Biografilm 2019 – “I dont’ know if I know”, la recensione di Gods of Molenbeek. Un gioco che non fa paura

Regia: Reetta Huhtanen (OPERA PRIMA)

Produzione: Zone2Pictures, Clin d’oeil Films, Tondowski Film

Esistono gli dèi? È questa la domanda che verte attorno alle vicende di Gods of Molenbeek e che appassiona in particolare Aatos, bambino di origini finlandesi che vive con la famiglia nel quartiere di Bruxelles segnalato dai media come un vero e proprio focolaio di jiadhisti.

Al suo primo lungometraggio, la scelta della regista di adottare il punto di vista dei bambini sia sul piano tecnico che narrativo ha permesso di realizzare un quadro della situazione veritiero pur restando ai margini della cronaca, favorendo un’interpretazione fantastica e soggettiva dagli effetti decisamente credibili, autentici e piacevolmente inattesi.

La ricerca personale di Aatos passa dai punti di riferimento a lui prossimi, la vicinanza del suo migliore amico Amine e quindi l’islam, l’esplorazione della natura con la sua folle amica di giochi Flo, culminando nell’immedesimazione individuale con le divinità studiate a storia o scoperte nei libri illustrati.

La ricerca di Dio si fa gioco. Anche quando il quartiere viene preso di mira dai media e dalle accuse della gente in seguito agli attentati di Bruxelles, quattro mesi dopo quelli di Parigi, Aatos e Amine coltivano la loro amicizia indagando il mondo attorno a loro nel tentativo di dargli un significato.

Semi soggettive e piani molto bassi escludono volutamente le figure degli adulti dalla scena, suggerendo l’idea che sia una questione tra i piccoli protagonisti e il mondo.

Se Aatos è l’eroe della storia, protagonista assoluto del film è il quartiere. Molenbeek viene infatti dipinto come una comunità attiva nel suo relativo abbandono, scomposta al suo interno da organismi eterogenei, ‘tanti auguri a te’ cantati in quattro lingue e bimbi che giocano pericolosamente per strada come nei racconti dei nostri genitori. Un quartiere che non si arrende all’odio e in cui, alle volte, anche un bambino è portato a farsi domande da adulto.

Degna di nota l’interpretazione dei piccoli attori, grazie ai quali anche le parole accuratamente messe loro in bocca non tradiscono la spontaneità e la trasparenza tipica dei bambini.

Biografilm 2019 – La recensione dell’anteprima mondiale di Killing Time, l’Aspettando Godot dei giorni nostri

Regia: Valeria Testagrossa, Andrea Zambelli

Sceneggiatura:  V. Testagrossa, A. Zambelli

Produzione: Rossofuoco, Lab 80


Quanto dura una giornata per chi non sa quanto dovrà aspettare?

La mia prima visione di questo Biografilm è stato, come da tradizione del festival, un racconto di vite. Scomodando non a caso Samuel Beckett, potremmo aggiungere che si tratta un racconto di persone che parlano delle proprie vite come se viverle non fosse già abbastanza.

Era d’altronde corretta l’idea passata con la promozione del film che ciò che ci aspettava in sala sarebbe stato un brutale Aspettando Godot dei giorni nostri.

Di fatto in Killing Time non succede nulla. I protagonisti del campo profughi dove non si svolgono le vicende ammazzano il tempo in una sospensione dimensionale che permette di ritrarre il loro lungo anno in una sola ora di film. Il fatto che in sala ci fosse chi dormiva o chi non riusciva a scollare gli occhi dall’orologio dimostra la buona riuscita delle intenzioni degli autori nel coinvolgere lo spettatore nella giornata media di migliaia di uomini, donne e bambini in tutto il mondo costretti ad attendere qualcosa o qualcuno che sembra non arrivare mai.

Nel caso di Killing Time parliamo del campo profughi di Denvery, Grecia, e l’attesa è che qualcuno accolga finalmente la richiesta d’asilo dei suoi occupanti garantendo loro una casa o la semplice libertà, sospesa anch’essa.

La condizione di attesa vissuta dai migranti nei campi rifugiati diviene territorio di esplorazione per una riflessione sulla relazione tempo-essere umano. L’attesa come vuoto esistenziale e condizione universale, viene amplificata dalla situazioni di stasi che vivono i personaggi. Piccoli gesti quotidiani e ritualità delle giornate ci portano nell’intimità dei personaggi, osservando diversità e caratteristiche di ognuno. Il ritmo della vita nel campo e il tempo del film ci mette nella condizione di condividere l’ incertezza dell’attesa.

Al ritmo dei giorni e delle stagioni cinque personaggi principali ci raccontano in silenzio l’abbandono e l’incertezza della loro condizione. Una famiglia siriana scappata dalla guerra resiste per i propri figli, un medico iraniano continua a scrivere le poesie che lo hanno costretto a lasciare il proprio paese. C’è chi passa il tempo tenendosi in forze con l’allenamento e lo sport, chi si inabissa nel mondo della rete per restare in collegamento con le proprie famiglie, cercare delle ricette di fortuna o semplicemente intrattenersi per qualche ora.

Peccato per quelle poche battute messe a forza in bocca ai non attori che rendono il risultato finale un po’ didascalico. In un film dove il silenzio è preponderante valeva forse la pena osare e renderlo totale, affinchè il messaggio rivolto ai veri destinatari del film non venisse tradito dalla finzione narrativa.

Il racconto di Killing Time che lascia il segno è, in ultima analisi, quello trasmesso dai volti dei protagonisti e da alcune scelte registiche e fotografiche decisamente degne di nota. La sospensione data dai lunghi silenzi e dagli interminabili piani, le luci che narrano il passare del tempo anche meglio delle diciture tra un quadro e un altro. Assistiamo sul finale a alla rottura del silenzio data da un cambiamento che, come da didascalia prima dei titoli di coda, non corrisponde necessariamente a un happy ending.

I personaggi appaiono come sospesi in un limbo, dove è impossibile determinare il proprio futuro, che dipende invece da un meccanismo burocratico difficilmente comprensibile.

Sopravvivono tuttavia quei meccanisimi automatici che si innescano nei momenti più inaspettati, “[…] Il campo produce un’alchimia di suoni e rumori, una moltitudine di persone che convive in uno spazio ristretto crea una polifonia di realtà. Lingue e musiche diverse si intrecciano in una multiculturalità sonora e visiva”. Sopravvive la speranza e un messaggio positivo, per quanto incerto, per le generazioni future.

Fonte: RossofuocoFilm

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