Mi ero ripromesso di non farlo. La recensione di Coming 2 America

Mi ero ripromesso di non farlo, ma a differenza di molti confesserò di averlo fatto e ne parleremo addirittura insieme.

È di questo mese il rilascio da parte di Amazon Prime Video di Coming 2 America, il sequel del celebre film che in Italia divenne un vero e proprio cult con il titolo Il Principe Cerca moglie (Coming to America, J. Landis, 1988).

Insieme a Una poltrona per due e alla saga di Beverly Hills Cop la pellicola sancì il futuro palinsestuale della rete privata di Silvio Berlusconi (che non avrebbe più smesso di trasmetterla a perdifiato) e la fama da trasformista di Eddie Murphy, all’epoca doppiato dall’indimenticabile Tonino Accolla.

COMING 2 AMERICA: PERCHÈ PENSARE DI GUARDARLO

Il sequel di Coming to America rientra senza dubbio nel piano nostalgia adottato da sempre più player che puntano sulla riproposta sottoforma di prequel, sequel, midquel, remake o reboot di grandi successi soprattutto risalenti all’alba e al tramonto della reaganomics. Erano gli anni Ottanta e gli USA, egemoni all’epoca come oggi nell’ambito dell’entertainment, mettevano a capo del paese proprio un’icona dell’entertainment.

Dietro I cult di quegli anni che adoriamo ancora oggi si cela una non così sagacemente velata politica a sua volta nostalgica e conservatrice (gli anni Ottanta guardavano agli anni Cinquanta come noi guardiamo oggi agli anni Ottanta). I film degli anni Ottanta celebrano infatti la cristianità e il machismo che insieme avevano reso grande l’America e che, dal punto di vista dalla maggior parte degli americani, erano ora pronti ad esplodere per far fronte all’influenza dell’Impero del male, come Donald Reagan amava definire l’Unione Sovietica tra una reference cinematografica e l’altra nei suoi famosi discorsi presidenziali.

Coming to America si collocava al termine di quest’epoca patinata e ovattata. Da lì a un anno, infatti, The War of the Roses di Danny De Vito avrebbe sovvertito per sempre gli ideali della reaganomics in concomitanza con il fine del mandato di Reagan stesso.

Per quanto oggi, come vedremo, il film non sia invecchiato al meglio, molti dimenticano che alla regia di Coming to America c’era il John Landis di An American Wereveolf in London, Animal House, Blues Brothers e perfino di Thriller, il videoclip del leggendario brano di Michael Jackson, oltre ai già citati Trading Places e Beverly Hills Cop. Piaccia o non piaccia il genere, Coming to America fu quindi un film tutt’altro che da sottovalutare, ed è compreso nell’universo espanso col quale Landis, con easter egg e strizzate d’occhio, cercava di tenere unita la propria filmografia.

Il film sancì, inoltre, il successo di Eddie Murphy come caratterista. L’attore non si limitò infatti a intepretare il protagonista del film, bensì vestì i panni di un nutrito gruppo di personaggi secondari che dovevano interloquire tra loro. Romanticismo, ilarità, trasformismo: la formula, che sarebbe stata adottata da Eddie Murphy anche in progetti futuri come The Nutty Professor (T. Shadyac, 1996) risultò da subito vincente e il film destinato a conquistare.

Queste le premesse per sapere cos’è Coming to America e, nel caso, recuperarlo (il film è presente ora nel catalogo Netflix). L’amore per il primo capitolo, come passiamo subito a vedere, è l’unico motivo che possa portare a vedere il seguito … e poi pentirsi di averlo fatto.

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CINERESISTENZA – Un bel film migliora la vita, anche in tempi di pandemia. 10 film da guardare per non smettere di sognare… e resistere.

Come forse è trapelato da un mio recente articolo, nei mesi scorsi ho recuperato un saggio del maestro Gian Piero Brunetta intitolato Il ruggito del leone. Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini. Il ruggito del leone è quello della MGM e il testo di Brunetta è uno sguardo sull’Italia ai tempi del regime, e di come la sala buia del cinematografo abbia rappresentato per gli italiani dell’epoca un fiorente mezzo di evasione dalle regole dittatoriali imposte dal fascismo.

Per motivi fortunatamente diversi e contrari (oggi non è un regime a tenerci in casa, ma un paese unito che intende superare insieme la difficoltà del momento) oggi come nel 1938 la fabbrica dei sogni si è momentaneamente interrotta e non ci resta che guardarci in faccia, restare lucidi e farci coraggio a vicenda. Cinema, teatri e musei sono off-limit, la gente è invitata a stare in casa e sui viali della mia città, che attraverso per andare a lavoro, la fauna ha cominciato a ripopolarsi in assenza dell’uomo (sembra un reboot di qualche film brutto tratto da bei romanzi, ma tant’è).

Dobbiamo resistere, e già un paio di volte nella storia abbiamo dimostrato che in questo possiamo essere parecchio bravi. Per questo motivo, come in tanti hanno già fatto, ho pensato di lanciare un’iniziativa per non smettere di cine filare pur restando segregati in casa.

Non sapendo quanto durerà il periodo di emergenza ne proporrò intanto una decina, come dieci sono i protagonisti del Decamerone di Boccaccio tanto abusato in questi giorni, e altrettanti vi invito a proporne in commento alla mia top10.

Augurandoci che tutto andrà per il meglio e che supereremo questo momento, il risultato della #cineresistenza dovrebbe essere una rete palinsestuale che ci terrà compagnia per molto più tempo di quello richiesto dall’emergenza in corso.

Vado quindi a elencare 10 film tra i tanti che hanno migliorato non solo la mia giornata, ma anche la mia vita.

Tutte le sinossi del film, meno l’ultimo, sono tratte da Il Morandini.

Cominciamo?

Uno per non piangere (ma un po’ piangi lo stesso)…

1. L’Appartamento (The Apartment, USA, Billy Wilder, 1960)

Baxter (Jack Lemmon), impiegato in una grande società di assicurazioni, fa carriera prestando il suo appartamento ai superiori in fregola di avventure extraconiugali. Ci va anche la ragazza dei suoi sogni (Shirley MacLaine).

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Estate portami via. 3 improbabili 90’s series rewatch per combattere la malinconia estiva

N.d.A. Il titolo di questo articolo è un inganno. Più che combattere la malinconia estiva, i mondi narrativi che vado a proporvi non faranno che aggravarla. Si prega quindi di consultare un medico prima di riaprire determinate porte, e soprattutto armarsi di tanta pazienza qualora si decida di dare retta a chi scrive.

Avrei potuto fare un elenco molto più lungo, inserendo serie anni Novanta che hanno contribuito forse in maniera ancora più evidente alla storia della serialità televisiva contemporanea. Lo scopo di questa top3, che non è comunque stilata in ordine qualitativo, resta quello di proporre un rewatch che si sposi bene con un determinato mood.

Dawson’s Creek

Anawanaway!! Sembra un’esclamazione caraibica di benvenuto quella con cui decidiamo di aprire questo primo rewatch caldamente consigliato per non soccombere alla malinconia delle sere estive.

Qui le chiacchiere stanno a zero, come direbbero i romani: l’autore di questo articolo appartiene come tanti alla generazione Dawnson’s Creek, cresciuto cioè con il traballante palinsesto pomeridiano propinato dalla televisione privata e rovinato dai confusi insegnamenti di questo teen drama. Grazie a Dawson ricordo di avere fatto mio le dita tra i capelli nei momenti più tragici della mia adolescenza, quando non avevi ragazze che ti entravano dalla finestra ma nuovi amori ad ogni anno scolastico.

A vederlo a ventisette anni Dawson’s Creek è certo meno incantevole, alcuni tratti peculiari restano e funzionano ancora oggi.

In primis, l’ineguagliabile fame di cinema di Kevin Williamson (Scream) impregna tutta la prima stagione e oltre. Emblematico il Lady Killer di The Scare (un richiamo ai più iconici assassini, al primo posto lo stesso Ghostface) così come il vero e proprio adattamento televisivo di The Blair Witch Project che è l’episodio della terza stagione Escape from the Witch Island.

Bisogna poi rendere merito ad alcune scelte comportamentali attribuite agli attempati protagonisti (James Van Der Beek aveva vent’anni quando interpretava il quindicenne Dawson Leery). Laddove risulti facile puntare il dito sulla qualità dello show, decisamente indietro rispetto a prodotti cui siamo abituati oggi giorni, si cela in verità una rappresentazione veritiera dell’essere adolescenti. Frasi fatte, eccessivi scleri, storiche amicizie e cotte estive confuse con grandi amori.

Un trentenne Williamson era entrato nella testa di un’intera generazione al fine di rappresentarla al meglio nella sua fugace ed ingenua spontaneità.

Non dimentichiamo, per concludere, la capacità della serie di creare momenti (e meme) iconici, valore aggiunto che decisamente manca a molti prodotti del momento, soprattutto in ambito teen.

Gilmore Girls

Una melodia strumentale accompagnata da un dolce nannanananaanaahaaa-nannaaaa… e siamo subito nella piazzetta di Stars Hollow, Connecticut.

La stagione la scegliete voi: le zucche d’autunno, la neve d’inverno, i fiori in primavera, il grano d’estate. Potete partecipare all’ultima iniziativa cittadina di Taylor Doose, o mangiare un boccone da Luke’s. Su Trip Advisor il Dragon’s Fly Inn avrebbe sicuramente un ottimo punteggio.

Quando ti manca Gilmore Girls e cerchi qualcosa che colmi il vuoto, non ti rimane che ricominciare Gilmore Girls. Questo è un diktat senza sé e senza ma per chiunque abbia amato le ragazze Gilmore di Amy Sherman e Daniel Palladino, gli stessi che ci fanno altrettanto emozionare e divertire oggi con The Marvellous Mrs Maisel.

Personaggi memorabili, fiumi di parole e una capacità di coinvolgimento con ben pochi precedenti. Queste e altre qualità caratterizzano ciascuna delle sette stagioni di Gilmore Girls e anche l’ultimo revival, A Year in the Life, il degno non-finale alle storyline delle tre (se includiamo Emily) ragazze Gilmore.

Qui siamo a confronto con un prodotto in anticipo sui tempi, una consapevolezza del mezzo e della narrazione superiore a gran parte delle serie a essa contemporanee. Spesso sottovalutato da chi non lo ha visto, Gilmore Girls è forse delle tre serie di questo articolo quella che più in assoluto consiglio per perdersi in un mondo narrativo che ti attende a braccia aperte.

Friends

How you doin? … di certo non molto bene da quando ho finito il mio rewatch estivo di Friends.

Parlando di mondi narrativi che più che coinvolgerti ti avv-olgono nel vero senso della parola, la sit-com per antonomasia con protagonisti i sei amici Ross, Rachel, Monica, Chandler, Phoebie e Joy è sicuramente uno spartiacque nel mondo della serialità televisiva, alla pari di altre serie in rapporto a differenti generi nello stesso decennio.

Basti soffermarsi sui temi trattati a partire dalla prima stagione, con i dovuti limiti del periodo: dal primo episodio vengono affrontati temi come il divorzio, l’omosessualità o la gravidanza assistita. Gag esilaranti si alternano a momenti più seri anticipando l’ibridazione di generi poi perfezionata da serie come Buffy – The Vampire Slayer e Scrubs.

Sentirete molte persone asserire che Friends è la serie con la S maiuscola. Nulla di più vero, se il tutto viene circoscritto nel genere di riferimento. Tutti gli How Met Your Mother, i Big Bang Theory e i New Girl a venire (che ho comunque amato) non hanno detto nulla che non fosse già successo all’interno dell’appartamento più bello della televisione.

Qual’è per te il decennio delle serie televisive che più ti ha rappresentato? e quale la serie tv che non ti stancheresti mai di guardare, indipendentemente dalla stagione dell’anno?

The Marvelous Mrs Maisel, la recensione della seconda stagione

Genere: Commedia, dramma (o ancora meglio, dramedy)

Prodotto da: Amazon, 2017 – oggi

Scritto e diretto da: Amy Sherman-Palladino

Interpretato da: Rachel Brosnahan, Alex Borstein, Michael Zegen

Anche quest’anno la signora Maisel ci ha augurato una buona notte e rimandato lo spettacolo al prossimo appuntamento con la serie televisiva vincitrice di quattro Emmy dei sei per i quali era stata candidata, inclusi i premi come miglior attrice protagonista e miglior attrice non protagonista per Rachel Brosnahan e Alex Borstein. Attente a quelle due, verrebbe da immaginarsi come sottotitolo per questa stagione in cui Midge (la signora Maisel) e Susie la fanno da padrona e il loro rapporto personale e professionale viene rigirato e declinato sotto più punti di vista. Non se ne ha mai a sufficienza, tuttavia, delle gag cui ci hanno abituati manager e comica, così come non se ne esce mai saturi dalla decina di episodi a stagione di una serie che, così come la prova cui sono sottoposti tutti i membri del cast a ogni scena, richiede d’esser recensita tutta d’un fiato.

Risulta quindi inutile soffermarsi a lungo sulla qualità produttiva di The Marvelous Mrs Maisel, serie che si conferma in questa seconda stagione un gioiellino curato nei minimi dettagli a livello scenico, costumistico, fotografico e soprattutto narrativo.

Al contrario, sugli autori vale la pena spendere qualche parola in più. Ogni battuta, ogni sfumatura, ogni strizzata d’occhio all’interno della serie grida Amy Sherman Palladino e marito, autori di spicco in un’epoca per la serialità televisiva dove è facile assuefarsi di fronte a prodotti di dubbia qualità e al tempo stesso non è possibile agli occhi dello spettatore contemporaneo non riconoscere quando si ha a che fare con un vero e proprio tesoro. Quando ci sono di mezzo i Palladino, in altre parole, non è facile per una serie passare inosservata, e certamente non è da tutti riuscirci. Chiedetelo a Woody Allen e al suo sfortunato debutto nel mondo della serialità televisiva con Crisis in Six Act (Amazon, 2017) che di crisi sembra parlare, sì, ma dell’autore stesso. Date altrimenti un’occhiata alle manovre di Netflix, vedi House of Cards (Netflix, 2013 – oggi) che alla qualità del proprio prodotto ha preferito salvarsi la faccia licenziando l’attore protagonista della  testa d’ariete con la piattaforma streaming ha cambiato per sempre il modo di produrre e consumare serie televisive. Oppure provate a mandar giù l’ultima stagione di American Horror Story: Apocalypse (FX, 2011 – oggi) di cui a breve farò un sunto su Lost In A FlashForward, e cercate di convincervi che questa volta Ryan Murphy non abbia toppato. (NdR. House of Cards e Crisis in Six Acts sono inoltre, tra le altre cose, entrambe serie in cui possiamo ritrovare Rachel Brosnahan in parti di rilievo e sempre diverse).

La serialità televisiva, come il cinema, è un’industria. Parla un linguaggio universale, quello del denaro, e nessuno, nemmeno il critico più sofisticato, potrebbe negare ciò o rivendicare il contrario. Per dirla alla Baudelaire, per il mercante anche l’onestà è una speculazione. Per girarla in favore della settima arte e derivati, come per l’appunto la serialità televisiva, anche l’investimento economico (quindi non la mera speculazione) può essere un mezzo per arrivare all’onestà/qualità del risultato finale.
In tal senso The Marvellous Mrs Maisel, dicevamo, è un gioiellino, un prodotto confezionato dove è davvero difficile cogliere difetti che vadano oltre al “non mi piace il genere”. Una volta che la sceneggiatura dei Palladino ti prende sei abbonato vita natural durante a essa. Così era per Gilmore Girls, compreso il discusso e discutibile revival, così sarà per la serie Amazon se la tendenza rimarrà la stessa di queste due stagioni in cui troviamo un plot articolato, personaggi cui è impossibile non appassionarsi – presunti antagonisti compresi – ebrei, alta moda e John Krasinski (Chuck, Jack Ryan). Una stagione promossa a pieni voti e a occhi chiusi, consigliata a tutti, anche ai più suscettibili.

Per tutti i curiosi e gli appassionati date un’occhiata alla fanpage italiana della serie!

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