SOTTO LE STELLE DEL CINEMA e IL CINEMA RITROVATO 2020 – Il grande schermo che esiste e resiste

Da ormai un mese a questa parte il “cinema più bello del mondo” è tornato ad accompagnare il pubblico di Piazza Maggiore a Bologna e non solo. In un 2020 in cui tutte le iniziative estive sono state indiscutibilmente a rischio, con Sotto le stelle del cinema la Cineteca di Bologna è infatti riuscita a rilanciare per questa sua XXVI edizione con addirittura non una, bensì due sale a cielo aperto. Il pubblico di Bologna ha potuto e potrà quindi scegliere tra il canonico crescentone del centro o il manto erboso del quartiere Barca (BarcArena) con vista suggestiva sul Santuario di San Luca.

Al termine di Sotto le stelle del cinema, dal 25 al 31 agosto torna anche il Cinema Ritrovato con la sua XXXIV edizione. Così come Sotto le stelle del cinema è partito in quarta con un ricco caleidoscopio di titoli immortali e imperdibili, dal “dirty” Ispettore Callaghan di Siegel alle Margheritine riot di  Věra Chytilová, passando per la Nico di Susanna Nicchiarelli al Buscetta di Bellocchio, anche il Ritrovato si espande e lo fa in un certo senso all’infinito, non solo nei cosiddetti luoghi del festival, che sono comunque più di una dozzina, bensì anche nella sua nuova versione streaming che coinvolgerà quindi, come già faceva sul campo, il pubblico di tutta Italia e di tutto il mondo, in totale sicurezza.

Basta e avanza come invito la continuità tra le 55 serate di Sotto le stelle del cinema e Ritrovato all’insegna del ricco cartellone dedicato ai centenari di Federico Fellini, Alberto Sordi ma anche Franca Valeri, che ci ha lasciato appena due giorni fa.

Come tutti gli anni, e questo vale tanto per il Cinema sotto le stelle quanto per l’imminente e atteso Ritrovato, arricchiscono non di poco la magia delle sale e delle arene le presentazioni dei film da parte di Gianluca Farinelli e dei suoi illustri ospiti. Abbiamo visto Lucarelli introdurre Eastwood, la stessa Nicchiarelli elogiare non a torto l’interpretazione di Trine Dyrholm e parlarci del suo prossimo film (Miss. Marx), ci siamo emozionati insieme a Beppe Caschetto mentre riceveva in dono il David per Il Traditore, che di statuette ne vinse ben 6, e abbiamo ascoltato anche Favino ringraziare Bologna seppur in remoto. Poi è stato come dovuto anche il momento di piangere, ci siamo fatti accompagnare dalla ‘stragedia’ di Nino Migliori nel ricordo delle vittime di Ustica e pochi giorni dopo era già il 2 agosto. Un’aria, quella del cinema più bello del mondo, come ogni anno gonfia di immagini e ricordi, quest’anno orfana dei numeri di spettatori cui è abituata ma comunque partecipatissima e piena.

Il cinema c’è, esiste e resiste. #cineresistenza

Scopri il programma completo del Festival!

CINERESISTENZA – Un bel film migliora la vita, anche in tempi di pandemia. 10 film da guardare per non smettere di sognare… e resistere.

Come forse è trapelato da un mio recente articolo, nei mesi scorsi ho recuperato un saggio del maestro Gian Piero Brunetta intitolato Il ruggito del leone. Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini. Il ruggito del leone è quello della MGM e il testo di Brunetta è uno sguardo sull’Italia ai tempi del regime, e di come la sala buia del cinematografo abbia rappresentato per gli italiani dell’epoca un fiorente mezzo di evasione dalle regole dittatoriali imposte dal fascismo.

Per motivi fortunatamente diversi e contrari (oggi non è un regime a tenerci in casa, ma un paese unito che intende superare insieme la difficoltà del momento) oggi come nel 1938 la fabbrica dei sogni si è momentaneamente interrotta e non ci resta che guardarci in faccia, restare lucidi e farci coraggio a vicenda. Cinema, teatri e musei sono off-limit, la gente è invitata a stare in casa e sui viali della mia città, che attraverso per andare a lavoro, la fauna ha cominciato a ripopolarsi in assenza dell’uomo (sembra un reboot di qualche film brutto tratto da bei romanzi, ma tant’è).

Dobbiamo resistere, e già un paio di volte nella storia abbiamo dimostrato che in questo possiamo essere parecchio bravi. Per questo motivo, come in tanti hanno già fatto, ho pensato di lanciare un’iniziativa per non smettere di cine filare pur restando segregati in casa.

Non sapendo quanto durerà il periodo di emergenza ne proporrò intanto una decina, come dieci sono i protagonisti del Decamerone di Boccaccio tanto abusato in questi giorni, e altrettanti vi invito a proporne in commento alla mia top10.

Augurandoci che tutto andrà per il meglio e che supereremo questo momento, il risultato della #cineresistenza dovrebbe essere una rete palinsestuale che ci terrà compagnia per molto più tempo di quello richiesto dall’emergenza in corso.

Vado quindi a elencare 10 film tra i tanti che hanno migliorato non solo la mia giornata, ma anche la mia vita.

Tutte le sinossi del film, meno l’ultimo, sono tratte da Il Morandini.

Cominciamo?

Uno per non piangere (ma un po’ piangi lo stesso)…

1. L’Appartamento (The Apartment, USA, Billy Wilder, 1960)

Baxter (Jack Lemmon), impiegato in una grande società di assicurazioni, fa carriera prestando il suo appartamento ai superiori in fregola di avventure extraconiugali. Ci va anche la ragazza dei suoi sogni (Shirley MacLaine).

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Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker it’s a trap. La recensione dell’ultimo film della saga

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “Indiewire”, 16 dic 2019

La saga è giunta al termine, ma la storia vivrà per sempre. E la storia, si sa, la scrivono i vincitori.

Nel caso di Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker ne esce come unico vincitore J.J Abrams, tornato in pompa magna dopo un esilio durato due anni e un capitolo, l’ottavo della saga, con il quale il sostituto Rian Johnson aveva vinto agli occhi della critica la scommessa della nuova trilogia.

Di fatto, The Rise of Skywalker è un film conservatore e come tale piacerà particolarmente a coloro che fino a questo momento non hanno avuto intenzione di mandare giù il groppone di questo nuovo arco narrativo.

The Rise of Skywalker it’s a trap. È l’ascesa del pubblico reazionario che come Palpatine si scopre avere tirato le fila dell’intera faccenda. Un film che riscrive in gran parte le innovazioni del precedente, annullando così l’impetuosità riformatrice e iconoclasta di The Last Jedi e abiurando quelle basi di progresso narrativo gettate da Johnson. Il risultato è inevitabilmente una trilogia scritta film per film, senza una storyline lineare premeditata. Un prodotto che mina la natura high concept di un universo complesso come quello di Star Wars, offrendo un guazzabuglio di nostalgia e precarietà di significato che il pubblico, ma anche i protagonisti della nuova trilogia, non meritavano.

“Scrivere qualcosa di creativo per accontentare i fan è un errore” afferma Rian Johnson, questo mese nelle sale con il suo nuovo film Knives Out. Assoggettare la qualità narrativa alla felicità del pubblico porta, spesso e volentieri, sempre parafrasando Johnson, al risultato opposto.

Proprio per questo mi trovo a blastare un film che ho tanto atteso e una trilogia che ho comunque amato e difeso a spada (laser) tratta fino a oggi. Io c’ero quando in pochi hanno retto la botta di The Force Awakens, sapevo che in fondo si trattava di un capitolo volto a riunire diverse generazioni di pubblico e che la vera scommessa sarebbe stata il film successivo. Pertanto gioii quando ebbi conferma che The Last Jedi poteva dirsi a tutti gli effetti un tassello aggiuntivo di una saga apparentemente piegata su se stessa, qualcosa che nessuno aveva mai detto prima e un’offerta di valori e idee coraggiose e inaspettate. Sempre per tutti questi motivi credevo seriamente nella prospettiva di The Rise of Skywalker.

Poi è arrivata la verità sulle origini di Rey, verità di cui non avevamo bisogno perché la risposta di The Last Jedi era più che sufficiente. Sono arrivate le continue finte di un film senza spina dorsale che getta in campo eventi fini a se stessi e privi di reali conseguenze sul destino dei protagonisti. Le poche lacrime vengono asciugate con una smentita nella scena seguente, le solide convinzioni smontate con risoluzioni spesso poco credibili se non del tutto sbagliate.

Un film scritto per i fan. Così Rose resta poco più che carta da parati, Luke sapeva tutto ed è stato zitto, i cavalieri di Ren ridotti a futile siparietto, risorse nemiche illimitate quanto inspiegabili, spariscono personaggi e vengono resettate intere situazioni, si torna alla semplice lotta tra Bene e Male e l’Ordine dei Jedi, tanto messo in discussione nel capitolo precedente, torna a trionfare senza margine di discussione; gli Skywalker, nonostante l’eroina della storia porti un altro cognome, ristabiliscono ancora una volta l’equilibrio nella Forza (e nella saga). Ma La storia, lo abbiamo detto, la scrivono i vincitori, e quindi poco importa se nella scena finale non c’è posto per i fantasmi di Anakin e Ben Solo, i lati della Forza rimangono nettamente distinti laddove si auspicava una gamma di grigi che avrebbero aperto le porte ad altrettante possibilità.

L’orizzonte si è fatto improvvisamente piatto, la galassia incredibilmente piccola. Un intero film poteva essere dedicato al recupero di credibilità e di energie da parte dei Ribelli, un gran finale avrebbe aperto a una Forza universale alla portata di tutti e non di un unico retaggio.

La stessa Rey si trova a fare i conti con un origine che poi decide di rinnegare in una scena finale dove, a ruoli invertiti, qualcosa si sarebbe potuto dire. Se a morire fosse stata lei e avessimo dunque visto Ben recarsi al posto suo su Tatooine per seppellire il passato, avremmo assistito all'”ascesa di uno Skywalker” ma anche al realizzarsi del sogno per un attimo condiviso dalle due controparti.

La spada laser gialla è il vero elemento che tradisce definitivamente la farsa, quello che sarebbe dovuto essere l’ennesimo colpo di scena a prova di un superamento del passato è invece un’ancora ben saldata a terra e inamovibile, uno stantio e didascalico ritorno alle origini che prevede un Lato positivo della Forza determinato da un élite conservatrice e dinastica, un po’ come il pubblico di Star Wars.

La settimana del mio compleanno. 7 film visti o ri-visti in occasione di una tradizione poco convenzionale

Chi dice che il compleanno si debba festeggiare un giorno solo? Oltre all’ufficio anagrafe, intendo.

È il caso mio e della mia ragazza che da qualche anno a questa parte, al fine di tormentare l’altro o condividere piccoli piaceri della vita, dedichiamo reciprocamente un’intera settimana al festeggiato di turno, il quale ha l’onore e l’onere di scegliere 7 cose da far vedere su piccolo schermo alla propria anima gemella. Inutile dire che questa tradizione veste bene anche su una compagnia di amici, coinquilini e animali domestici.

7 giorni ,dunque, per condividere la visione in maniera indiscriminata, una libertà meno semplice da sfruttare e gestire di quello che si pensi. Un esempio su tutti: l’anno scorso propinai quattro episodi di Breaking Bad prima di accettare che non tutti possono amarlo come lo abbiamo amato io e molti altri. .

Più passa il tempo, più capisci che un’occasione simile è da sfruttare al meglio. Notare bene: ‘obbligare’ l’altro a vedere quello che vuoi non dev’essere una punizione, bensì un momento di condivisione e suggerimento per la visione temporaneamente unidirezionale e comunque reciproco (prima o poi compirà gli anni anche l’altro, no?).

Di seguito vado quindi a elencare la bizzarra sequela di titoli che ho scelto di ri-vedere, sperimentare e recuperare nella prima settimana di novembre.

Mad Max – Fury Road (G. Miller, 2015)

La prima volta che vidi questo film fu grazie a un blu-ray prestatomi da un amico. Questa volta sono andato a ripescarlo direttamente dal catalogo Netflix e comunque posso dirmi orfano dell’esperienza più completa per godere a pieno di Mad Max – Fury Road: il grande schermo e una sala buia. Anche in televisione, tuttavia, risulta innegabile l’efficacia visiva e spettacolare del film, un’opera di un’esplosività fotografica non richiesta e per questo inaspettata. Il racconto non osa, al contrario di tutto l’apparato circostante che invece osa eccome e riesce nell’impresa.

Donnie Darko (R. Kelly, 2001)

Non credo esistano film che possa dire di non avere capito, eccetto Donnie Darko. Proprio per questo motivo la presi fin da subito come una sfida personale: sarei dovuto arrivare a capire ciò che questo film intendeva dirmi. Perché qualcosa mi stava dicendo, lo percepivo e ne godevo a tal punto da volerne ancora. Con sommo piacere posso affermare che diciannove anni dopo l’uscita del film, e alla nona visione dello stesso, ho finalmente cominciato a scalfirne la scorza, riuscendo a intuire qualcosa in più di quello che negli anni è diventato un vero e proprio cult fatto di teorie su teorie, risposte sempre diverse l’una dall’altra. Con ogni probabilità anche chi legge ha la propria verità in tasca che sarà comunque, inspiegabilmente, diversa dalla mia.

Smetto quando voglio – la trilogia (S. Sibilia, 2014-2017)

Guai a trascurare troppo il cinema nostrano. Personalmente amo un’epoca della cinematografia italiana che non esiste più, tuttavia riscopro molti film di oggi decisamente sottovalutati. Tra questi inserisco la trilogia scritta e diretta da Sydney Sibilia Smetto quando voglio, con Edoardo Leo e Stefano Fresi (i Timon e Pumba del nuovo Lion King). Smetto quando voglio è una commedia italiana d’esordio e di sostanza, divertente, sveglia, qualitativamente non dissimile da cugini oltreoceanici alla The Hangover, ma decisamente più critica e attuale. L’alchimia della messa in scena funziona, a partire dalla fotografia bruciata alla quale si fatica inizialmente ad abituarsi, ma che diventa presto un tratto distintivo, passando per un plot semplice ma avvincente e per nulla scontato.

Hannibal (R. Scott, 2001)

Dopo essermi nuovamente innamorato di Silence of the Lamb sotto le stelle del cinema, non potevo certo privarmi di un rewatch del secondo capitolo della saga. Tutto questo per scoprire, a distanza di anni, come sia invecchiato decisamente peggio rispetto al primo film. Che dir si voglia, gli americani proprio non ce la fanno a rappresentare l’Italia senza incappare in stereotipi non tanto discriminatori nei confronti di noi italiani, bensì del racconto stesso, che a un occhio più esigente, quindi, diventa subito meno credibile. Hannibal resta comunque un filmone, Hopkins decisamente eterno e la Moore sopravvissuta alla difficile sfida cui l’abbandono della nave da parte di Jodie Foster l’ha sottoposta e ha sottoposto il successo, comunque indiscutibile, del film.

In guerra per amore (Pif, 2016)

E alla fine ce l’ho fatta. A distanza di tre anni dall’uscita nelle sale, le nostre strade si sono finalmente incrociate. Ne è valsa la pena? Il fatto che in un mese lo abbia già visto due volte è già una risposta. In guerra per amore, secondo film firmato Pif dopo un altro gioiellino quale è La mafia uccide solo in estate, è uno spaccato del nostro paese verso la fine della guerra, che si mescola alle storie che mio padre mi raccontava da bambino sulla liberazione americana della nostra penisola. L’italo-americano Arturo (Pif) si arruola nell’esercito USA per sbarcare in Sicilia e chiedere al padre di Flora (Miriam Leone) promessa dallo zio al figlio del braccio destro di Lucky Luciano, la mano della figlia. Presto il riso lascia spazio a lacrime amare e al tempo di riflessione sul vero oggetto del film: la rinascita della Mafia in Italia.

Come risultato dalla Settimana del compleanno escono delle vere e proprie bizzarrie, ma si riscoprono anche perle lasciate, per un motivo o per un altro, trascurate o inascoltate. Questa è una tradizione da divano, ciò non toglie che se un film che è nato per le sale si riesce a vedere al cinema è sempre una buona cosa (vedi il caso Mad Max) e viceversa, se un prodotto nasce per un determinato medium ben venga l’accettazione e l’eventuale traslazione (qualcuno ha detto The Irishman?).

E voi? Come comporreste la vostra Settimana del compleanno?

Aspettando Halloween – Not Today, Satan. 10+ serie e film a tema per ammazzare il tempo ad Halloween

Netflix’s Chilling Adventures of Sabrina e Stranger Things

A Greendale è come se fosse sempre Halloween. Questa la premessa fatta a partire dal primo teaser di Chilling Adventurers of Sabrina, il ritorno in pompa magna della teenager che ha stregato un’intera generazione nel meno fedele al fumetto live action anni Novanta. Premessa che non viene smentita per tutta la prima stagione composta da venti episodi divisi in due parti, dove i temi e il mood non vengono mai traditi, anzi, con lo scoppiettante season finale vengono solo rilanciati verso un’attesa seconda stagione.

Vera e propria serie evento è invece Stranger Things, che giunta alla sua terza stagione non abbandona la propria mission di rievocazione storica, culturale e di genere, attingendo a piene mani dal patrimonio cult del periodo anni Ottanta e in particolare alla cultura Geek, Horror e fantascientifica. Nella mia ultima recensione su Stranger Things mi sono soffermato su un leggero cambiamento di rotta rilevato nell’ultimo capitolo della saga: l’America verso l’ultimo decennio del primo millennio vista come un gioco truccato impossibile da smascherare. Palpitante senza ombra di dubbio l’attesa verso una quarta stagione che ha tutta l’aria di essere un punto di non ritorno a tutti gli effetti.

Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas e Corpse Bride

Film di natale o film di Halloween? Su questa domanda probabilmente The Nightmare Before Christmas ha diviso generazioni di spettatori e, parola di chi scrive, messo a repentaglio amicizie durature. Difficile tuttavia immaginare il capolavoro d’animazione di Tim Burton come un film natalizio, laddove i protagonisti, gli abitanti del mondo di Halloween, e in particolare il Re delle Zucche Jack Skeleton, compiono incredibili peripezie per poi tornare allo stesso punto di partenza. Perché “nessun posto è come casa”, seppure conoscere e lasciarsi trasportare da quel cos’è? che si trova all’esterno del mondo ordinario può rappresentare una fantastica avventura e spalancare nuovi e magici orizzonti. In quanto proprietario di casa/blog posso dirlo: l’incubo prima di natale di Tim Burton è e sarà sempre un gioiellino di Halloween e, tuttavia, va visto in tutti i periodi dell’anno.

Nessun dubbia invece sull’appartenenza di genere di un film come Corpse Bride, tra gli ultimi colpi di genio di Burton prima di un inaspettato arresto produttivo e qualitativo che coinvolge alcuni tra i titoli più famosi dell’ultimo periodo, comunque non all’altezza di quelli che erano i suoi film fino a dieci anni prima. Corpse Bride fa piangere, ridere ed emozionare grandi e piccini, risaltando le capacità di Burton di esorcizzare la morte, rendendola più vivace della vita stessa.

Scream e Scream the TV Series

Adattamento o opera originale? Opera originale o adattamento? Ma soprattutto, qual’è il tuo film preferito? Il caso di Scream e del suo adattamento televisivo è uno dei pochi che può vantare un’intelligente continuità che gli garantisce un mantenimento dei punti cardine che hanno reso celebre la saga cinematografica di Kevin Williamson e Wes Coven. Va detto che Williamson aveva già in un certo senso riadattato il proprio stile alla serie anni Novanta Dawson’s Creek, ma con Scream: the TV Series la fama e il prestigio dei film, che all’epoca aprirono le porte all’horror post-moderno e metanarrativo cui oggi siamo molto più abituati, se non addirittura saturi, la sfida viene rilanciata a un livello se possibile ancora più alto, ovvero quello dei nuovi media e della serailità televisiva contemporanea.

Scream: the TV Series mantiene quindi le peculiarità della saga originale pur sovvertendone tratti altrettanto iconici (su tutti la maschera dell’assassino). L’adattamento non risente del salto generazionale proprio grazie a questa capacità di sopravvivenza del prodotto, della trasposizione mediale, fisica e testuale. Significativa la scelta di sostituire al nerd dei film Randy Meeks l’altrettanto appassionato dell’orrore Noah Foster, quindi alle regole del cinema horror le regole della serialità televisiva di genere, al terrore al telefono la brutale viralità della rete.

Nella sua relativa mediocrità qualitativa Scream: the TV Series ci ha visto giusto e ha colto, al contrario di tanti altri adattamenti, il cuore dell’opera originale. Resto personalmente di altro avviso sulla sedicente terza stagione della serie, che è in realtà una miniserie evento ed è decisamente un passo indietro rispetto alle precedenti. Proprio per la sua natura di evento televisivo, tuttavia, Scream: Resurrection può rivelarsi l’appuntamento perfetto per raccogliere un gruppo di amici la notte del 31… basta guardarsi le spalle, perché ricordate: l’assassino potrebbe essere chiunque.

Film per tutta la famiglia: Hocus Pocus, Casper, Scooby-Doo

Ci sono film sul tema che sono e restano ineguagliabili. Tra questi sicuramente Hocus Pocus, la caccia alle streghe per tutta la famiglia con le indiscusse protagoniste Bette Midler, Katy Najimy e una giovanissima Sarah Jessica Parker, nei panni delle malefiche ma irresistibili sorelle Winifred, Mary e Sarah Sanderson. Aleggia negli ultimi tempi una minaccia all’orizzonte circa il sequel di questo caposaldo del genere, possibilità che sento di non auspicare in partenza, bollando i tentativi di speculare su titoli di successo che basterebbe rilanciare nelle giuste sedi e nel periodo dell’anno adeguato.

Di diversa opinione sono per film che potrebbero benissimo sforare il periodo di Halloween e che divertirebbero comunque spettatori di ogni età. Tra alcuni invecchiati meglio e altri peggio, segnalo in ordine di affetto e, sento di doverlo dire, in ordine di qualità, gli adattamenti cinematografici di Casper e Scooby-Doo. Il primo mi ha letteralmente cresciuto, ne ho consumato la VHS e visto addirittura i cartoni animati. Del secondo ho seguito e seguo sempre volentieri le avventure animate della Misteri affini e all’epoca apprezzai anche il live action. Ad oggi, tuttavia, del film di Scooby-Doo non resta che un prodotto comunque piacevole da vedere, ma non certo memorabile.

Tutt’altro discorso vale per l’appunto attorno a Casper, decisamente più avvincente e delicato nello stile del racconto, in linea con la festività in oggetto e sempreverde per gli appassionati del genere.

Tutti e tre i film, Hocus Pocus, Casper e Scooby-Doo, restano comunque ottimi titoli consigliati per tutta la famiglia e perfetti da recuperare o rivedere proprio in questo periodo dell’anno.

Ryan Murphy’s AHS e Scream Queens

Se c’è una reginetta dell’horror dei tempi nostri, alla pari della miglior Jaime Lee Curtis, quella è certamente Ryan Murphy.

Autore ormai indiscusso e pluri-riconosciuto nel panorama seriale televisivo grazie al suo stile peculiare e distinto, tra il miglior trash di genere e il postmodernismo che abbiamo accennato parlando dello Scream cinematografico, Murphy vanta un fiorente numero di serie e miniserie l’anno, alcune di queste particolarmente apprezzate da pubblico e critica.

Tra queste spicca in pole position American Horror Story, antologia televisiva giunta ormai alla sua decima stagione e forse al suo tramonto, dopo una nona stagione (AHS: Apocalypse) che non definirei per nulla esplosiva o all’altezza degli standard cui lo show ha abituato le nostre papille. In un recente commento per Lost in A Flashforward ho provato a spiegare perché.

Punti di non ritorno a parte, AHS resta sicuramente una delle serie più iconiche e intelligenti dell’ultimo decennio. Intelligenza e consapevolezza che Murphy ha provato a trasmettere in un’altra serie, decisamente meno brillante ma comunque irriverente e in linea con i suggerimenti per la visione che stiamo provando e delineare. Parliamo di Scream Queens, della sua breve ma esilarante vita e della riscoperta di Emma Roberts, Scream Queen dal suo debutto nel genere per Scream4, dove la Roberts interpreta il Ghostface di turno, al suo ruolo di protagonista proprio in AHS, dove sembra toccare a lei e a Billie Lourd, anche lei protagonista di Scream Queens, il pesante fardello di mantenere viva l’attenzione degli spettatori nei confronti di una serie ormai orfana dei suoi volti più noti (prima Jessica Lange, ora Evan Peters e Sarah Paulson).

I film e le serie a tema sarebbero molti, e tanti ne avevo messi in programma da recensire e che sto guardando e riguardando in questi giorni. Tuttavia sono altrettanti gli Halloween che abbiamo davanti, quindi tempo al tempo e godiamoci anche quest’anno la nostra festa preferita … dolcetto o scherzetto? 🎃

Once Upon a Time… In Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino rivela il contenuto della valigetta di Marsellus Wallace

Regia: Quentin Tarantino

Sceneggiatura: Quentin Tarantino

Produzione: HeyDay Films

Cos’era contenuto nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction? Lo ha anticipato durante la proiezione estiva del film Cecilia Cenciarelli, direttrice del Festival del Cinema Ritrovato 2019 insieme a Gian Luca Farinelli, Ehsan Khoshbakht, Mariann Lewinsky, lo conferma la nona pellicola di Quentin Tarantino Once Upon a Time… in Hollywood.

Come avrebbe detto un Tarantino agli albori nell’intervista su Reservoir Dogs, il concept di base del nuovo film è molto semplice e rispolvera, tra le tante, una figura che ha sempre affascinato l’autore.

in Hollywood, anybody fool enough to throw himself down a flight of stairs can usually find somebody to pay him for it.

Stuntman Mike, Grindhouse – Death Proof

La figura è quindi quella, trascurata per definizione dai riflettori, dello stuntman. Di fatto e su carta Once Upon a Time… In Hollywood è quindi la storia di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore televisivo sul baratro del fallimento, e dell’amicizia con la sua fidata controfigura Cliff Booth (Brad Pitt), trascinato nel baratro dell’insuccesso della celebrità, sospettato uxoricida ma buon amico.

Un primo monito: diffidate dai commenti in rete di chi dice che assisterete/avete assistito all’opera meno tarantiniana di Quentin Tarantino. Dalla semisoggettiva in auto con cui vengono presentati i due protagonisti (il primissimo piano sul cartellone nel parcheggio che, seguendo la retromarcia dell’auto, presto rivela la nuca di Rick e Cliff) alla sequenza in cui Cliff attraversa l’angusto corridoio della casa di George Spahn (Bruce Dern, qui in sostituzione del collega Burt Reynolds che venne a mancare poco prima delle riprese) accompagnato dalle note del film che Lynette “Squeaky” Fromme (Dakota Fanning) sta guardando in soggiorno, passando per i dettagli voyeristici che accompagnano le descrizione della maratona privata di Shwarz (Al Pacino) e per una selezione musicale che, da Reservoir Dogs a oggi, eccezione fatta per la colonna sonora autoriale di The Eightful Eight, ha sempre distinto la cinematografia di Tarantino, c’è più dell’autore in questo film che in tutte le sue opere degli ultimi cinque anni, da Django a oggi.

Oltre ai già citati, ritroviamo infatti in Once Upon a Time… In Hollywood molti altri motivi conduttori dell’autore fin troppo prevedibili, tra cui l’ossessione per determinate inquadrature (i piedi di Margot Robbie!), cameo diretti e indiretti di muse canoniche del parnaso tarantiniano (Michael Madsen, Kurt Russel, gli stessi Pitt e Di Caprio, Bruce Dern, Tim Roth, seppur la scena che lo coinvolge non sia stata inclusa nella versione definitiva del film, e addirittura Maya Thurman-Hawk, figlia d’arte resa celebre dal suo personaggio nella terza stagione di Stranger Things) ma soprattutto lui, la materia di cui è fatto Tarantino stesso, il nettare di cui si è nutrito da quando era la maschera del cinema a luci rosse di Torrance Pussycat (a chi ha visto il OUaTIn Hollywood dice qualcosa questo nome?) e poi in veste di commesso nella videoteca a noleggio di Manhattan Beach.

Non parliamo nemmeno di cinema, bensì della potenza del cinema, del cinema che può salvare vite così come può interromperle, le tocca e le cambia per sempre. Un buon film, si sa, può migliorare ben più di una semplice giornata.

Abbiamo visto la forza distruttrice del cinema in Inglorious Basterds, la storia riscritta dalle fiamme primordiali della celluloide, ma non manca di rimarcarlo Tarantino in ogni suo esercizio di stile, in ogni riferimento iconografico e in ogni citazione che esce dalla bocca dei protagonisti dei suoi film. Una forza devastante e rigeneratrice che in Once Upon a Time… in Hollywood non solo raggiunge il suo apice, bensì prova a espandersi a un altro interesse dell’autore che a suo dire potrebbe trovare maggiore spazio nella sua carriera una volta concluso il decimo, e presumibilmente ultimo, film. Parliamo del mondo della televisione in cui Tarantino ha già avuto l’onore di lavorare per sporadiche incursioni e che nella sua nuova fatica ha un ruolo preponderante. Il rapporto tra cinema e televisione, oggi più importante e articolato che mai, affonda non a caso le radici nelle origini del piccolo schermo stesso. Negli anni in cui sono ambientate le (dis)avventure di Dalton e Cliff, dunque, il rapporto tra i due medium era gerarchicamente ben definito da almeno un ventennio e il passaggio da uno all’altro mezzo non era reciproco e incentivato come siamo abituati oggi. Così come Rick Dalton fatica dunque a sfondare nel mondo del cinema e lasciarsi dietro il fantasma del personaggio che lo ha reso celebre nei salotti delle famiglie americane, allo stesso modo Tarantino ha l’occasione di inserire tutte le strizzate d’occhio alla serailità televisiva simbolo di quegli anni (di cui, tra le altre cose, Bruce Dern fu importante protagonista).

Ancora una volta in un film di Tarantino il fuoco è l’elemento distruttore con cui la storia viene riscritta da capo. E se il cinema non sempre può cambiare le cose, per l’autore la sua energia mistica e inarrestabile può perlomeno ambire a influenzare un cambiamento. La pellicola viene dunque riavvolta, i cancelli di un sogno si aprono, un’amicizia viene consolidata e la fiaba è stata raccontata. Once Upon a Timein Hollywood ha tradito l’illusione a partire dal titolo e l’inganno a cominciare dalla scelta dei due protagonisti (uno il falso dell’altro), costringendo coloro che escono di sala con l’amaro in bocca a non biasimare nessuno se non le proprie aspettative.

Ma dove viene contenuta tutta questa energia? Interi magazzini non sono bastati a trarre in salvo un patrimonio cinematografico delle cui origini, oggi, sopravvive soltanto il 20%. Quale spazio può preservare l’immortalità e contenere una simile potenza?

Secondo Tarantino, questa la lettura di Cecilia Cenciarelli e anche la nostra, bastò una semplice valigetta. Non è infatti da matti supporre, a venticinque anni di distanza dall’uscita di Pulp Fiction, che nella valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction, alla fine dei conti non fosse contenuto che questo: la storia del cinema.

VENEZIA 76 – Il viaggio nel tempo di Martin Eden. La recensione del film con Luca Marinelli

Regia: Pietro Marcello

Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello

Produzione: RAI Cinema

Si è conclusa da un paio di settimane la 76esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Con il Leone d’Oro al cinecomic DC Joker di Todd Philips, stupisce non poco il clamore, per di più nazionale, destato attorno alla consegna a Luca Marinelli del Premio Coppa Volpi come miglior attore protagonista per il film Martin Eden, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Jack London.

Stupisce che, da Codacons al deputato leghista Claudio Borghi, l’attenzione si sia spostata dal film in sala per concentrarsi sul palcoscenico dell’evento, con particolare riferimento alle parole dell’attore al momento del ritiro del premio.

Eviteremo di commettere lo stesso errore e, dopo avere visto il film, sappiamo che né l’adattamento di Pietro Marcello, ne tanto meno le parole di Marinelli, avranno l’indignazione da parte di chi sa di cosa sta parlando, con riferimento tanto a quanto visto in sala, quanto a ciò che abbiamo sentito ai microfoni del festival.

Una nota di merito sulla questione metacinematografica va alla continuità che le critiche sollevate dalle dichiarazioni dell’attore hanno dato al personaggio protagonista del film. Le indiscrezioni sull’equo riconoscimento conferito all’artista creano infatti un legame tra Marinelli e Martin Eden stesso, in quel momento del racconto in cui i giornali additano lo scrittore come socialista.

L’ascesa sociale ed esistenziale del personaggio di Martin Eden, questa la sensazione una volta guardato il film, non è altro che un viaggio nel tempo in piena regola. Alla sospensione di una specifica dimensione temporale, dal pastiche di costumi e di riferimenti culturali alla delocalizzazione del romanzo originale, corrisponde il tentativo di rendere universale non solo i temi principali del film, come le lotte di classe, qui congelati proprio dalla a-storicità dell’adattamento, bensì la cerca stesso del protagonista.

Un tentativo di universalità dello sguardo che sfocia in scelte intelligenti come l’inserimento di immagini di repertorio alternate a sequenza costruite ad hoc, nonché in un finale inaspettato dove il ritorno alla vita del protagonista attraverso la morte, laddove nel romanzo non lascia alcun dubbio, qui assume le sembianze di un approdo a un futuro non lontano da noi, un’improvvisa dimensione distopica dove Martin Eden arriva inseguendo l’ombra di sé stesso, il risultato delle sue riflessioni sulla vita e sull’individuo, e sulle scelte che possiamo prendere, in quanto individui, sulle nostre vite per migliorare anche quelle degli altri.

Il doppio Jack London-Martin Eden, autore-personaggio, si triplica per lasciare spazio anche a un Marinelli che ancora una volta ci sorprende per il suo eclettismo dialettale, forse un po’ meno quello espressivo, e invita il pubblico dentro e fuori la scena a continuare a cercare insieme al personaggio protagonista le verità del mondo e dell’animo umano.

L’estate alle spalle, lo schermo davanti. #recensionispicciole di agosto 2019

Di rientro dall’estate, le #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di agosto

The Silence of The Lambs

L’altra sera sono tornato a vedere The Silence Of The Lambs (J. Demme, 1991) e non so se accetterò l’addio di Jodie Foster al suo personaggio con gli stessi occhi di quando ero ragazzino. 

Reduce dal suo ruolo in Taxi Driver, e sicuramente complice la visione in lingua originale, l’attrice ci regala un’agente Starling che è ormai storia del cinema. Non c’è Moore che la eguagli, così come a distanza di dieci anni non esiste partita tra le versioni di Demme e di Scott, seppur abbia certo gravato l’infausto destino del film Hannibal (R. Scott, 2001) in corso di produzione (Jodie Foster fece cambiare appositamente il finale originale per poi rifiutare comunque il ruolo di Clarice).

65esimo film migliore di tutti i tempi secondo l’AFI e tra i primi film a portarsi a casa ben 5 Oscar, insieme a It Happened One Night (F. Capra, 1934) e One Flew Over the Cuckoo’s Nest (M. Forman, 1975), il primo capitolo cinematografico della saga di Hannibal Lecter mette a tacere gli agnelli, ma fa parlare di sé ancora oggi.

6 agosto 2019

L’Onorevole Angelina

Nel cinema più bello del mondo, quello sotto le stelle in Piazza Maggiore, è stata la volta de L’Onorevole Angelina, gioiellino di Luigi Zampa che mi aveva stregato già alla mia prima visione qualche anno fa.

Uscito a cavallo tra il referendum del 1946 e le prime elezioni politiche del 1948, il film ci mostra la stessa condizione delle borgate su cui solo un anno più tardi Vittorio De Sica insisterà con un altro film che amo a ogni visione, Ladri di biciclette

Alcune delle regole più ortodosse del Neorealismo italiano, dalle riprese quasi interamente all’esterno, tra le macerie del dopoguerra e le nuove speculazioni edilizie, all’assiduo ricorso a non attori e il tentativo evidente di rappresentare la vita nella maniera più verosimilmente possibile, sono tradite da una delicatezza e una ricerca narrativa e attoriale, specie nel caso della protagonista, che anticipano di parecchio tempo quella che sarà la commedia all’italiana.

Impreziosisce ulteriormente il film la partecipazione di Anna Magnani, attorno alla quale gli sceneggiatori hanno creato la protagonista e il cui coinvolgimento è andato ben oltre al semplice ruolo di attrice (tra le altre cose, la Magnani compare nei crediti come co-sceneggiatrice).

Significativa la testimonianza scritta di Zampa che ricorda quando con Anna Magnani scesero nelle borgate e un gruppo di ragazze riconobbero la star del cinema e l’avvicinarono. A un certo punto Anna Magnani indicò il vestito di una delle ragazze e disse “è quello”. La produzione acquistò il vestito alla giovane donna e quando la Magnani lo indossò sul set fu subito Angelina Bianchi, l’onorevole baccagliera di Pietralata.

Il film spicca poi per l’approccio moderno a temi ancora attuali, quali la miseria, l’occupazione, le battaglie per i diritti. Un dovuto finale amaro lascia l’impronta di un personaggio femminile sconfitto, ma comunque forte e onorevole, “ma onorevole pé davero”.

7 agosto 2019

Senso

La prima volta che ho visto Senso di Visconti non era ancora uscito Frozen della Disney. Rivedendolo oggi sotto le stelle di Piazza Maggiore a Bologna, non posso non notare nella maniera più goliardica possibile la somiglianza tra i due malvagi ammaliatori, il principe Hans delle Isole del Sud e il tenente Franz Mahler.

Diverse sono invece le protagoniste. Da una parte Anna, che parte all’avventura per riportare a casa la sorella Elsa. Dall’altra la Contessa Livia Serpieri (Alida Valli), la quale vende tutto ciò che ha di più caro, causa compresa, in nome di un tragico e immaturo innamoramento.

Oltre a sancire l’indiscutibile maestria alla regia di Visconti, Senso ne condanna la reputazione agli occhi dei neorealisti. L’accusa è verosimilmente quella di tradire i preconcetti più puri del neorealismo in virtù di una messa in scena di misure hollywoodiane, una narrazione pilotata (complice la natura di adattamento del film, tratto dall’omonima novella di Boito) e l’acquisizione di un punto di vista differente da quello dei bassi ceti.

Sulla cartolina di benvenuto in piazza leggiamo le parole di Visconti:”La parola realismo mette addosso una singolare paura. C’è di più: è invalsa la credenza che fare del realismo nel cinema voglia dire approfondire moti, sentimenti e problemi delle classi povere della nostra epoca. Come se fosse proibito per un regista realista indagare criticamente sui moti, sentimenti e problemi delle classi dominanti di una qualsiasi altra epoca”. E questo è quello che in fondo Visconti fa con Senso, criticando con la lente ideologica del comunismo una guerra fatta male, quella risorgimentale e in particolare la battaglia di Custoza, perché coinvolta in essa una sola classe sociale. 

Parafrasando le testimonianze del regista, gli stessi protagonisti del film sembrano personaggi tipici appartenenti a classi dominanti in piena crisi, alla vigilia di un’altrettanta crisi politico-militare che sfocerà poi nella suddetta battaglia che doveva essere il titolo originale del film, poi censurato dalla produzione stessa.

Il Cinema Ritrovato – Chi governa l’universo? La recensione di The Masque of the Red Death di Roger Corman

Regia: Roger Corman

Sceneggiatura: Charles Beaumont, R. Wright Campbell

Produzione: Roger Corman per Alta Vista Productions, Anglo-Amalgamated Productions, American International Pictures (AIP)

 There are chords in the hearts of the most reckless which cannot be touched without emotion, even by the utterly lost, to whom life and death are equally jests, there are matters of which no jest can be made.

Edgar Alan Poe – The Masque of the Red Death

Prendi Edgar Alan Poe, Boccaccio e Ingmar Bergman. Il risultato, voluto solo in parte, è una diabolica carnevalesca al confine tra l’incubo e la morte.

Presentato in versione restaurata alla 32esima edizione del Cinema Ritrovato, The Masque of the Red Death di Roger Corman è il punto più alto del ciclo di adattamenti dei racconti di Poe realizzati dal regista, nonché il debutto dell’espressionismo fotografico di Nicolas Roeg (Doctor Zivagho, Fahrenheit 451, James Bond 007 – Casino Royale) e l’elezione di Vincent Price a musa di Corman.

Price, che sarà infatti il protagonista della maggior parte dei racconti ispirati al poeta inglese, interpreta qui il principe Prospero, un sadico regnante i cui domini sono flagellati da quella che viene chiamata la Morte Rossa, un’epidemia che ha decimato gran parte dei villaggi circostanti il palazzo in cui Prospero, assieme a decine di invitati, decide di rifugiarsi e di passare il tempo con sfarzosi banchetti, feste e ricevimenti.

La Morte rossa non mancherà di penetrare anche a palazzo, tradendo le convinzioni di invulnerabilità di Prospero in questo adattamento convinto fedele di Satana e quindi auto presunto intoccabile. Magistrale la scena madre dell’epidemia a palazzo, con la rivelazione – ben diversa dal racconto di Poe – del vero volto dietro la Maschera rossa.

Inevitabile poi il paragone cinematografico con Det sjunde inseglet, cui Corman temeva a tal punto la vicinanza che posticipò appositamente di quattro anni la distribuzione di The Masque of the Red Death. Il film, il cui ‘ritardo’ fu dovuto anche all’attento studio dell’opera originale, non mancò di attirare gli occhi indiscreti della critica, ottenendo un riconoscimento maggiore dell’effettivo successo al botteghino.

Finanziato dalla George Lucas Film e presentato in sala dal Presidente dell’Academy Film Archive John Bailey, prezioso ospite fisso del Ritrovato, il restauro del film è stato presentato per la prima volta al pubblico proprio in quest’occasione.

Sotto le stelle del cinema – Lo schermo in città, la città nello schermo. La recensione di Hanno rubato un tram

Regia: Mario Bonnard, Aldo Fabrizi

Produzione: Luigi Rovere

Il cinema più bello del mondo torna a rischiarare le notti di Piazza Maggiore a Bologna con un programma sempre più ricco e ospiti d’eccezione, da Coppola alla Cortellesi.

In attesa della 32esima edizione del Cinema Ritrovato Festival (22-30 giugno), vera e propria macchina del tempo alla scoperta di tre secoli di opere cinematografiche amate, restaurate o addirittura mai viste, ha preso il via la rassegna serale e gratuita Sotto le stelle del cinema, ieri alla sua seconda serata con un film particolarmente importante per il capoluogo emiliano e intelligentemente proposto in un periodo in cui il tema cardine della pellicola risulta quanto mai attuale.

Hanno rubato un tram è un film del 1954 solo in parte diretto da Mario Bonnard il quale, in seguito a problemi di salute, dovrà a un certo punto lasciare il timone alla regia al protagonista Aldo Fabrizi, assistito da un giovanissimo e quasi irriconoscibile Sergio Leone, anch’egli poi coinvolto in un ruolo come attore.

Come del resto l’intero film, la sequenza notturna in cui Fabrizi attraversa Bologna a bordo di un tram rubato rivela un’altra incredibile partecipazione, nonché le capacità di direttore della fotografia di un Mario Bava in erba che da lì a pochi anni si sarebbe distinto alla regia di segnanti b-movie e come pioniere di interi generi ormai cult.

Hanno rubato un tram si rivela un gioiello agli occhi della città su due piani temporali. Parte dello spettacolo è stato certo il gioco spontaneo degli spettatori che da dietro la quarta parete cercavano di indovinare le strade e i canonici chilometri di portici, destreggiandosi con agilità attraverso le ellissi spaziali del montaggio e ridendo a crepapelle sotto le battenti frecciatine sulla cultura bolognese.

Mancini, il personaggio di interpretato da Fabrizi, è infatti un romano in terra straniera, maritato con una bolognese doc, padre di un figlio che comunica in dialetto e non si fa capire e nuoro di un’anziana donna che si lascia intendere fin troppo bene. Esilaranti le gag sulla paternità delle tagliatelle e irresistibili i pasticci linguistici.

Oltre al passato, Hanno rubato un tram fa breccia anche nel presente e nel futuro della città, rievocando la diatriba cittadina pro e contro l’imminente ritorno dei tram nelle strade del capoluogo. Forse ancora più attuali sono gli scetticismi e gli scenari dell’attesa collettiva mostratoci dal direttore della Cineteca di Bologna Gianluca Farinelli durante l’introduzione al film.

La macchina e il ragionamento politico culturale dietro il recupero e l’inserimento di Hanno rubato un tram nel palinsesto di Sotto le stelle del cinema è evidente e al tempo stesso non viene per nulla mascherato dall’organizzazione dell’evento.

Eterno è poi il tema sociale del film, l’alienazione del lavoratore e gli effetti sul corpo e la mente della stressante vita in una metropoli moderna, tecnologica e veloce. Una velocità cui non tutti sopravvivono, compreso il protagonista del film, soggetto a un vero e proprio caso di mobbing sul lavoro che sfocia in una reazione poi affrontata sul grande schermo d’oltreoceano in epoche future e in contesti dovutamente più spettacolari.

Nonostante la forte connotazione locale il film sforerà comunque il successo nazionale, ispirando Luis Buñuel per l’adattamento messicano la ilusión viaja en tranvía.

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