Biografilm 2019 – “I dont’ know if I know”, la recensione di Gods of Molenbeek. Un gioco che non fa paura

Regia: Reetta Huhtanen (OPERA PRIMA)

Produzione: Zone2Pictures, Clin d’oeil Films, Tondowski Film

Esistono gli dèi? È questa la domanda che verte attorno alle vicende di Gods of Molenbeek e che appassiona in particolare Aatos, bambino di origini finlandesi che vive con la famiglia nel quartiere di Bruxelles segnalato dai media come un vero e proprio focolaio di jiadhisti.

Al suo primo lungometraggio, la scelta della regista di adottare il punto di vista dei bambini sia sul piano tecnico che narrativo ha permesso di realizzare un quadro della situazione veritiero pur restando ai margini della cronaca, favorendo un’interpretazione fantastica e soggettiva dagli effetti decisamente credibili, autentici e piacevolmente inattesi.

La ricerca personale di Aatos passa dai punti di riferimento a lui prossimi, la vicinanza del suo migliore amico Amine e quindi l’islam, l’esplorazione della natura con la sua folle amica di giochi Flo, culminando nell’immedesimazione individuale con le divinità studiate a storia o scoperte nei libri illustrati.

La ricerca di Dio si fa gioco. Anche quando il quartiere viene preso di mira dai media e dalle accuse della gente in seguito agli attentati di Bruxelles, quattro mesi dopo quelli di Parigi, Aatos e Amine coltivano la loro amicizia indagando il mondo attorno a loro nel tentativo di dargli un significato.

Semi soggettive e piani molto bassi escludono volutamente le figure degli adulti dalla scena, suggerendo l’idea che sia una questione tra i piccoli protagonisti e il mondo.

Se Aatos è l’eroe della storia, protagonista assoluto del film è il quartiere. Molenbeek viene infatti dipinto come una comunità attiva nel suo relativo abbandono, scomposta al suo interno da organismi eterogenei, ‘tanti auguri a te’ cantati in quattro lingue e bimbi che giocano pericolosamente per strada come nei racconti dei nostri genitori. Un quartiere che non si arrende all’odio e in cui, alle volte, anche un bambino è portato a farsi domande da adulto.

Degna di nota l’interpretazione dei piccoli attori, grazie ai quali anche le parole accuratamente messe loro in bocca non tradiscono la spontaneità e la trasparenza tipica dei bambini.

Biografilm 2019 – La recensione dell’anteprima mondiale di Killing Time, l’Aspettando Godot dei giorni nostri

Regia: Valeria Testagrossa, Andrea Zambelli

Sceneggiatura:  V. Testagrossa, A. Zambelli

Produzione: Rossofuoco, Lab 80


Quanto dura una giornata per chi non sa quanto dovrà aspettare?

La mia prima visione di questo Biografilm è stato, come da tradizione del festival, un racconto di vite. Scomodando non a caso Samuel Beckett, potremmo aggiungere che si tratta un racconto di persone che parlano delle proprie vite come se viverle non fosse già abbastanza.

Era d’altronde corretta l’idea passata con la promozione del film che ciò che ci aspettava in sala sarebbe stato un brutale Aspettando Godot dei giorni nostri.

Di fatto in Killing Time non succede nulla. I protagonisti del campo profughi dove non si svolgono le vicende ammazzano il tempo in una sospensione dimensionale che permette di ritrarre il loro lungo anno in una sola ora di film. Il fatto che in sala ci fosse chi dormiva o chi non riusciva a scollare gli occhi dall’orologio dimostra la buona riuscita delle intenzioni degli autori nel coinvolgere lo spettatore nella giornata media di migliaia di uomini, donne e bambini in tutto il mondo costretti ad attendere qualcosa o qualcuno che sembra non arrivare mai.

Nel caso di Killing Time parliamo del campo profughi di Denvery, Grecia, e l’attesa è che qualcuno accolga finalmente la richiesta d’asilo dei suoi occupanti garantendo loro una casa o la semplice libertà, sospesa anch’essa.

La condizione di attesa vissuta dai migranti nei campi rifugiati diviene territorio di esplorazione per una riflessione sulla relazione tempo-essere umano. L’attesa come vuoto esistenziale e condizione universale, viene amplificata dalla situazioni di stasi che vivono i personaggi. Piccoli gesti quotidiani e ritualità delle giornate ci portano nell’intimità dei personaggi, osservando diversità e caratteristiche di ognuno. Il ritmo della vita nel campo e il tempo del film ci mette nella condizione di condividere l’ incertezza dell’attesa.

Al ritmo dei giorni e delle stagioni cinque personaggi principali ci raccontano in silenzio l’abbandono e l’incertezza della loro condizione. Una famiglia siriana scappata dalla guerra resiste per i propri figli, un medico iraniano continua a scrivere le poesie che lo hanno costretto a lasciare il proprio paese. C’è chi passa il tempo tenendosi in forze con l’allenamento e lo sport, chi si inabissa nel mondo della rete per restare in collegamento con le proprie famiglie, cercare delle ricette di fortuna o semplicemente intrattenersi per qualche ora.

Peccato per quelle poche battute messe a forza in bocca ai non attori che rendono il risultato finale un po’ didascalico. In un film dove il silenzio è preponderante valeva forse la pena osare e renderlo totale, affinchè il messaggio rivolto ai veri destinatari del film non venisse tradito dalla finzione narrativa.

Il racconto di Killing Time che lascia il segno è, in ultima analisi, quello trasmesso dai volti dei protagonisti e da alcune scelte registiche e fotografiche decisamente degne di nota. La sospensione data dai lunghi silenzi e dagli interminabili piani, le luci che narrano il passare del tempo anche meglio delle diciture tra un quadro e un altro. Assistiamo sul finale a alla rottura del silenzio data da un cambiamento che, come da didascalia prima dei titoli di coda, non corrisponde necessariamente a un happy ending.

I personaggi appaiono come sospesi in un limbo, dove è impossibile determinare il proprio futuro, che dipende invece da un meccanismo burocratico difficilmente comprensibile.

Sopravvivono tuttavia quei meccanisimi automatici che si innescano nei momenti più inaspettati, “[…] Il campo produce un’alchimia di suoni e rumori, una moltitudine di persone che convive in uno spazio ristretto crea una polifonia di realtà. Lingue e musiche diverse si intrecciano in una multiculturalità sonora e visiva”. Sopravvive la speranza e un messaggio positivo, per quanto incerto, per le generazioni future.

Fonte: RossofuocoFilm

En cas de malheur. Le mie #recensionispicciole di maggio 2019

Con un po’ di ritardo le mie (o la mia) #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di maggio.

En cas de malheur (Autant-Lara, 1957) 

Ieri sera sono andato a vedere En cas de malheur (Autant-Lara, 1957) tratto dal contemporaneo e omonimo romanzo di Georges Simenon. Il secondo film che vedo dopo La verité (Clouzot, 1960) con protagonista Brigitte Bardot.

Entrambi tipici affair francesi dal finale tragico, in quest’occasione ho apprezzato in particolare un problema tecnico in sala che ha fatto sì che l’ultimo minuto di film fosse muto, senza musica né dialogo. Ad alcuni scambi di sguardo confusi è seguito un silenzio quasi rituale mentre Jean Gabin lasciaval’albergo in cui è stato rinvenuto il corpo senza vita del personaggio della Bardot. L’attenzione alla scena si è fatta se possibile ancora più intensa, l’empatia con il protagonista più profonda.

Questo finché all’accensione delle luci sono cominciate le prime lamentele da parte di pochi, convinti di essere stati privati di qualcosa e ignari dell’inconsapevole magia che ci è stata regalata. Un tipo di imprevisto sempre più rado e difficile da incontrare, e che quando capita di incrociarlo lo si saluta con tenerezza e un po’ di imbarazzo, come un vecchio amico o amante.

Da infiniti universi derivano infinite possibilità. La recensione di Spider-man: Into the Spider-verse

Sono rari i film di cui si sente parlare solo bene, specialmente quando si tratta dell’ennesimo adattamento di un universo trito e ritrito. Ma quando il milleuno reboot di uno dei supereroi più apprezzati dal pubblico di tutto il mondo non parla di un universo, bensì di più universi, e lo fa con un’animazione del tutto particolare, allora il discorso cambia.

Così lo scorso sabato pomeriggio sono riuscito a vedere su grande schermo Spider-man: Into the Spider-verse, il pluripremiato film d’animazione diretto dal trio Bob Persichetti, Peter Ramsey and Rodney Rothman, e l’ho fatto senza la mia guida personale ai film Marvel che in questa sede chiamo il Radioattivo.

In sala quindi eravamo solo io, la mia ragazza e cinque bambini con nonni o genitori. Il risultato è stato uno spettacolo multiplo, non sapevo se tenere gli occhi incollati allo schermo o distogliere lo sguardo per portarlo al bambino che seduto poco più avanti di me su tre o quattro enormi cuscini, seguiva le gesta del suo eroe improvvisamente moltiplicato per cinque, con bocca aperta ed espressione incantata. Ed è stato incredibile, o meglio amazing, vedere come anche la mia ragazza, che fino alla sera prima scuoteva la testa di fronte al rewatch di Infinity War in vista della presa visione di Endgame, avvenuta da poco e di cui parleremo a brevissimo, di fronte a Into the Spider-verse fosse completamente presa, coinvolta e all’uscita di sala a dir poco entusiasta.

Spider-man: Into the Spider-verse è un’esplosione visiva, complice un’animazione sgargiante e un po’ trippy ispirata in maniera evidente e delicata allo stile pop dei comics americani con tanto di retini e dei cosiddetti baloons, mentre il repertorio musicale spazia da Post Malone a Lil Wayne, passando per la rivisitazione di Jingle Bells, e contribuisce anch’esso a far sì che in qualche modo i personaggi spingano per liberarsi dall’animazione stessa.

Affermano i tre registi in un’intervista sul Times:

[…] the characters feel liberated by animation, and the audience will, too.

La scelta di un’animazione così originale e decisamente non in linea con le precedenti esperienze avute con Spider-man su grande schermo è dovuta proprio al tentativo degli autori di fornire agli spettatori un nuovo terreno in cui incontrare per loro prima volta uno Spider-man completamente diverso da quello che hanno conosciuto finora.

Si tratta anzitutto del debutto cinematografico di Miles Morales, personaggio proveniente dall’universo Ultimate apparso per la prima volta nel n.4 della testata Ultimate Fallout in sostituzione del defunto Peter Parker. Era il 2011 e parlavamo del primo Spider-man afro-americano inserito, tra le altre cose, come personaggio secondario parzialmente giocabile anche nel piacevolissimo e recente titolo videloudico per ps4 Marvel’s Spider-man.

A differenziare il personaggio creato da Brian Bendis (autore di pezzi di storia come House of M) dal Peter Parker di quartiere non sono tuttavia le origini, bensì un repertorio di poteri del tutto singolari, dalla mimetizzazione al cosiddetto tocco venefico. Tema principale di Spider-man: Into the Spider-Universe è ovviamente la crescita del supereroe e quindi la presa di coscienza di queste capacità eccezionali, affiancata alla crescita personale del ragazzo che, guarda caso e come da tradizione, viene morso dal ragno in un momento di fondamentali cambiamenti nella sua vita.

Sul il personaggio di Miles Morales nasce nel 2011, Into the Spider-Verse trae invece vitae dalla quasi omonima saga a fumetti uscita tre anni dopo e in Italia pubblicata come Ragnoverso. Nella serie Miles entra effettivamente a far parte di un’improbabile squadra di Spideys tra cui un Peter Parker adolescente e l’Uomo Ragno del cartone degli anni Sessanta (cui lo stesso film d’animazione regala un delizioso siparietto post-credit). In questo senso il film d’animazione non fa altro che spostare le origini del personaggio nel preciso momento in cui entra in contatto con gli Spider-Man di altri universi permettendogli così un confronto e un addestramento decisamente fuori dal comune, oltre a uno spettacolo garantito.

Senza limitarci a lodare i diversi Spideys passati davanti ai nostri occhi, dal noir Peter B. Parker al warneriano Peter Porker (o Spider-Ham) passando per la bella Gwen e il goffo Peter Parker con la pancia (comunque trattato meglio dell’ultimo Thor), tra i personaggi personalmente meglio riusciti spicca la Dottoressa Liv Octavius, piacevole sorpresa di metà film.

In conclusione Spider-man: Into the Spider-verse è quello che si dice un film per tutti, apprezzato da veterani del fumetto e da bambini che non hanno mai sentito parlare in vita loro dell’Uomo Ragno, adatto a chi non ama i film del MCU e a chi sta ancora piangendo il finale di Endgame. Into the Spider-verse, vincitore del Premio oscar e di un Golden Globe come Miglior film d’Animazione, è soprattutto un buon film d’animazione, tecnicamente e narrativamente parlando, un film per tutti e consigliato a tutti.

Le magasin des suicides e Trollhunters. Le #recensionispicciole di aprile 2019

In questa nuova rubrica raccolgo tutte le #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di aprile.

Le magasin des suicides (Patrice Leconte, 2012)

Ieri ho visto Le Magasin des suicides (2012, LaConte) adattamento d’animazione dell’omonimo romanzo di Jean Teulé.

Ho trovato lo svolgimento generale uno spreco, come se avesse da dare molto di più, un rischio che corre gran parte degli adattamenti.

La bottega dei suicidi, così è stata distribuita in Italia, Rimane tuttavia un ottimo caso di studio grazie alla grave censura per mano della commissione di revisione cinematografica che lo ha vietato ai minori di 18 anni.

Il distributore Sandro Parenzo sbottò «Questo divieto è assurdo, che senso ha farlo uscire vietato? Su questo film delizioso, di un autore affermato, abbiamo fatto un investimento notevole. A questo punto lo ritiro, lo faremo uscire in Svizzera e, quando sarà il momento, in home video».
Il regista disse la sua con ironia: «A due giorni dalla fine del mondo questo divieto ridicolo è una beffa senza senso». Era dicembre del 2012.

Contro la crisi e il carovita scegli una dolce dipartita. Prendi il coraggio fra le dita. Canta con noi: Viva il suicidio.


26 aprile 2019

Trollhuners: Tales of Arcadia (Guillermo del Toro, 2016-2018)

Ieri ho finito Trollhunters : Tales of Arcadia (2016-2018) serie originale Netflix creata da niente popodimeno che Guillermo del Toro.

Ho impiegato qualche anno prima di cominciare a vederla senza nemmeno sapere il perché. Chi mi ha convinto a iniziarla? Una bambina, ovviamente, che nemmeno conosco.

Quando si parla di mostri l’autore di film come El Labirinto del Fauno (2006) ed Hellboy (2004) è certo una garanzia, ciononostante non era per nulla scontato che il risultato fosse qualcosa di così coinvolgente e maturo dal punto di vista narrativo, con insegnamenti fondamentali trattati in maniera intelligente, duri aspetti della realtà come la morte di personaggi principali e soprattutto una rappresentazione dell’eroe complessa e paradossalmente umana, senza perdere mai di vista la bussola e la tavolozza di valori positivi da trasmettere al pubblico di riferimento, grande e piccino.

Si aggiunge il sempre apprezzabile formato antologico della serie, che dopo tre stagioni permette un nuovo arco narrativo con personaggi e situazioni differenti, ma ambientate nello stesso/negli stessi universo/i.

Il primo capitolo dei cosiddetti Racconti di Arcadia è quindi una serie d’animazione consigliatissima e non ancora vista quanto merita, sulla quale non vedrei affatto male un adattamento ludico e/o videloudico.

29 aprile 2019

Animare un messaggio. La recensione di The Breadwinner

Regia: Nora Twomey

Sceneggiatura: Anita Doron, Deborah Ellis

Produzione: Cartoon Saloon, Aircraft Pictures, Guru Studio, Jolie Pas, Irish Film Board, Melusine Productions, Telefilm Canada

Torniamo con The Breadwinner a parlare di adattamenti e di contesti ai nostri occhi apparentemente lontani, quasi impercettibili nella quotidianità eppure terribilmente archetipici ed influenti sulle nostre vite.

The Breadwinner, in Italia discutibilmente tradotto in Sotto il burqa, è la trasposizione animata dell’omonimo romanzo scritto nel 2002 dalla canadese Deborah Ellis, primo capitolo del trittico antologico letterario ribattezzato Trilogy of Parvana dal nome della protagonista dalla quale prendono avvio gli eventi descritti nei tre libri.

La storia di Parvana è la storia di molti bambini e bambine che nei paesi in guerra, oltre a sopravvivere, devono inventarsi un modo per guadagnarsi letteralmente il pane allo scopo di cibare se stessi e, quando si ha la fortuna di averla, la propria famiglia. Nel caso del film parliamo di un Afghanistan in tumulto, le vicende prendono infatti piede nella in una Kabul sottomessa tra due fuochi, quelli del regime talebano, che la governa, e quello dei bombardamenti statunitensi intenzionati ad aiutare il fronte afgano a liberarla.

Dopo l’arresto del padre, un’undicenne Parvana si trova ad essere l’ultima speranza di sostentamento per la propria famiglia (per l’appunto, the breadwinner). In grado di leggere e scrivere vende le proprie competenze per strada fingendosi un maschio, dal momento in cui le donne, secondo la legge, non possono uscire di casa se non accompagnate da un uomo.

Il superamento del lutto attraverso il viaggio dell’eroe.

Comincia così l’avventura di un adolescente tra le strade di una Kabul prigioniera e in parte devastata. La sua vita è in costante pericolo tranne quando sotto le coperte racconta al fratellino dell’eroico viaggio di un giovane eroe contro la tirannia del Re Elefante. Attraverso l’espediente anch’esso archetipico del racconto nel racconto, dove le due dimensioni sono ben distinte da un diversissimo stile di animazione, ci accorgiamo che The Breadwinner non parla solo di fame e guerra. Il film, come il romanzo, ci sottopone infatti al superamento del lutto, il superamento di una perdita che ha cambiato per sempre lo sguardo di una madre e il destino di un’intera famiglia costretta a vivere nell’emarginazione. Così Parvana rivive e affronta la morte del fratello maggiore attraverso l’eroe delle sue storie, frammenti di fantasia che non manca di somministrare all’amica Shauzia (protagonista del secondo libro e anch’essa travestita da maschio per aiutare lo zio a lavorare) alla sorella maggiore e alla madre stessa. Le gesta eroiche del ragazzo della storia ovviamente coincidono con le prove che Parvana stessa deve superare per riuscire a liberare il padre dal campo di prigionia.

la regista Nora Twomey si dice allibita all’idea che esistano persone al mondo che ad oggi ritengono il genere d’animazione un’esclusiva dell’infanzia. Film come The Breadwinner dimostrano effettivamente il contrario, trattando temi forti con gli occhi di una bambina e non solo per gli occhi di un bambino. Ciò non toglie ovviamente che per primi i bambini che guardando questo gioiellino animato saranno sensibilizzati su temi come la guerra, la fame e soprattutto realtà estere non così lontane al nostro passato e possibile futuro. I film d’animazione oggi sono anche questo, trasmettono – anzi – animano messaggi che arrivano a un pubblico internazionale di ogni età, genere e paese. Quello dell’animazione è un racconto che corre su più linguaggi, da quello del colore, al disegno, passando ovviamente per la scrittura. Per molti versi arriva dove altri generi non possono ambire, attirando l’attenzione anche di chi si aspetta tutt’altro prima di entrare in sala, a chi normalmente non si interessa di temi e di mondi che invece scoprono coinvolgerlo in maniera profonda.

The Breadwinner è stato presentato alla 42esima edizione del Toronto International Film Festival, ha guadagnato la candidatura come miglior film d’animazione agli Oscar e ai Golden Globe 2018, vinti entrambi da Coco (Walt Disney, 2018) ed è stato premiato dal pubblico e dalla giuria alla 41esima edizione del Festival international du film d’animation d’Annecy. Dallo scorso giugno The Breadwinner è disponibile su Netflix.

“It takes courage to change people’s hearts”. Recensione di Green Book, il miglior film dell’anno con Ali Mahershala

Regia: Peter Farrelly

Sceneggiatura: Brian Hayes Currie, Peter Farrely, Nick Vallelonga

Produzione: Innisfree Pictures, Participant Media, Wessler Entertainment

Il Green Book, anche pubblicato come The Negro Motorist Green-Book, altro non era che lo stradario ufficiale che per circa un trentennio indicò alla comunità afroamericana degli Stati Uniti i luoghi lungo le strade che attraversano il paese dove un americano medio di pelle nera poteva sostare. Siamo nell’America tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta e a distanza di più di mezzo secolo questo piccolo librino diventa un mcguffin da manuale (nulla da invidiare alla valigia di Psyco, per intenderci) che ci trasporta in un viaggio alla ricerca di un significativo cambiamento.

Viggo Mortensen, che dopo Captain Fantastic non ha decisamente più bisogno di dimostrare nulla al suo pubblico, è Tony “Lip” Vallelonga, italo americano medio, disadattato, impulsivo e alla ricerca di lavoro. Ali Mahershala, che per Green Book ha conquistato il suo secondo Premio Oscar, veste invece i panni di Don Shirley, compositore e pianista di successo in procinto di affrontare un tour nel sud degli Stati Uniti d’America, un territorio storicamente ostile verso la comunità afroamericana.

Divenuto ricco strumento della bianchezza americana (Il colore della nazione, G. Giuliani, 2015, Mondadori) Shirley decide di uscire dalla torre d’avorio costruita appositamente per lui e parte per una vera e propria spedizione volta a sfidare il suo pubblico. Il vero scopo della cerca all’inizio non è forse chiaro nemmeno al musicista, dal momento in cui il suo atteggiamento è più costruito di quello del pubblico col quale ha imparato ogni singola abitudine, ogni singola convenzione, al punto che Tony, come lui stesso gli rimprovera in una scena madre del film, risulta più nero di lui.

La storia raccontata in Green Book, oltre che ispirata a personaggi ed eventi realmente accaduti (Dopo il tour Don Shirley e Tony Lip sono effettivamente divenuti amici insperabili) è la storia che parla di minoranze, di intolleranza e ipocrisia, ma anche di amore, amicizia e, lo abbiamo detto, di cambiamento.

Il cambiamento ambito da Don è quello delle persone che incontra lungo il suo viaggio e del modo in cui lo guardano. ‘Ci vuole coraggio per cambiare il cuore delle persone’ apostrofa il suo compagno di concerti Oleg (Dimiter Marinov) e di coraggio il personaggio di Mahershala ne ha parecchio e lo dimostra riuscendo a cambiare almeno un cuore, quello dell’improbabile compagno di viaggio Tony che rientrato a casa ha cambiato non di poco il proprio punto di vista sul mondo.

Consiglio Green Book perché è un film di una semplicità non più sperata. L’intento dei protagonisti coincide con quello degli autori, lo scopo è evidente quello di sensibilizzare attraverso il racconto un’umanità mai del tutto ritrovata, ma anche di raccontare le origini di una rara amicizia che porta con se un bagaglio di speranza e positività sul mondo.

In ultima analisi Green Book entrerà a pieno nella prossima lista di film di natale, dal momento in cui, tra le altre cose, è anche questo (chi vedrà capirà).

Il film ha guadagnato la candidatura a cinque Oscar, di cui ha vinto quello come Miglior film, Migliore sceneggiatura originale e Migliore attore non protagonista.


Nazisti e tacchi a spillo, Welcome to Marwen

Com’è facile immaginare, Welcome to Marwen è molto più di quanto riassunto nel titolo di questa mia recensione. Parliamo innanzitutto di un doppio adattamento: il film è di fatto la biografia del fotografo senza memoria” Mark Hogancamp e la sua rinascita artistica e personale. In secondo luogo, a essere adattato per il racconto di finzione è il documentario del 2010 a Hogancamp dedicato, Marwencol  di Jeff Malmberg.

Robert Zemeckis (Back to the Future) torna a scrivere e dirigere un film, abbandonando questa volte i soggetti originali in favore dell’incredibile storia di un illustratore che in seguito a un pestaggio non ricorda più nulla del suo passato e si è creato un mondo alternativo dove fuggire dalle proprie paure.

La paura è quella dell’ignoto, del non sapere cosa ne sia stato di quanto raccolto in passato della propria vita e cosa accadrà in futuro, in un futuro dove appariamo disarmati, senza la difesa più grande, quella cioè della conoscenza di sé stessi.

Il risultato è un film che sembra avere molto più da dire di quel che riesce a mostrare per immagini. La particolare animazione e l’interpretazione di Steve Carrell sono un valore aggiunto non indifferente, e personalmente ho trovato la visione complessiva piacevole. Sono uscito di sala soddisfatto ed entusiasta, e credo sia tutto ciò che si può volere da un film al cinema.

E’ poi del tutto normale che a mente lucida si arrovellino tutti gli ingranaggi della propria coscienza critica di spettatore. Il primo -e sufficiente, a dire la verità- difetto è l’eccessivo autocitazionismo di Zemeckis, che da tenero gesto verso i nostalgici diventa una vera e propria componente narrativa fuorviante e visivamente fuori luogo.

Il resto sono solo osservazioni del tutto soggettive, che non farebbero onore a un prodotto alla fine riuscito, raccolto e comunque che resterà parzialmente di nicchia nonostante un autore che più mainstream non si può. Ammirabile dunque lo sforzo autoriale, l’originalità del racconto, la straordinarietà della vita cui esso si ispira, la credibilità di tutti i personaggi, la delicatezza di alcune scelte registiche, e ancora toccante e coraggioso il messaggio che il film intende trasmettere.

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Oscar 2019: le nomination, tra favorite e discusse

Sono sulla bocca di tutti (insieme a Adrian la serie, ovviamente) le nomination agli Oscar 2019 diffuse proprio nelle ultime ore.

Si alzano le prime polemiche, si offrono sul piatto i favoriti, mentre l’attesa è tutta rivolta alla cerimonia vera e propria, giunta alla sua novantunesima edizione, che si terrà al Dolby Theatre di Los Angeles la notte del 24 febbraio.

Da sempre fiera della vanità, l’academy ama far parlar di sé e parlare sua volta della società contemporanea. Tendenza che quest’anno si manifesta attraverso la scelta di non selezionare alcun conduttore ufficiale in seguito alla rinuncia dell’attore Kevin Hart, le cui circostanze sono ormai note e chiacchierate a sufficienza.

A seguire l’elenco dei candidati alla statuetta di quest’anno:

Miglior film
A Star is Born
BlacKkKlansman
Black Panther
Bohemian Rhapsody
La favorita
Green Book
Roma
Vice

Miglior regia
Adam McKay, Vice
Alfonso Cuarón, Roma
Pawel Pawlikowski, Cold War
Spike Lee, BlacKkKlansman
Yorgos Lanthimos, La favorita

Miglior attore protagonista
Bradley Cooper, A Star Is Born
Christian Bale, Vice
Rami Malek, Bohemian Rhapsody
Viggo Mortensen, Green Book
Willem Dafoe, Sulla soglia dell’eternità

Miglior attrice protagonista
Glenn Close, The Wife
Lady Gaga, A Star Is Born
Melissa McCarthy, Can You Ever Forgive Me?
Olivia Colman, La favorita
Yalitza Aparicio, Roma

Miglior film d’animazione
Gli Incredibili 2
Isola dei Cani
Mirai
Ralph Spacca Internet
Spider-Man: Into the Spider-Verse

Miglior documentario
Free Solo
Hale County this morning, this evening
Minding the gap
Of fathers and sons
RBG

Miglior film straniero
Germania, Never Look Away
Giappone, Shoplifters
Libano, Capernaum
Messico, Roma
Polonia, Cold War

Miglior sceneggiatura originale
First Reformed
Green Book
La favorita
Roma
Vice

Miglior cortometraggio documentario
Black Sheep
End Game
Lifeboat
A night at the garden
Period. End of sentence

Miglior canzone
“All The Stars”, Black Panther
“I’ll Fight”, RBG
“Shallow”, A Star is Born
“The Place Where Lost Things Go”, Il ritorno di Mary Poppins
“When A Cowboy Trades His Spurs For Wings”, La ballata di Buster Scruggs

Miglior sceneggiatura non originale
Spike Lee, BlacKkKlansman
Joel e Ethan Coen, La ballata di Buster Scruggs
Nicole Holofcener e Jeff Witty, Can you ever forgive me?
Barry Jenkins, Se la strada potesse parlare
Eric Roth, Bradley Cooper, Will Fetters, A Star is born

Miglior trucco e acconciature
Border
Maria Regina di Scozia
Vice

Migliore scenografia
Black Panther
La favorita
First Man
Il ritorno di Mary Poppins
Roma

Miglior effetti speciali (“visual effects”)
Avengers: Infinity War
Cristopher Robin
First Man
Ready Player One
Solo: A Star Wars Story

Miglior fotografia
Cold War
La favorita
Never look away
Roma
A Star is Born

Miglior attore non protagonista
Adam Driver, BlacKkKlansman
Mahershala Ali, Green Book
Richard E. Grant, Can You Ever Forgive Me?
Sam Elliott, A Star Is Born
Sam Rockwell, Vice

Miglior attrice non protagonista
Amy Adams, Vice
Emma Stone, La favorita
Regina King, Se la strada potesse parlare
Rachel Weisz, La favorita
Marina de Tavira, Roma

Migliori costumi
La ballata di Buster Scruggs
Black Panther
La Favorita
Il ritorno di Mary Poppins
Maria Regina di Scozia

Miglior montaggio
BlacKkKlansman
Bohemian Rhapsody
Green Book
La favorita
Vice

Miglior colonna sonora originale
Black Panther
BlacKkKlansman
Se la strada potesse parlare
L’isola dei cani
Il ritorno di Mary Poppins

Miglior cortometraggio di animazione
Animal Behaviour
Bao
Late Afternoon
One small step
Weekends

Miglior cortometraggio
Detainment
Fauve
Mother
Marguerite
Skin

Miglior sonoro (“sound editing”)
Black Panther
Bohemian Rhapsody
First Man
A quiet place
Roma

Miglior montaggio sonoro (“sound mixing”)
Black Panther
A Star is Born
Bohemian Rhapsody
First Man
Roma

Le nomination corrispondono alle vostre aspettative? Fatecelo sapere nei commenti.

Perfetta sotto [quasi] ogni punto di vista. La supercalifragilistichespiralidosa recensione di Mary Poppins Returns

Regia: Rob Marshall

Sceneggiatura: David Magee

Produzione: Walt Disney

Nell’ottobre del 1965 mia nonna accompagnò sua figlia di sei anni a vedere un musical che avrebbe incantato intere generazioni. Cinquantatré anni dopo quella bambina ha accompagnato i suoi figli, me medesimo e mia sorella, con morosi annessi, a rivivere la stessa, emozionante, avventura.

Mary Poppins Returns non è bello come il primo. Bruciamo così da subito una delle prime cose che vi diranno le persone appena uscite di sala. Ma la storia è bella, aggiungeranno altri a mente lucida, ed è questa una verità sulla quale ci soffermeremo a breve a supporto della nostro commento al film.

Sarebbe più corretto valutare come Mary Poppins Returns non sia paragonabile al primo, nel senso che quello del 1965 e quello del 2018 sono per ovvi motivi due film impossibili da paragonare l’uno con l’altro se ci si sofferma alla novità e alle emozioni suscitate da quello diretto da Robert Stevenson e interpretato da Julie Andrews e Dick Van Dycke più di mezzo secolo orsono.

Del nuovo film sulla famiglia Banks, perché sempre della famiglia Banks si parla e questo è un primo punto a favore, si apprezzano il coraggio di scegliere un sequel a un più scontato reboot, il piglio maturo e complesso nel definire la nuova missione della magica tata al più sicuro rimpasto delle lezioni impartite nel primo film, e soprattutto l’impegno richiesto dagli adattamenti, ma quasi mai rispettato, di somministrare a eque dosi novità e riconoscimento.

Così Mary Poppins Returns richiama il suo predecessore su più livelli (quello della storia, delle musiche e perfino nell’ordine delle gag) e allo stesso tempo propone nuovi spunti e suggestioni volte a espandere l’universo narrativo basato sulla serie di libri per ragazzi di Pamela Lyndon Travers, un universo che non ha mai smesso di riecheggiare nei decenni colorando le infanzie di bimbi e genitori di tutte le età e di tutte le epoche, comprese quelle di crisi economica e sociale.

E di figli, di genitori e di crisi parla quest’ultimo, intelligente capitolo di Mary Poppins. I figli sono quelli di Michael Banks e il genitore è Michael stesso, padre di tre figli rimasti senza madre, cassiere presso la banca di cui il defunto Signor Banks era divenuto socio, nonché aspirante artista colpito dalla Grande Depressione del ‘29. La crisi non è quindi solo quella economica, bensì quella familiare cui Michael e la sorella Jane dovranno sopravvivere per mantenere la casa della loro infanzia. L’arrivo di Mary Poppins, propizio come sempre e in sella all’aquilone che Michael ha appena cestinato, giunge quindi con uno scopo ambivalente e completamente diverso da quello del passato. Da un lato, Mary Poppins deve fare i conti coi suoi bimbi ora cresciuti e reduci dalle dure prove della vita da adulti. Jane deve aprirsi al mondo, mentre Michael deve ritrovare i punti di riferimento perduti insieme alla propria amata. Deve farlo per il bene di se stesso e per quello dei suoi figli, ed è qui che troviamo la seconda missione di Mary Poppins: non tanto l’educazione dei piccoli Annabelle, Georgie e John al mondo adulto, quanto un ritorno all’infanzia che ai tre bambini è stata bruscamente negata con la prematura morte della madre. In tal senso è emblematica la scena del bagno, dove vediamo una Mary Poppins un po’ più sbottonata rispetto a come ce la ricordiamo.

Contribuiscono a emozionarci gli innumerevoli easter egg e tre cameo d’eccezione, quello di Karen Dotrice, la Jane Banks originale, quello di Dick Van Dycke, lo Spazzacamini, nei panni di Mr Dewes Jr, e nientemeno che Angela Lansbury, la quale, come fece nel 1971 con Bedknobs & Broomsticks, sostituisce Julie Andrews per regalare una piacevole sorpresa a vecchio e nuovo pubblico che, come solo i grandi titoli sanno fare, si ritrovano uniti all’insegna di un poco di zucchero e di magia.

Peccato per le canzoni decisamente poco memorabili, nonostante gli arrangiamenti musicali tratti direttamente dall’originale, così come sono poco incisivi i ruoli riservati a guest star di successo come Colin Firth e Meryl Streep, i quali certo non spiccano nella schiera di personaggi di tutto interesse che il film offre, tra cui l’acciarino Jack cresciuto a servizio del vecchio spazzacamini Bert, così come la tata Ellen e l’ammiraglio Boom, quest’ultimi rinati nei volti di Julie Walters e David Warner.

Note di merito vanno poi a Ben Whishaw ed Emily Mortimer, rispettivamente Michael e Jane Banks, ma soprattutto e Emily Blunt, promossa a pieni voti nel ruolo della magica tata in primis per l’enorme responsabilità cui si è trovata a far fronte con (inaspettato) successo.

In conclusione Mary Poppins Returns è un film che porterò nel cuore non solo per motivi biografici personali. La serie ha unito generazioni e continuerà a farlo, regalando alle famiglie e non solo il giusto di magia per non dimenticare cosa vuol dire essere bambini e a superare al tempo stesso le avversità della vita… sempre che il big bang suoni puntualmente l’ora!

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