enciclopedicità alla Tarantino di cui non ha bisogno. Laddove c’è chi omaggia la storia del cinema in ogni sua impresa, c’è chi, come Woody Allen, la storia del cinema l’ha scritta di proprio pugno alla pari dei grandi maestri che egli stesso cita in Rifkin’s Festival.

Il didascalismo delle citazioni interne al film è certo giustificato dall’accademicisimo stagnante proprio del protagonista, le proiezioni in sogno delle domande esistenziali di Rifikin, “le sole che uno dovrebbe porsi”, trovano un nido accogliente nelle più iconiche scene del cinema, da Citizen Kane a Fellini, nella stessa maniera con cui lo spettatore si trova a proprio agio con i film di Allen. Film, quelli di Woody Allen, che sono quasi sempre all’altezza delle aspettative, ma le cui aspettative a riguardo non sempre possono dirsi altissime.

L’esperienza della sala dopo mesi di astinenza, in questo caso, prevale sulla promozione a mani basse di un film che risulta delicato in molti elementi ma che non si lascia toccare e spesso non tocca.

OSCAR 2021 – Il suono di MANK. Dal ritorno di David Fincher alla storia dell’uomo all’ombra di Orson Welles

La novantatreesima notte degli Oscar si avvicina e io sono alle prese con il recupero di alcuni dei titoli che quest’anno sono candidati all’ambita statuetta.

È la volta di MANK, un biopic dedicato a uno dei tanti geni creativi della golden age hollywoodiana sì riconosciuti dalla critica ma dimenticati poi dalla coscienza collettiva della storia del cinema. Nella maggior parte dei casi questo è dovuto al fatto che all’epoca non era raro trovarsi a collaborare con giganti della filiera, da colleghi sceneggiatori a registi, ma anche produttori e divi e dive del palcoscenico capaci di vendere la propria immagine in un’epoca, quella dello star system, dove l’immagine era tutto. Nel caso di Herman J. Mankiewicz, come vedremo, l’ombra con la quale confrontarsi era quella di un venticinquenne Orson Welles, quella del più celebre e dispotico produttore cinematografico Louis B. Mayer (la MGM, avete presente?) e non ultima l’ombra tagliente del magnate dell’editoria William Randolph Hearts cui Mankiewicz si sarebbe ispirato per il protagonista del film commissionatogli da Welles.

Pur avendo visto almeno cinque volte Citizen Kane (1941) e sventolandolo ai quattro venti come uno dei miei film preferiti (vai a capire poi se sia vero o pura suggestione da aca/fan quale sono) io stesso non ero mai incappato fino ad oggi nell’interessantissimo pezzo di Pauline Kael del 1971 “Raising Kane” che funge da base al film di David Fincher.

IL RITORNO DI DAVID FINCHER

Proprio il ritorno del maestro del thriller cinematografico è sicuramente uno dei motivi per cui valga la pena dare una chance al film. Il regista di Seven (1995) e Fight Club (1999) mancava infatti dal grande schermo ormai da sei anni, lo abbiamo visto l’ultima volta uscire nelle sale (ve le ricordate le sale, quelle strane creature?) con Gone Girl nel 2014 e non può dirsi per questo d’essere stato con le mani in mano fino ad oggi.

A seguito del suo contributo di regia nei primi due episodi della prima stagione di House of Cards nel 2013 (House of Cards che, lo ricordiamo, se escludiamo il suo triste epilogo produttivo rappresenta l’ariete con cui Netflix ha sfondato le porte dell’entertainment per cambiare per sempre la fruizione di cinema e serie televisive) e pur essendosi successivamente espresso a sfavore dei tempi richiesti dal mezzo seriale, Fincher ha infatti firmato dal 2017 al 2019 alcuni episodi delle due stagioni di Mindhunter, apprezzatissima dal pubblico ma conclusasi al suo diciannovesimo episodio su stesso suggerimento di Fincher che ritenne non valesse la pena insistere per un seguito.

Se si contano dunque la serie Netflix e Zodiak (2007), che esplorano entrambi uno dei generi per cui Fincher si è fatto conoscere ai più, ma comprendendo anche The Social Network (2010), vincitore di 4 Golden Globe e 3 Premi Oscar, Mank andrebbe ritenuto il quarto prodotto di natura biografica con cui il regista si trova a confrontarsi.

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Mi ero ripromesso di non farlo. La recensione di Coming 2 America

Mi ero ripromesso di non farlo, ma a differenza di molti confesserò di averlo fatto e ne parleremo addirittura insieme.

È di questo mese il rilascio da parte di Amazon Prime Video di Coming 2 America, il sequel del celebre film che in Italia divenne un vero e proprio cult con il titolo Il Principe Cerca moglie (Coming to America, J. Landis, 1988).

Insieme a Una poltrona per due e alla saga di Beverly Hills Cop la pellicola sancì il futuro palinsestuale della rete privata di Silvio Berlusconi (che non avrebbe più smesso di trasmetterla a perdifiato) e la fama da trasformista di Eddie Murphy, all’epoca doppiato dall’indimenticabile Tonino Accolla.

COMING 2 AMERICA: PERCHÈ PENSARE DI GUARDARLO

Il sequel di Coming to America rientra senza dubbio nel piano nostalgia adottato da sempre più player che puntano sulla riproposta sottoforma di prequel, sequel, midquel, remake o reboot di grandi successi soprattutto risalenti all’alba e al tramonto della reaganomics. Erano gli anni Ottanta e gli USA, egemoni all’epoca come oggi nell’ambito dell’entertainment, mettevano a capo del paese proprio un’icona dell’entertainment.

Dietro I cult di quegli anni che adoriamo ancora oggi si cela una non così sagacemente velata politica a sua volta nostalgica e conservatrice (gli anni Ottanta guardavano agli anni Cinquanta come noi guardiamo oggi agli anni Ottanta). I film degli anni Ottanta celebrano infatti la cristianità e il machismo che insieme avevano reso grande l’America e che, dal punto di vista dalla maggior parte degli americani, erano ora pronti ad esplodere per far fronte all’influenza dell’Impero del male, come Donald Reagan amava definire l’Unione Sovietica tra una reference cinematografica e l’altra nei suoi famosi discorsi presidenziali.

Coming to America si collocava al termine di quest’epoca patinata e ovattata. Da lì a un anno, infatti, The War of the Roses di Danny De Vito avrebbe sovvertito per sempre gli ideali della reaganomics in concomitanza con il fine del mandato di Reagan stesso.

Per quanto oggi, come vedremo, il film non sia invecchiato al meglio, molti dimenticano che alla regia di Coming to America c’era il John Landis di An American Wereveolf in London, Animal House, Blues Brothers e perfino di Thriller, il videoclip del leggendario brano di Michael Jackson, oltre ai già citati Trading Places e Beverly Hills Cop. Piaccia o non piaccia il genere, Coming to America fu quindi un film tutt’altro che da sottovalutare, ed è compreso nell’universo espanso col quale Landis, con easter egg e strizzate d’occhio, cercava di tenere unita la propria filmografia.

Il film sancì, inoltre, il successo di Eddie Murphy come caratterista. L’attore non si limitò infatti a intepretare il protagonista del film, bensì vestì i panni di un nutrito gruppo di personaggi secondari che dovevano interloquire tra loro. Romanticismo, ilarità, trasformismo: la formula, che sarebbe stata adottata da Eddie Murphy anche in progetti futuri come The Nutty Professor (T. Shadyac, 1996) risultò da subito vincente e il film destinato a conquistare.

Queste le premesse per sapere cos’è Coming to America e, nel caso, recuperarlo (il film è presente ora nel catalogo Netflix). L’amore per il primo capitolo, come passiamo subito a vedere, è l’unico motivo che possa portare a vedere il seguito … e poi pentirsi di averlo fatto.

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Nessun posto è come casa. La recensione di Wandavision e la mia reference preferita all’interno della serie

Da un mese a questa parte è senza dubbio la serie più chiacchierata del momento. Vera rivelazione per molti, delusione per alcuni, resta inopinabilmente un prodotto che vale la pena d’essere messo sul piatto della discussione.

WANDAVISION: DOVE SI COLLOCA?

Parliamo di Wandavision, una nove episodi che difficilmente ha bisogno di presentazioni. Reduce di uno dei progetti cinematografici più massivi di sempre, la miniserie funge da corrimano tra le prime tre fasi del Marvel Cinematic Universe (la cosiddetta Infinity Saga) e le successive che vedranno un alternarsi di film e prodotti seriali sempre più incastonati tra loro, in un’ottica che va ben oltre il canonico concetto di high concept e transmedia storytelling. In ordine cronologico Wandavision si assesta dunque tra Spider-Man: Far from Home (J. Watts, 2019) e il progetto successivo degli studios, l’atteso (più per il posticipo dovuto all’emergenza sanitaria in atto che per un vero e proprio hype) Black Widow (C. Shortland, 2021) seppur quest’ultimo sia per ovvi motivi uno stand-alone prequel dell’omonimo personaggio.

WANDAVISION: COSA RACCONTA?

Wandavision ci racconta più cose ma da un solo punto di vista, quello di Wanda (Elizabeth Olsen). Comparsa la prima volta in Avengers: Age of Ultron (J. Whedon, 2015), film per il quale non è difficile immaginare ora una rinascita di visualizzazioni su Disney+ (io stesso ho fatto un rewatch per sopperire all’attesa settimanale tra il penultimo episodio e il season finale), il personaggio si è fatto strada tra un roster dal machismo ingombrante, una tonicità plastica (quest’ultima anche femminile, se si pensa ancora una volta alla Johanson) degna dei forzuti cinematografici di inizio Novecento.

Wanda fa parte di un sottobosco sì commerciale ma anche narrativo, e per questo interessante, che il MCU sembra condurre da Captain Marvel (A. Boden, R. Fleck, 2019) in poi. Un evidente piano di emancipazione e rinnovamento della figura del supereroe femminile ma non solo, planning che trova in Wanda il la per una nuova fase non più all’insegna di mere catfight all’interno di crossover maschili, bensì di un nuovo filone che promette personaggi di minor impatto iconico e visivo e dalla maggior complessità morale e caratteriale.

Da qui il racconto di Wandavision, il superamento del lutto in nove episodi mirabilmente orchestrati da un punto di vista del format e della sensibilità d’intreccio tra tempo della storia e tempo del racconto, qui combinati in un approccio metariflessivo del mezzo con cui si decide di narrare il dolore della protagonista: la televisione (o che dir si voglia quando di televisione non si parla più ormai da un decennio).

A seguito della crudele perdita di Visione (Paul Bettany) in Avengers: Infinity War (J. Russo, A. Russo, 2018) e dell’impossibilità di riportarlo indietro in Avengers: Endgame (idem, 2019)- al contrario della metà di universo ripristinata grazie al (SPOILER) sacrificio di Iron Man – Wanda si chiude a riccio nel suo teatro della mente, in una sua visione (Wanda-vision) del mondo perfetto che sognava da bambina quando guardava The Dick Van Dyke Show (CBS, 1961-1966) sotto le note dei bombardamenti su Sokovia, sua città natale.

Spezzata dalla perdita, Wanda si appropria del sogno americano che, nel poco tempo passato assieme, era riuscita a trasmettere a Visione. Preda delle proprie potenzialità magiche coinvolge nella mise-en-scène del suo angolo di paradiso gli innocenti abitanti della cittadina di Westview (le stesse iniziali di W[est]anda e V[iew]isione. Un caso? non in questa serie) nello stato del New Jersey.

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