CR20 – Fate il varietà non la guerra. Il restauro in anteprima mondiale di F.T.A (F*** the Army)

Al ritiro del mio accredito presso le casse del Cinema Ritrovato mi sono accorto da subito di non riconoscere il film riportato sulla shopper di quest’anno. Incuriosito sono corso a informarmi e ho segnato un bel cerchio di promemoria sul programma del Festival alla voce F.T.A.

Salta fuori che F.T.A, acronimo di F*** the Army, è un fantasma. Quando uscì nelle sale durò poco più di una settimana tra New York, Los Angeles e Chicago prima di sprofondare nel dimenticatoio. Un dimenticatoio non poi così profondo per gli appassionati del genere documentaristico a sfondo sociale e antimilitaristico, ma sufficientemente profondo da far sì che da lì in poi il tema cui faceva riferimento venisse del tutto trascurato nelle successive trasposizioni cinematografiche sullo stesso periodo.

Quale sia questo tema è presto detto: non tutti i soldati statunitensi, i cosiddetti G.I, volevano imbracciare i fucili e combattere una guerra che non ritenevano essere la loro. “Neri, bianchi e gialli” preferivano risolvere i problemi coi quali erano costretti a convivere in casa propria, l’odio razziale, il precariato e compagnia cantante, anziché partire e crearne di nuovi in paesi altrui.

Si contano certo titoli incredibili tra i war movie ambientati durante il Vietnam, senza scomodare De Palma o John Rambo, ma nessuno che ritragga realmente e fedelmente le migliaia di soldati e Marines ai quali, all’epoca come oggi, non veniva detto a quale scopo facessero quello che facevano e perché si trovassero dove si trovavano, e che in ogni caso ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Dopo nessuno ne parlò, questo è un dato di fatto, ma durante quegli anni qualcuno le domande se le pose eccome e cercò di smuovere un buon numero di coscienze. Nacque così dalla mente di un gruppo di autori, attori e cantanti la risposta all’entertainment prebellico di Bob Hope. Un varietà politico e satirico che in 8 mesi fece il giro degli Stati Uniti coast to coast ma che a seguire osò ancora di più.

Il docu-film segue la troupe nella tournée presso le principali basi militari americane sulle isole del Pacifico e ritrae con rinata qualità visiva l’esperienza e le performance dei giovani Donald Sutherland, Jane Fonda e Len Chandler alle prese con il tentativo di nobilitare le proteste degli attivisti contro la guerra del Vietnam agli occhi dei protagonisti della guerra stessa: i soldati (F.T.A = F*** the Army = Free the Army).

Quando oggi mi capita di sentir dire che gli attivisti contro la guerra del Vietnam ce l’avevano con i soldati, vorrei potere rimettere in distribuzione quel film. Non era un capolavoro d’arte, non c’era bisogno che lo fosse. Il semplice fatto che dimostrassimo di essere dalla parte dei soldati era importante. Ciò che facevamo era grezzo, inaudito, scandaloso e, nell’ambiente attuale, totalmente impensabile. Ci riuscimmo, perché i soldati avevano maturato ardenti sentimenti antibellici e antimilitaristici ed erano pronti

Jane Fonda, la mia vita fino ad ora, Mondadori, 2005

La speranza di Fonda di riportare alla luce questo film non è mai stata così vicina a diventare realtà. Grazie anche all’attrice stessa, tra i produttori del documentario, e al supporto di  Hollywood Foreign Press Association, della Cineteca di Bologna e IndieCollect, è stato infatti possibile il restauro del film, presentato in anteprima mondiale proprio a Bologna e presto disponibile in streaming negli Stati Uniti e negli altri paesi.

A sottolineare l’importanza della mission di realtà come IndieCollect e di film come F.T.A è stata la regista statunitense Amalie Rothschild, ferma sostenitrice della conservazione e della diffusione delle pellicole invisibili, che prima della proiezione si è soffermata e ci ha fatto riflettere con particolare interesse e sensibilità sull’enorme influenza che questo tipo di documentari sulle lotte di ieri può avere sulle lotte di oggi.

CR20 – Da Scarface ad Alice nel Paese delle Meraviglie è un attimo. Sul palco del Ritrovato la prémiere del restauro in 4K di À bout de souffle

Amo enormemente A bout de souffle, di cui per un certo periodo mi sono vergognato; ma lo situo dove va situato: sulla linea di Alice nel paese delle meraviglie. Io, invece, credevo che fosse sulla linea di Scarface.

J.L Godard (Il cinema è il cinema, Garzanti, 1981)

Al ventinovenne Jean-Luc Godard A bout de Souffle non piaceva. Non importa che fosse un suo film, il suo primo lungometraggio, per l’esattezza, basato su una sceneggiatura appena abbozzata di Truffaut, e non importa nemmeno che subito i colleghi dei Cahiers du cinéma e il grande pubblico lo abbiano eletto a manifesto della nouvelle vague.

Quello che Godard fa con A bout de Souffle appare come poco più che un esercizio di stile girato in quattro settimane. Con l’intera Parigi a disposizione e cinepresa a mano, Godard disfa e rifà l’intera storia del cinema servendosi dei suoi schemi e al tempo stesso mescolando le carte in tavola e scomponendo ciò che fino a quel momento il pubblico ma anche i cineasti credevano di conoscere, “[…] aprendo l’iride […]” della macchina da presa e inaugurando un nuovo modo di fare cinema in cui “tutto è permesso”. Montaggio Jump cut, inquadrature a mano, direct adress, ‘errori’ linguistici del tutto voluti, sono solo alcune delle innovazioni apportate da Godard al linguaggio cinematografico con un solo film.

A bout de Souffle è un film senza tempo, può infatti essere visto dai “vecchi” di oggi – come li definirebbe Michel Poiccard – e dai meno vecchi di domani con lo stesso stupore di allora e di sempre. Così Marco Bellocchio descrive il primo Godard in una video presentazione prima della proiezione del film, ricordando come l’uscita di Fino all’ultimo respiro (così distribuito in Italia) sconvolse anche e soprattutto la sua generazione e divenne un’ossessione per molti suoi colleghi, in primis Bertolucci.

“Tutto il film era, e credo che sia, un capolavoro. La storia, il modo di girare, il modo di montare, il modo di raccontare è stato veramente rivoluzionario. […] un capolavoro che va visto dalle vecchie e dalle giovani generazioni di cinefili.’Fino all’ultimo respiro’ è un film che ha superato la moda”.

Marco Bellocchio, Bologna, 25 agosto 2020

Nella sfortuna dell’emergenza sanitaria in atto Bologna porta a casa una fortuna immensa e gli ospiti francesi di StudioCanal, dal palco del festival, non mancano a ragione di farcelo notare. Quella alla quale avremmo assistito da lì a pochi minuti sarebbe stata l’anteprima mondiale privata a Cannes della versione restaurata in 4K di A bout de Souffle. All’età di ventitotto anni, quasi coetaneo del Godard dell’epoca, ho avuto quindi l’onore di assistere di persona e in esclusiva alla nuova vita di uno degli spartiacque più significativi della storia del cinema.

Partendo da un negativo della pellicola i laboratori hanno unito due forze principali: quella tradizionale del 35mm originale, e quella digitale tramite tecnologia HDR. Il risultato è un gioiello di film che adesso ci appare davvero come descritto da Bellocchio, etereo e senza tempo, per tutti è per nessuno perché di fatto sottrae cinema per darci cinema, “[…] superando la moda”, attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni.

SOTTO LE STELLE DEL CINEMA e IL CINEMA RITROVATO 2020 – Il grande schermo che esiste e resiste

Da ormai un mese a questa parte il “cinema più bello del mondo” è tornato ad accompagnare il pubblico di Piazza Maggiore a Bologna e non solo. In un 2020 in cui tutte le iniziative estive sono state indiscutibilmente a rischio, con Sotto le stelle del cinema la Cineteca di Bologna è infatti riuscita a rilanciare per questa sua XXVI edizione con addirittura non una, bensì due sale a cielo aperto. Il pubblico di Bologna ha potuto e potrà quindi scegliere tra il canonico crescentone del centro o il manto erboso del quartiere Barca (BarcArena) con vista suggestiva sul Santuario di San Luca.

Al termine di Sotto le stelle del cinema, dal 25 al 31 agosto torna anche il Cinema Ritrovato con la sua XXXIV edizione. Così come Sotto le stelle del cinema è partito in quarta con un ricco caleidoscopio di titoli immortali e imperdibili, dal “dirty” Ispettore Callaghan di Siegel alle Margheritine riot di  Věra Chytilová, passando per la Nico di Susanna Nicchiarelli al Buscetta di Bellocchio, anche il Ritrovato si espande e lo fa in un certo senso all’infinito, non solo nei cosiddetti luoghi del festival, che sono comunque più di una dozzina, bensì anche nella sua nuova versione streaming che coinvolgerà quindi, come già faceva sul campo, il pubblico di tutta Italia e di tutto il mondo, in totale sicurezza.

Basta e avanza come invito la continuità tra le 55 serate di Sotto le stelle del cinema e Ritrovato all’insegna del ricco cartellone dedicato ai centenari di Federico Fellini, Alberto Sordi ma anche Franca Valeri, che ci ha lasciato appena due giorni fa.

Come tutti gli anni, e questo vale tanto per il Cinema sotto le stelle quanto per l’imminente e atteso Ritrovato, arricchiscono non di poco la magia delle sale e delle arene le presentazioni dei film da parte di Gianluca Farinelli e dei suoi illustri ospiti. Abbiamo visto Lucarelli introdurre Eastwood, la stessa Nicchiarelli elogiare non a torto l’interpretazione di Trine Dyrholm e parlarci del suo prossimo film (Miss. Marx), ci siamo emozionati insieme a Beppe Caschetto mentre riceveva in dono il David per Il Traditore, che di statuette ne vinse ben 6, e abbiamo ascoltato anche Favino ringraziare Bologna seppur in remoto. Poi è stato come dovuto anche il momento di piangere, ci siamo fatti accompagnare dalla ‘stragedia’ di Nino Migliori nel ricordo delle vittime di Ustica e pochi giorni dopo era già il 2 agosto. Un’aria, quella del cinema più bello del mondo, come ogni anno gonfia di immagini e ricordi, quest’anno orfana dei numeri di spettatori cui è abituata ma comunque partecipatissima e piena.

Il cinema c’è, esiste e resiste. #cineresistenza

Scopri il programma completo del Festival!

Once Upon a Time… In Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino rivela il contenuto della valigetta di Marsellus Wallace

Regia: Quentin Tarantino

Sceneggiatura: Quentin Tarantino

Produzione: HeyDay Films

Cos’era contenuto nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction? Lo ha anticipato durante la proiezione estiva del film Cecilia Cenciarelli, direttrice del Festival del Cinema Ritrovato 2019 insieme a Gian Luca Farinelli, Ehsan Khoshbakht, Mariann Lewinsky, lo conferma la nona pellicola di Quentin Tarantino Once Upon a Time… in Hollywood.

Come avrebbe detto un Tarantino agli albori nell’intervista su Reservoir Dogs, il concept di base del nuovo film è molto semplice e rispolvera, tra le tante, una figura che ha sempre affascinato l’autore.

in Hollywood, anybody fool enough to throw himself down a flight of stairs can usually find somebody to pay him for it.

Stuntman Mike, Grindhouse – Death Proof

La figura è quindi quella, trascurata per definizione dai riflettori, dello stuntman. Di fatto e su carta Once Upon a Time… In Hollywood è quindi la storia di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore televisivo sul baratro del fallimento, e dell’amicizia con la sua fidata controfigura Cliff Booth (Brad Pitt), trascinato nel baratro dell’insuccesso della celebrità, sospettato uxoricida ma buon amico.

Un primo monito: diffidate dai commenti in rete di chi dice che assisterete/avete assistito all’opera meno tarantiniana di Quentin Tarantino. Dalla semisoggettiva in auto con cui vengono presentati i due protagonisti (il primissimo piano sul cartellone nel parcheggio che, seguendo la retromarcia dell’auto, presto rivela la nuca di Rick e Cliff) alla sequenza in cui Cliff attraversa l’angusto corridoio della casa di George Spahn (Bruce Dern, qui in sostituzione del collega Burt Reynolds che venne a mancare poco prima delle riprese) accompagnato dalle note del film che Lynette “Squeaky” Fromme (Dakota Fanning) sta guardando in soggiorno, passando per i dettagli voyeristici che accompagnano le descrizione della maratona privata di Shwarz (Al Pacino) e per una selezione musicale che, da Reservoir Dogs a oggi, eccezione fatta per la colonna sonora autoriale di The Eightful Eight, ha sempre distinto la cinematografia di Tarantino, c’è più dell’autore in questo film che in tutte le sue opere degli ultimi cinque anni, da Django a oggi.

Oltre ai già citati, ritroviamo infatti in Once Upon a Time… In Hollywood molti altri motivi conduttori dell’autore fin troppo prevedibili, tra cui l’ossessione per determinate inquadrature (i piedi di Margot Robbie!), cameo diretti e indiretti di muse canoniche del parnaso tarantiniano (Michael Madsen, Kurt Russel, gli stessi Pitt e Di Caprio, Bruce Dern, Tim Roth, seppur la scena che lo coinvolge non sia stata inclusa nella versione definitiva del film, e addirittura Maya Thurman-Hawk, figlia d’arte resa celebre dal suo personaggio nella terza stagione di Stranger Things) ma soprattutto lui, la materia di cui è fatto Tarantino stesso, il nettare di cui si è nutrito da quando era la maschera del cinema a luci rosse di Torrance Pussycat (a chi ha visto il OUaTIn Hollywood dice qualcosa questo nome?) e poi in veste di commesso nella videoteca a noleggio di Manhattan Beach.

Non parliamo nemmeno di cinema, bensì della potenza del cinema, del cinema che può salvare vite così come può interromperle, le tocca e le cambia per sempre. Un buon film, si sa, può migliorare ben più di una semplice giornata.

Abbiamo visto la forza distruttrice del cinema in Inglorious Basterds, la storia riscritta dalle fiamme primordiali della celluloide, ma non manca di rimarcarlo Tarantino in ogni suo esercizio di stile, in ogni riferimento iconografico e in ogni citazione che esce dalla bocca dei protagonisti dei suoi film. Una forza devastante e rigeneratrice che in Once Upon a Time… in Hollywood non solo raggiunge il suo apice, bensì prova a espandersi a un altro interesse dell’autore che a suo dire potrebbe trovare maggiore spazio nella sua carriera una volta concluso il decimo, e presumibilmente ultimo, film. Parliamo del mondo della televisione in cui Tarantino ha già avuto l’onore di lavorare per sporadiche incursioni e che nella sua nuova fatica ha un ruolo preponderante. Il rapporto tra cinema e televisione, oggi più importante e articolato che mai, affonda non a caso le radici nelle origini del piccolo schermo stesso. Negli anni in cui sono ambientate le (dis)avventure di Dalton e Cliff, dunque, il rapporto tra i due medium era gerarchicamente ben definito da almeno un ventennio e il passaggio da uno all’altro mezzo non era reciproco e incentivato come siamo abituati oggi. Così come Rick Dalton fatica dunque a sfondare nel mondo del cinema e lasciarsi dietro il fantasma del personaggio che lo ha reso celebre nei salotti delle famiglie americane, allo stesso modo Tarantino ha l’occasione di inserire tutte le strizzate d’occhio alla serailità televisiva simbolo di quegli anni (di cui, tra le altre cose, Bruce Dern fu importante protagonista).

Ancora una volta in un film di Tarantino il fuoco è l’elemento distruttore con cui la storia viene riscritta da capo. E se il cinema non sempre può cambiare le cose, per l’autore la sua energia mistica e inarrestabile può perlomeno ambire a influenzare un cambiamento. La pellicola viene dunque riavvolta, i cancelli di un sogno si aprono, un’amicizia viene consolidata e la fiaba è stata raccontata. Once Upon a Timein Hollywood ha tradito l’illusione a partire dal titolo e l’inganno a cominciare dalla scelta dei due protagonisti (uno il falso dell’altro), costringendo coloro che escono di sala con l’amaro in bocca a non biasimare nessuno se non le proprie aspettative.

Ma dove viene contenuta tutta questa energia? Interi magazzini non sono bastati a trarre in salvo un patrimonio cinematografico delle cui origini, oggi, sopravvive soltanto il 20%. Quale spazio può preservare l’immortalità e contenere una simile potenza?

Secondo Tarantino, questa la lettura di Cecilia Cenciarelli e anche la nostra, bastò una semplice valigetta. Non è infatti da matti supporre, a venticinque anni di distanza dall’uscita di Pulp Fiction, che nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction, alla fine dei conti non fosse contenuto che questo: la storia del cinema.

Il Cinema Ritrovato – Chi governa l’universo? La recensione di The Masque of the Red Death di Roger Corman

Regia: Roger Corman

Sceneggiatura: Charles Beaumont, R. Wright Campbell

Produzione: Roger Corman per Alta Vista Productions, Anglo-Amalgamated Productions, American International Pictures (AIP)

 There are chords in the hearts of the most reckless which cannot be touched without emotion, even by the utterly lost, to whom life and death are equally jests, there are matters of which no jest can be made.

Edgar Alan Poe – The Masque of the Red Death

Prendi Edgar Alan Poe, Boccaccio e Ingmar Bergman. Il risultato, voluto solo in parte, è una diabolica carnevalesca al confine tra l’incubo e la morte.

Presentato in versione restaurata alla 32esima edizione del Cinema Ritrovato, The Masque of the Red Death di Roger Corman è il punto più alto del ciclo di adattamenti dei racconti di Poe realizzati dal regista, nonché il debutto dell’espressionismo fotografico di Nicolas Roeg (Doctor Zivagho, Fahrenheit 451, James Bond 007 – Casino Royale) e l’elezione di Vincent Price a musa di Corman.

Price, che sarà infatti il protagonista della maggior parte dei racconti ispirati al poeta inglese, interpreta qui il principe Prospero, un sadico regnante i cui domini sono flagellati da quella che viene chiamata la Morte Rossa, un’epidemia che ha decimato gran parte dei villaggi circostanti il palazzo in cui Prospero, assieme a decine di invitati, decide di rifugiarsi e di passare il tempo con sfarzosi banchetti, feste e ricevimenti.

La Morte rossa non mancherà di penetrare anche a palazzo, tradendo le convinzioni di invulnerabilità di Prospero in questo adattamento convinto fedele di Satana e quindi auto presunto intoccabile. Magistrale la scena madre dell’epidemia a palazzo, con la rivelazione – ben diversa dal racconto di Poe – del vero volto dietro la Maschera rossa.

Inevitabile poi il paragone cinematografico con Det sjunde inseglet, cui Corman temeva a tal punto la vicinanza che posticipò appositamente di quattro anni la distribuzione di The Masque of the Red Death. Il film, il cui ‘ritardo’ fu dovuto anche all’attento studio dell’opera originale, non mancò di attirare gli occhi indiscreti della critica, ottenendo un riconoscimento maggiore dell’effettivo successo al botteghino.

Finanziato dalla George Lucas Film e presentato in sala dal Presidente dell’Academy Film Archive John Bailey, prezioso ospite fisso del Ritrovato, il restauro del film è stato presentato per la prima volta al pubblico proprio in quest’occasione.

Sotto le stelle del cinema – Lo schermo in città, la città nello schermo. La recensione di Hanno rubato un tram

Regia: Mario Bonnard, Aldo Fabrizi

Produzione: Luigi Rovere

Il cinema più bello del mondo torna a rischiarare le notti di Piazza Maggiore a Bologna con un programma sempre più ricco e ospiti d’eccezione, da Coppola alla Cortellesi.

In attesa della 32esima edizione del Cinema Ritrovato Festival (22-30 giugno), vera e propria macchina del tempo alla scoperta di tre secoli di opere cinematografiche amate, restaurate o addirittura mai viste, ha preso il via la rassegna serale e gratuita Sotto le stelle del cinema, ieri alla sua seconda serata con un film particolarmente importante per il capoluogo emiliano e intelligentemente proposto in un periodo in cui il tema cardine della pellicola risulta quanto mai attuale.

Hanno rubato un tram è un film del 1954 solo in parte diretto da Mario Bonnard il quale, in seguito a problemi di salute, dovrà a un certo punto lasciare il timone alla regia al protagonista Aldo Fabrizi, assistito da un giovanissimo e quasi irriconoscibile Sergio Leone, anch’egli poi coinvolto in un ruolo come attore.

Come del resto l’intero film, la sequenza notturna in cui Fabrizi attraversa Bologna a bordo di un tram rubato rivela un’altra incredibile partecipazione, nonché le capacità di direttore della fotografia di un Mario Bava in erba che da lì a pochi anni si sarebbe distinto alla regia di segnanti b-movie e come pioniere di interi generi ormai cult.

Hanno rubato un tram si rivela un gioiello agli occhi della città su due piani temporali. Parte dello spettacolo è stato certo il gioco spontaneo degli spettatori che da dietro la quarta parete cercavano di indovinare le strade e i canonici chilometri di portici, destreggiandosi con agilità attraverso le ellissi spaziali del montaggio e ridendo a crepapelle sotto le battenti frecciatine sulla cultura bolognese.

Mancini, il personaggio di interpretato da Fabrizi, è infatti un romano in terra straniera, maritato con una bolognese doc, padre di un figlio che comunica in dialetto e non si fa capire e nuoro di un’anziana donna che si lascia intendere fin troppo bene. Esilaranti le gag sulla paternità delle tagliatelle e irresistibili i pasticci linguistici.

Oltre al passato, Hanno rubato un tram fa breccia anche nel presente e nel futuro della città, rievocando la diatriba cittadina pro e contro l’imminente ritorno dei tram nelle strade del capoluogo. Forse ancora più attuali sono gli scetticismi e gli scenari dell’attesa collettiva mostratoci dal direttore della Cineteca di Bologna Gianluca Farinelli durante l’introduzione al film.

La macchina e il ragionamento politico culturale dietro il recupero e l’inserimento di Hanno rubato un tram nel palinsesto di Sotto le stelle del cinema è evidente e al tempo stesso non viene per nulla mascherato dall’organizzazione dell’evento.

Eterno è poi il tema sociale del film, l’alienazione del lavoratore e gli effetti sul corpo e la mente della stressante vita in una metropoli moderna, tecnologica e veloce. Una velocità cui non tutti sopravvivono, compreso il protagonista del film, soggetto a un vero e proprio caso di mobbing sul lavoro che sfocia in una reazione poi affrontata sul grande schermo d’oltreoceano in epoche future e in contesti dovutamente più spettacolari.

Nonostante la forte connotazione locale il film sforerà comunque il successo nazionale, ispirando Luis Buñuel per l’adattamento messicano la ilusión viaja en tranvía.

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