‘Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker’ it’s a trap. A review from a galaxy far far away…

“I think approaching any creative process with [making fandom happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “INDIWIRE”, 16 dec 19

Dec 2019

The saga it’s ended, but the story will live on forever. And the history, you know, is written by the winners.

In Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker the only winner is certainly J.J Abrams who comes back from the future after a two years-and-a-chapter exile, meanwhile his colleague Ryan Johnson won the sequel trilogy bet with his The Last Jedi.

In two word, TRS is a conservative film and as such will particularly appeal to those who so far have not accepted the new narrative arc.

TRS it’s a trap, the rise of the reactionary audience that as palpatine has pulled the strings of the whole thing. A movie that largely rewrites the innovations of its predecessor, cancelling the reforming and iconoclastic impetuosity of TLJ and abjuring the foundations of narrative progress laid by Johnson. The result is inevitably a trilogy written film by film, without a premeditated linear storyline. A product that undermines the high concept nature of a complex universe like Star Wars, offering a jumble of nostalgia and precariousness of meaning that the audience, but also the protagonists of the new trilogy, did not deserve.

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake” says Rian Johnson, this month in theaters with his new film Knives Out. To associate narrative quality with audience happiness often, to paraphrase Johnson, leads to the opposite result.

Precisely for this reason I find myself blasting a film that I’ve been waiting for so long and a trilogy that I’ve loved and defended with a lightsaber treated until today. I was there when very few people could take the hit of The Force Awakens, I knew that after all it was a chapter aimed at bringing together several generations of audiences and that the real challenge would be the next film. So I rejoiced when I confirmed that TLJ could be said to be an additional piece in a saga that was apparently bent on itself, something no one had ever said before and an offering of courageous and unexpected values and ideas. Always for all these reasons I seriously believed in the perspective of TRS.

First came the truth about Rey’s origins, a truth we didn’t need because TLJ’s answer was more than enough. Then came the constant feints of a spineless film that throws in events that are an end in themselves and have no real consequences for the fate of the characters. The few tears are wiped away with a denial in the next scene, the solid convictions dismantled with resolutions that are often not credible or completely wrong.

A movie written for the fans. So Rose remains little more than wallpaper, Luke knew everything and did nothing, the Knights of Ren reduced to a futile skit, unlimited enemy resources as inexplicable, characters disappear and entire situations are reset. We return to the simple struggle between Good and Evil and the Jedi Order, so much questioned in the previous chapter, back to triumph with no chance for discussion; the Skywalkers, despite the fact that the heroine of the story bears a different surname, once again restore the balance in the Force (and in the Saga). But history, as we have said, is written by the winners, so doesn’t matter if in the final scene there is no place for the ghosts of Anakin and Ben Solo, the sides of the Force remain clearly distinct where we wished for a range of grays that would have opened the door to as many possibilities.

The horizon suddenly became flat, the galaxy impossibly small. An entire film could have been devoted to the Rebels regaining credibility and energy, a grand finale would have opened up a universal Force within the reach of all and not just one legacy.

Rey herself comes to terms with an origin that she then decides to deny in a final scene where, with roles reversed, something could have been said. If she had been the one to die and we had seen Ben go to Tatooine in her place to bury the past, we would have witnessed the “rise of a Skywalker” but also the realization of the dream shared for a moment by the two counterparts.

The yellow lightsaber is the real element that definitively betrays the farce, what should have been yet another twist to prove an overcoming of the past is instead an anchor firmly grounded and immovable, a stale and didactic return to the origins that provides for a Positive Side of the Force determined by a conservative and dynastic elite, a bit like the Star Wars audience.

Netflix e il circo del bigottismo. La blasfema recensione di Dolly Parton’s Christmas on the Square

Prima o poi sarebbe successo. Chi mi segue lo sa, amo i musical e i film di Natale come il pane con un cubetto di cioccolato fondente. Belli, brutti o naïf, non ricordo un film del genere che non rivedrei volentieri.
Ebbene, in questo dannato 2020 Dolly Parton e Netflix sono riusciti in un colpo solo a farmi cambiare idea.


Dolly Parton’s Christmas on the Square è un’oscenità. Una fiera della cristianità e dell’ipocrisia che fa sanguinare gli occhi e le orecchie, un prodotto non solo di bassa qualità ma dagli intenti infimi e dannosi per l’evoluzione della specie.


Da dove cominciare? Un uomo reo di avere portato via il bambino alla figlia viene celebrato come eroe dalla stessa e dall’intera comunità; Un padre prega Dio che la sua bambina, investita da un pirata della strada, raggiunga la madre in Cielo anziché pregare perché si salvi; Un ingombrante angelo (interpretato dalla Parton, che avevo appena rivisto nel bellissimo Steel Magnolias) si impegna per mobilitare ogni personaggio a risolvere le proprie turbe per poi risolvere tutto lei con uno spruzzo di fede: così una donna rimane incinta dello spirito santo; la bambina in coma sopra citata, sebbene la protagonista abbia chiamato il miglior specialista da fuori città, si risveglia d’incanto con sorpresa del padre che – lo abbiamo detto – avrebbe preferito vederla morta; Il bimbo da cui la protagonista è stata separata è sempre stato lì sotto il suo naso ed è chiaramente il pastore del gregge (chi altri se no?) che subito comincia a cantare, dall’altare della sua chiesa, inneggiando all’amore e alla bontà d’animo.


Ci sono poi elementi prettamente narrativi la cui superficialità rasenta l’insulto: un tumore al cervello trattato come un tema irrilevante come tanti altri, un tema che appare e scompare per magia; l’esproprio di un’intera comunità (incipit del film) per nulla attuale e decisamente illogico, dal momento in cui non si capisce con quale autorità la protagonista si arroghi un tale diritto se non quello di essere la figlia del sindaco da poco scomparso (sì, lo stesso che le ha tolto il bambino appena nato e che adesso è l’eroe da ricordare e decantare dal momento in cui evidentemente “lo ha fatto per lei”, perché non fosse vista male dalla gente); Non si capisce infine perché la protagonista ce l’abbia con il bottegaio, presunto amore della sua vita, se non per un equivoco che o è già stato risolto in passato, o non verrà mai chiarito.


Accompagna il tutto un apparato di canzoni, musiche e coreografie piatte, insignificanti, bigotte e – ancora una volta – offensive per l’intelligenza e la maturità dello spettatore. Dolly Parton, non me ne vogliano gli amanti della cantautrice, non funziona e anzi ostacola la credibilità della visione. La sua performance, in questo caso, avrebbe avuto più senso sul palco della sala convegni di un hotel di Las Vegas.

La partecipazione di Christine Baranski a un circo del genere poi, è un insulto tanto alla sua carriera quanto al pubblico che sperava di assistere a un film brutto sì, ma nella declinazione del brutto cui Netflix ci ha abituato negli ultimi anni con il suo repertorio natalizio senza fondo.

Dolly Parton’s Christmas on the Square è un insulto al Natale, al cinema, alla televisione, a ogni medium e a ogni essere umano dotato di un briciolo di intelligenza e dignità. Un prodotto da bocciare a mani basse insieme ai messaggi negativi da esso veicolati.

Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker it’s a trap. La recensione dell’ultimo film della saga

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “Indiewire”, 16 dic 2019

La saga è giunta al termine, ma la storia vivrà per sempre. E la storia, si sa, la scrivono i vincitori.

Nel caso di Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker ne esce come unico vincitore J.J Abrams, tornato in pompa magna dopo un esilio durato due anni e un capitolo, l’ottavo della saga, con il quale il sostituto Rian Johnson aveva vinto agli occhi della critica la scommessa della nuova trilogia.

Di fatto, The Rise of Skywalker è un film conservatore e come tale piacerà particolarmente a coloro che fino a questo momento non hanno avuto intenzione di mandare giù il groppone di questo nuovo arco narrativo.

The Rise of Skywalker it’s a trap. È l’ascesa del pubblico reazionario che come Palpatine si scopre avere tirato le fila dell’intera faccenda. Un film che riscrive in gran parte le innovazioni del precedente, annullando così l’impetuosità riformatrice e iconoclasta di The Last Jedi e abiurando quelle basi di progresso narrativo gettate da Johnson. Il risultato è inevitabilmente una trilogia scritta film per film, senza una storyline lineare premeditata. Un prodotto che mina la natura high concept di un universo complesso come quello di Star Wars, offrendo un guazzabuglio di nostalgia e precarietà di significato che il pubblico, ma anche i protagonisti della nuova trilogia, non meritavano.

“Scrivere qualcosa di creativo per accontentare i fan è un errore” afferma Rian Johnson, questo mese nelle sale con il suo nuovo film Knives Out. Assoggettare la qualità narrativa alla felicità del pubblico porta, spesso e volentieri, sempre parafrasando Johnson, al risultato opposto.

Proprio per questo mi trovo a blastare un film che ho tanto atteso e una trilogia che ho comunque amato e difeso a spada (laser) tratta fino a oggi. Io c’ero quando in pochi hanno retto la botta di The Force Awakens, sapevo che in fondo si trattava di un capitolo volto a riunire diverse generazioni di pubblico e che la vera scommessa sarebbe stata il film successivo. Pertanto gioii quando ebbi conferma che The Last Jedi poteva dirsi a tutti gli effetti un tassello aggiuntivo di una saga apparentemente piegata su se stessa, qualcosa che nessuno aveva mai detto prima e un’offerta di valori e idee coraggiose e inaspettate. Sempre per tutti questi motivi credevo seriamente nella prospettiva di The Rise of Skywalker.

Poi è arrivata la verità sulle origini di Rey, verità di cui non avevamo bisogno perché la risposta di The Last Jedi era più che sufficiente. Sono arrivate le continue finte di un film senza spina dorsale che getta in campo eventi fini a se stessi e privi di reali conseguenze sul destino dei protagonisti. Le poche lacrime vengono asciugate con una smentita nella scena seguente, le solide convinzioni smontate con risoluzioni spesso poco credibili se non del tutto sbagliate.

Un film scritto per i fan. Così Rose resta poco più che carta da parati, Luke sapeva tutto ed è stato zitto, i cavalieri di Ren ridotti a futile siparietto, risorse nemiche illimitate quanto inspiegabili, spariscono personaggi e vengono resettate intere situazioni, si torna alla semplice lotta tra Bene e Male e l’Ordine dei Jedi, tanto messo in discussione nel capitolo precedente, torna a trionfare senza margine di discussione; gli Skywalker, nonostante l’eroina della storia porti un altro cognome, ristabiliscono ancora una volta l’equilibrio nella Forza (e nella saga). Ma La storia, lo abbiamo detto, la scrivono i vincitori, e quindi poco importa se nella scena finale non c’è posto per i fantasmi di Anakin e Ben Solo, i lati della Forza rimangono nettamente distinti laddove si auspicava una gamma di grigi che avrebbero aperto le porte ad altrettante possibilità.

L’orizzonte si è fatto improvvisamente piatto, la galassia incredibilmente piccola. Un intero film poteva essere dedicato al recupero di credibilità e di energie da parte dei Ribelli, un gran finale avrebbe aperto a una Forza universale alla portata di tutti e non di un unico retaggio.

La stessa Rey si trova a fare i conti con un origine che poi decide di rinnegare in una scena finale dove, a ruoli invertiti, qualcosa si sarebbe potuto dire. Se a morire fosse stata lei e avessimo dunque visto Ben recarsi al posto suo su Tatooine per seppellire il passato, avremmo assistito all'”ascesa di uno Skywalker” ma anche al realizzarsi del sogno per un attimo condiviso dalle due controparti.

La spada laser gialla è il vero elemento che tradisce definitivamente la farsa, quello che sarebbe dovuto essere l’ennesimo colpo di scena a prova di un superamento del passato è invece un’ancora ben saldata a terra e inamovibile, uno stantio e didascalico ritorno alle origini che prevede un Lato positivo della Forza determinato da un élite conservatrice e dinastica, un po’ come il pubblico di Star Wars.

Perfetta sotto [quasi] ogni punto di vista. La supercalifragilistichespiralidosa recensione di Mary Poppins Returns

Regia: Rob Marshall

Sceneggiatura: David Magee

Produzione: Walt Disney

Nell’ottobre del 1965 mia nonna accompagnò sua figlia di sei anni a vedere un musical che avrebbe incantato intere generazioni. Cinquantatré anni dopo quella bambina ha accompagnato i suoi figli, me medesimo e mia sorella, con morosi annessi, a rivivere la stessa, emozionante, avventura.

Mary Poppins Returns non è bello come il primo. Bruciamo così da subito una delle prime cose che vi diranno le persone appena uscite di sala. Ma la storia è bella, aggiungeranno altri a mente lucida, ed è questa una verità sulla quale ci soffermeremo a breve a supporto della nostro commento al film.

Sarebbe più corretto valutare come Mary Poppins Returns non sia paragonabile al primo, nel senso che quello del 1965 e quello del 2018 sono per ovvi motivi due film impossibili da paragonare l’uno con l’altro se ci si sofferma alla novità e alle emozioni suscitate da quello diretto da Robert Stevenson e interpretato da Julie Andrews e Dick Van Dycke più di mezzo secolo orsono.

Del nuovo film sulla famiglia Banks, perché sempre della famiglia Banks si parla e questo è un primo punto a favore, si apprezzano il coraggio di scegliere un sequel a un più scontato reboot, il piglio maturo e complesso nel definire la nuova missione della magica tata al più sicuro rimpasto delle lezioni impartite nel primo film, e soprattutto l’impegno richiesto dagli adattamenti, ma quasi mai rispettato, di somministrare a eque dosi novità e riconoscimento.

Così Mary Poppins Returns richiama il suo predecessore su più livelli (quello della storia, delle musiche e perfino nell’ordine delle gag) e allo stesso tempo propone nuovi spunti e suggestioni volte a espandere l’universo narrativo basato sulla serie di libri per ragazzi di Pamela Lyndon Travers, un universo che non ha mai smesso di riecheggiare nei decenni colorando le infanzie di bimbi e genitori di tutte le età e di tutte le epoche, comprese quelle di crisi economica e sociale.

E di figli, di genitori e di crisi parla quest’ultimo, intelligente capitolo di Mary Poppins. I figli sono quelli di Michael Banks e il genitore è Michael stesso, padre di tre figli rimasti senza madre, cassiere presso la banca di cui il defunto Signor Banks era divenuto socio, nonché aspirante artista colpito dalla Grande Depressione del ‘29. La crisi non è quindi solo quella economica, bensì quella familiare cui Michael e la sorella Jane dovranno sopravvivere per mantenere la casa della loro infanzia. L’arrivo di Mary Poppins, propizio come sempre e in sella all’aquilone che Michael ha appena cestinato, giunge quindi con uno scopo ambivalente e completamente diverso da quello del passato. Da un lato, Mary Poppins deve fare i conti coi suoi bimbi ora cresciuti e reduci dalle dure prove della vita da adulti. Jane deve aprirsi al mondo, mentre Michael deve ritrovare i punti di riferimento perduti insieme alla propria amata. Deve farlo per il bene di se stesso e per quello dei suoi figli, ed è qui che troviamo la seconda missione di Mary Poppins: non tanto l’educazione dei piccoli Annabelle, Georgie e John al mondo adulto, quanto un ritorno all’infanzia che ai tre bambini è stata bruscamente negata con la prematura morte della madre. In tal senso è emblematica la scena del bagno, dove vediamo una Mary Poppins un po’ più sbottonata rispetto a come ce la ricordiamo.

Contribuiscono a emozionarci gli innumerevoli easter egg e tre cameo d’eccezione, quello di Karen Dotrice, la Jane Banks originale, quello di Dick Van Dycke, lo Spazzacamini, nei panni di Mr Dewes Jr, e nientemeno che Angela Lansbury, la quale, come fece nel 1971 con Bedknobs & Broomsticks, sostituisce Julie Andrews per regalare una piacevole sorpresa a vecchio e nuovo pubblico che, come solo i grandi titoli sanno fare, si ritrovano uniti all’insegna di un poco di zucchero e di magia.

Peccato per le canzoni decisamente poco memorabili, nonostante gli arrangiamenti musicali tratti direttamente dall’originale, così come sono poco incisivi i ruoli riservati a guest star di successo come Colin Firth e Meryl Streep, i quali certo non spiccano nella schiera di personaggi di tutto interesse che il film offre, tra cui l’acciarino Jack cresciuto a servizio del vecchio spazzacamini Bert, così come la tata Ellen e l’ammiraglio Boom, quest’ultimi rinati nei volti di Julie Walters e David Warner.

Note di merito vanno poi a Ben Whishaw ed Emily Mortimer, rispettivamente Michael e Jane Banks, ma soprattutto e Emily Blunt, promossa a pieni voti nel ruolo della magica tata in primis per l’enorme responsabilità cui si è trovata a far fronte con (inaspettato) successo.

In conclusione Mary Poppins Returns è un film che porterò nel cuore non solo per motivi biografici personali. La serie ha unito generazioni e continuerà a farlo, regalando alle famiglie e non solo il giusto di magia per non dimenticare cosa vuol dire essere bambini e a superare al tempo stesso le avversità della vita… sempre che il big bang suoni puntualmente l’ora!

Fan di Emily Blunt ne abbiamo? Visita la fanpage italiana dedicata all’attrice britannica!

Il mio calendario dell’avvento. 24 film da guardare aspettando il Natale.

Nessuna festa, si sa, è più attesa di quella natalizia. Le città si accendono di luci, agli angoli delle strade si vendono dolciumi e caldarroste e la musica a tema sembra essere ovunque, anche quando non c’è.

Nemmeno il tempo di smantellare le decorazioni di halloween (sì, il mio Halloween dura più a lungo) che nella mia lista di film di Natale si contano già trentanove titoli, dai film che non abbiamo mai visto a quelli che vorremmo rivedere, dagli intramontabili classici a quei titoli inguardabili su carta, ma che sai ti nutriranno del giusto zucchero, gioia e stucchevolezza di cui hai bisogno.

In vista dell’inizio di dicembre ho allora pensato di proporre una selezione di film estrapolati dalla mia lista per andare a comporre un vero e proprio calendario dell’avvento, 24 film per affrontare i ventiquattro giorni che ci separano dal Natale ed entrare così nel giusto mood per superare le feste. Non si tratta di una classifica, pertanto i titoli dei film non saranno proposti in ordine di qualità o preferenza. Alcuni saranno talmente famosi da non necessitare d’altro, se non una spolverata di sinossi (ufficiali e non, per lo più prese dalla rete). Per altri, andremo a vedere quali, dirò qualche parola in più.

Pocketful of miracles (Frank Capra, 1961)


Avuta la notizia che la figlia Louise sta per arrivare dalla Spagna assieme al suo promesso sposo, una mendicante di New York, che le ha sempre taciuto la verità sulle sue condizioni, viene aiutata da una banda di gangster a ricevere i due giovani come si conviene. Il capobanda Dave organizzerà un favoloso party durante il quale la vecchia Annie si presenterà come una facoltosa dama dell’alta società. Dopo la partenza dei promessi sposi, Annie tornerà a mendicare mentre Dave deciderà di cambiar vita.

The Christmas Chronicles (Clay Kaytis, Chris Columbus, 2018)

È la vigilia di Natale e Kate e Teddy sono costretti a trascorrerla da soli: il papà non c’è più e la mamma deve lavorare anche di sera. Decisa a sorprendere Babbo Natale, della cui esistenza si dice sicura, Kate convince il fratello ad assisterla nella costruzione di una trappola che le permetterà di coglierlo sul fatto. Ma quando in effetti Babbo Natale si manifesta, parcheggiandosi sul tetto di casa loro, i ragazzi non resistono alla tentazione di entrare nella sua slitta. In un attimo accade il disastro: le renne si imbizzarriscono, il mezzo parte a gran velocità e i regali precipitano nel vuoto. L’unico modo per salvare la notte più amata dell’anno è passare all’azione: e Babbo Natale non è tipo da tirarsi indietro.

Chiamatemi nostalgico. Possiamo dirlo con una certa scientificità ormai, se c’è una cosa in cui la piattaforma di produzione e distribuzione in streaming più famosa al mondo non eccelle, è sicuramente nella realizzazione di film originali a tema natalizio. Da un anno a questa parte Netflix ha infatti deciso di deliziarci con film natalizi che fanno rimpiangere i bei tempi dei sabati pomeriggio su Mediaset. A partire da A Christmas Prince, in ritardo di una dozzina d’anni rispetto a The Prince and Me e seguito quest’anno dal sequel A Christmas Prince: The Royal Wedding, la carrellata di zucchero industriale continua con The Princess Switch e quello che sembrava il promettente The Holiday Calendar con protagonista l’attrice televisiva Kat Graham.

Qualcuno salvi il Natale! verrebbe da esclamare dopo avere concesso loro l’ennesima possibilità di riscatto. E quando meno te lo aspetti, il salvataggio arriva davvero, ma dal passato…

The Christmas Chronicles porta infatti un vento tutt’altro che nuovo, bensì dei più nostalgici. Di operazione nostalgia d’altronde uno come Chris Columbus ne sa qualcosa, essendo tra gli autori cinematografici di punta a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, a giorni alterni produttore, regista e sceneggiatore di gioiellini per ragazzi come The Goonies, Gremlins, Mrs Doubtfire, Home Alone, Bicentennial Man e i primi due capitoli della saga Harry Potter. Con Columbus produttore, la buona riuscita di The Christmas Chronicles è certo da attribuire a Clay Kaitys e Matt Liberman, rispettivamente regista e sceneggiatore, ma l’intento resta evidentemente quello di rievocare un cinema e una televisione natalizia non appartenente a questo millennio. Gli ingredienti ci sono tutti, il Natale in crisi e due giovani protagonisti destinati a vivere una grande avventura al fianco di un Babbo Natale non poi così convenzionale, merito  di un Kurt Russel scoppiettante e della sua declinazione sexy rock del re delle feste. 

Miracle on 34th Street (George Seaton, 1947)

Un vecchio, in occasione delle feste, viene assunto da un grande magazzino come Babbo Natale. I modi affabili dell’uomo e le sue premure disinteressate verso i piccoli lo fanno diventare il loro idolo. Un suo avversario, però, riesce a farlo passare per pazzo, ma una vedova e un avvocato prendono a cuore il suo caso e al processo riescono a farlo assolvere.

Miracle on 34th Street (Les Mayfield, 1994)

Dorey Walker è una giovane donna abbandonata alcuni anni prima dal marito. Ha un figlia di otto anni ed è direttrice dei servizi speciali di un grande magazzino di New York. In occasione del Natale sostituisce l’uomo, un ubriacone, che interpreta il ruolo di Babbo Natale per promuovere le vendite del grande negozio. Il prescelto è un vecchio signore, Kriss Kringle, che prende molto sul serio il suo ruolo. È convinto infatti di essere il vero Babbo Natale.

Scrooged (Richard Donner, 1988)

A volte gustosa, non di rado appesantita dalla faticosità di certe invenzioni, rielaborazione del classico Racconto di Natale di Dickens. Al posto del fatidico avaraccio vittoriano (che ispirò anche lo zio Paperone di Disney) c’è il dirigente di un network televisivo che ha sacrificato tutto alla carriera (ha allontanato anche il fratello e la dolce fidanzata). Un prodigio natalizio (anzi una serie di incontri con petulanti fantasmi) lo indurrà a cambiar vita.

Dr. Seuss’ How the Grinch Stole Christmas (Ron Howard, 2000)

Nel paese di Chinonso ci si prepara da sempre al Natale. Tutti sono indaffarati a comprare e spedire regali e solo in questo sembra risiedere il senso del Natale. La piccola Cindy Lou ha però il dubbio che questo non basti. Cerca allora di cambiare le cose convincendo il potente e viscido sindaco ad invitare alla festa il Grinch, un essere verde e peloso che vive con gli oggetti prelevati dalla discarica sulla cima del monte Bricioloso. Il Grinch, seppur riluttante accetta l’invito, ma durante la preparazione dei festeggiamenti riemergono le frustrazioni che aveva dovuto subire da piccolo. Decide allora di vendicarsi rubando tutti i doni, alberi di Natale compresi. Sarà l’occasione per riflettere sul vero significato della festa

How the Grinch Stole Christmas! (Chuck Jones, 1966)

Uno speciale televisivo d’animazione, basato sui libri omonimi bambini di Dr. Seuss, è uno dei pochissimi speciali di Natale televisivi a essere trasmesso regolarmente a distanza di più di cinquant’anni dalla prima messa in onda. Jones e Geisel, gli autori del mediometraggio animato, collaboravano per una serie di vignette di formazione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Home Alone (Chris Columbus, John Hughes, 1990)

Diretto dallo sceneggiatore di The Goonies e Gremlins, il film ha rubacchiato l’idea dal francese Un minuto a mezzanotte (1989). Due famiglie decidono di andare in vacanza in Francia, così i componenti se ne partono allegri, pimpanti e un po’ nervosi. La madre di Kevin però ha rinchiuso il bambino in soffitta, in castigo. Così nella fretta Kevin viene dimenticato a casa. All’inizio si diverte un mondo ma poi comincia a preoccuparsi, soprattutto quando giungeranno a fargli visita due ladri alquanto maldestri che sistemerà in tempo per Natale.

It’s a Wonderful Life (Frank Capra, 1946)

È la viglia di Natale e George Bailey è solo, su un ponte, con cattive intenzioni. Lui che ha rinunciato a tutto pur di mandare avanti l’attività del padre, morto prematuramente, ora si trova di fronte allo spettro del fallimento. Sarebbe stato meglio non esser mai nati, pensa lui. A quel punto scende giù dal cielo un angelo a mostrargli cosa sarebbe successo se lui non fosse mai nato.The War of Roses (Danny de Vito, 1989

The War of the Roses (Danny de Vito, 1989)

Una coppia di yuppie divorzia. Separati in casa? La battaglia per la spartizione dell’appartamento è all’ultimo sangue. Commedia nerissima e crudele. Benché faccia molto ridere, è maledettamente seria nel raccontare che cosa succede quando l’odio coniugale si trasferisce sul piano del possesso e della difesa del territorio. Danny de Vito attore e regista di un film di Natale non proprio convenzionale.

La fine di una storia, quella di un’epoca. A una prima occhiata, The War of the Roses non può essere un film di Natale. Gli manca tutto ciò che un film di Natale non può non avere, elogio all’amore, alla famiglia e ai valori positivi dello stare insieme. The War of Roses è un ricco lampadario che si infrange al suolo, il disvelo di una società medio-borghese che non è più la stessa e che deve fare i conti con la realtà dei fatti.  Il film di Danny de Vito con protagonisti Michael Duglas e Kathleen Turner è sovversivo, irruente e crudele, ma dice tutto ciò che un intero decennio ormai al tramonto, quello degli Eighties, non ha avuto il coraggio di dire e ha anzi mascherato in favore di un conservatorismo radicale dei valori economici e sociali di cui gli anni Cinquanta erano indorati fino al midollo. 

In altre parole, The War of Roses “celebra il funerale di qualunque ruolo – uomo e donna, marito e moglie, manager e casalinga – e della casa come proprietà indivisibile e incorruttibile, e che polverizza il matrimonio come valore archetipico, ridicolizzando perfino il conflitto armato come strumento ineluttabile per la salvaguardia dell’integrità sociale” (Bocchi, Idee e idelogie del cinema americano anni ’80). Particolare non trascurabile, il film di De Vito è comunque un blockbuster, non ha alcuna pretesa autoriale ed è dedicato proprio all’ampio pubblico delle famiglie che sotto le feste andava al cinema (il tempo passato è voluto). Le prime feste dopo il governo Reagan e all’alba di una nuova epoca con alla casa bianca George H.W Bush. Significativa infine la partecipazione di un giovane Sean Austin, cresciuto rispetto a The Goonies, emblema di un cinema che non c’è più.

The Snowman (Raymond Briggs, 1982)

Nasce nel 1978 in forma di libro illustrato senza parole. Un giorno d’inverno, un bambino costruisce un pupazzo di neve che allo scoccare della mezzanotte prende vita. Il bambino e il pupazzo di neve giocano insieme stando attenti  non svegliare i suoi genitori, poi fanno visita al mondo dei pupazzi di neve dove il bambino conoscerà il Re delle feste in persone. Ma il tempo dei giochi sta per finire e il pupazzo di neve deve portare a casa il Bambino prima che sorga sole…

My Fair Lady (George Cukor, 1964)

Un noto glottologo londinese, il professor Higgins, scommette con un suo amico e collega, il colonnello Pickering, che riuscirà a trasformare la sgraziata e cenciosa fioraia Eliza in una raffinata dama degna d’essere presentata all’annuale ballo dell’ambasciata.

La rana in Spagna gracida in campagna. Non giriamoci attorno, My Fair Lady non è un film di Natale. Ciononostante, se dev’essere il mio calendario dell’avvento non poteva mancare il film che a casa mettiamo su ogni anno mentre decoriamo l’albero. Un musical in piena regola che fa ridere e commuovere come è giusto che sia. Audrey Hepburn che grida “move your bloomin’ arse!” poi non ha prezzo.

White Christmas (Michael Curtiz, 1954)

Due reduci di guerra, che hanno sfondato come artisti di varietà, capitano in un albergo di montagna tirato avanti alla meno peggio dal loro ex generale. I due si danno da fare, organizzano uno spettacolo, rilanciando in grande stile la locanda, guadagnandosi, oltre alla gratitudine del loro ex comandante, anche l’affetto di due belle ragazze.

Let it snow, let it snow, let it snow… Non posso non aggiungere come questo film per me abbia una valenza molto personale. Come nelle migliori storie su schermo, la prima volta che vidi questo film  cominciò a nevicare davvero, proprio durante i titoli di coda. Ne consiglio pertanto la visione ogni volta si necessiti di un po’ di magia natalizia, che non sempre funziona ma crederci fa bene.

The Holiday (Nancy Meyers, 2006)

Amanda vive a Los Angeles dove è il capo di una società che realizza trailer cinematografici. La sua vita professionale va a gonfie vele mentre la sfera privata è un disastro per via della sua tendenza a voler avere ad ogni costo il controllo sulle sue emozioni. Dall’altra parte dell’Oceano c’è Iris, una giornalista inglese di cronaca rosa che si innamora sempre delle persone sbagliate finendo per essere vittima dell’amore a causa della sua natura romantica. L’ennesima delusione sentimentale spingerà le due donne, così diverse fra loro, a sentire la necessità di un cambiamento netto. Grazie a un annuncio online decidono di scambiarsi l’abitazione per le vacanze, e a 6000 miglia di distanza da casa riusciranno finalmente a riappropriarsi della propria vita.

The Shop Around the Corner (Ernst Lubitsch, 1940)

Alfred Kralik lavora come commesso nel negozio di regali ‘Matuschek’s’, il ‘negozio dietro l’angolo’ che dà il titolo al film, ed è innamoratissimo di una ragazza che non ha mai conosciuto di persona, ma con la quale scambia una fittissima corrispondenza epistolare. Da ‘Matuschek’s’ lavora anche come commessa Klana Novak e i due non si sopportano… ma non sanno che tra loro l’amore è già sbocciato per lettera: Klana infatti è proprio la ragazza che Alfred non ha mai conosciuto e per la quale ha perso la testa.

Little Lord Fauntleroy (Jack Gold, 1980)

Ennesima versione del classico per ragazzi di Francesca Burnett, si distingue dalle precedenti grazie all’interpretazione di Guinness e del piccolo Ricky Schroeder. La storia è sempre quella: un vecchio Lord designa come suo erede il nipotino figlio del matrimonio fra il suo primogenito (ora defunto) e una donna americana. Va tutto bene (il vecchio e il bambino si adorano) quando spunta un altro piccolo pretendente (nato da un’avventura del primogenito). Ma è una truffa. Come scoprirà, grazie a un caso fortuito, il vecchio aristocratico.

Trading Places (John Landis, 1983)

Due fratelli avari finanzieri di Filadelfia, per dimostrare che è l’ambiente a fare l’uomo e non viceversa, mettono al posto di un giovane manager un mariuolo nero. Questi si abitua subito alla ricchezza e ha grande successo come uomo d’affari, mentre l’altro si degrada sempre più nei bassifondi. I fratelli hanno vinto. Ma i due giovani, accortisi di essere stati usati, si vendicheranno alla grande.

Love Actually (Richard Curtis, 2003)

Pochi giorni a Natale in una Londra dove l’amore è dappertutto. Dieci storie di ogni risma si intrecciano a formarne una sola: Hugh Grant è il nuovo Premier appena insediatosi e si innamora di una ragazza del suo staff; sua sorella (Emma Thompson) è convinta di essere tradita dal marito (Alan Rickman).

Love must go on. Il merito di film come Love Actually è certo quello di avere saputo leggere i tempi e le persone. Se nel 2018 The Christmas Chronicles è un forte segnale d’allarme, il bisogno di guardarsi indietro, a inizio anni 2000 c’erano alcuni film, soprattutto statunitensi, che avevano assorbito le paure e la confusione di un popolo di fronte all’improvvisa consapevolezza dell’ignoto e del terrore,  e si presero carico di un messaggio di positività e coraggio che le istituzioni, ancora una volta, non erano state capaci di trasmettere. In questa importante mission svolsero un ruolo chiave anche i nuovi film di Natale, che non potevano certo dire alle famiglie che tutto andava bene solo con un po’ di musica, luci e balocchi. Ci voleva un fattore molto più potente che sconfiggesse l’odio e riunisse le persone, qualcosa che aiutasse ad andare avanti e essere più felici.

“Quando sono state colpite le Torri Gemelle” dice il V.O all’inizio di Love Actually. “per quanto ne so nessuna delle persone che stavano per morire ha telefonato per parlare di odio o vendetta, erano tutti messaggi d’amore”.

“Le statistiche dicono che per una venticinquenne oggi è più facile cadere vittima di un terrorista che trovare marito” ricorda il personaggio di Cameron Diaz agli amici in The Holiday, per spiegare loro che ha bisogno di una vacanza. 

Al Natale comandato, folletti e magia i film natalizi statunitensi di inizio Duemila scelgono che il messaggio da veicolare debba essere più sincero, consapevole e perché no, anche critico. 

Harry Potter and the Philosopher’s Stone (Chris Columbus, 2001)

Harry Potter vive con gli zii e il cuginetto sin dalla più tenera età dopo la morte dei suoi genitori. Sta ormai per compiere undici anni quando scopre di essere un mago e comincia a ricevere lettere, regolarmente sequestrate, portate da gufi. Dovrà giungere il gigantesco Hagrid a recapitargliene personalmente una perché possa apprendere di essere stato ammesso a frequentare la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Gli zii a questo punto non possono far più nulla e Harry raggiunge la Scuola dove apprende che il suo nome è già noto e dove scoprirà di avere naturali doti magiche.

Mickey’s Christmas Carol (Burny Mattinson, 1983)

Durante la notte della vigilia di Natale Scrooge/Paperon de Paperoni riceve la strana visita del fantasma del suo vecchio socio che lo ammonisce sul triste destino riservato agli avari senza scrupoli come lui, lasciando poi la scena ai tre spiriti del Natale che gli faranno vedere al vecchio papero passato, presente e un terribile futuro… 

Un canto eterno. Non poteva mancare in questa lista un classico dell’animazione natalizia come il Canto di Natale di Topolino. Il Canto di Natale, vedi più in alto Scrooged, è forse il racconto più adattato per il cinema e la televisione. Approfitto di questa parentesi per suggerire di vedere in alternativa o in aggiunta l’omonima trasposizione televisiva del 2004 diretta da Arthur Allan Seidelman, o il film animato del 2009 diretto da Robert Zemeckis con Jim Carrey nei panni di Scrooge, e infine il più leggero e discutibile Ghosts of Girlfriends Past con Matthew McConaughey e Jennifer Garner.

The Santa Clause (John Pasquin, 1994)

Come parlare di coppie in crisi e di figli contesi in un clima natalizio? Esiste Babbo Natale? La Disney costruisce un film in equilibrio instabile tra il suo cinema “classico” e la strizzatina d’occhio al pubblico adolescenziale allevato a telefilm. Gli ingredienti non si amalgamano e ne esce un impasto non lievitato tra fiabesco e reale.

Il Natale ai tempi del divorzio. Altro film della mia infanzia, come molti invecchiato male e al tempo stesso un must have per gli amanti del genere. Si contraddistingue, certo sulla falsa riga di film come Mrs Doubtfire, per l’affrontare temi come il divorzio e la separazione in maniera realistica e dura, in questo caso con un immancabile pizzico di magia che non guasta mai, o quasi. Un vero e proprio contraltare del film che propongo di seguito, dove Schwarzenegger è un superpapà disposto a fare di tutto per non rinunciare alla propria famiglia.

Jingle all the Way (Brian Levant, 1996)

Arnold Shwarzenegger nella parte di un papà troppo impegnato che dimentica di fare il regalo di Natale al figlio. Dovrà impegnarsi duramente per rimediare.

Gremlins (Joe Dante, 1984)

Rand Peltzer, inventore, ha trovato un regalo natalizio perfetto per suo figlio Bill: un piccolo mogwai tenero e buffo. Per allevarlo basta rispettare tre regole: non esporlo alla luce del sole, non dargli del cibo dopo la mezzanotte e non dargli mai dell’acqua. Sarà sufficiente che il piccolo Pete infranga inavvertitamente una delle regole perché inizi la trasformazione da docili cuccioli a temibili gremlins.

Edward Scissorhands (Tim Burton, 1990)

Un giorno, una rappresentante va a proporre i propri prodotti cosmetici allo strano inquilino di un maniero in stile gotico. Conosce così Edward, creatura di un inventore (Vincent Price) che dopo la morte di quest’ultimo è rimasta in balia della solitudine. Il ragazzo al posto delle mani ha delle enormi forbici. 

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