L’estate alle spalle, lo schermo davanti. #recensionispicciole di agosto 2019

Di rientro dall’estate, le #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di agosto

The Silence of The Lambs

L’altra sera sono tornato a vedere The Silence Of The Lambs (J. Demme, 1991) e non so se accetterò l’addio di Jodie Foster al suo personaggio con gli stessi occhi di quando ero ragazzino. 

Reduce dal suo ruolo in Taxi Driver, e sicuramente complice la visione in lingua originale, l’attrice ci regala un’agente Starling che è ormai storia del cinema. Non c’è Moore che la eguagli, così come a distanza di dieci anni non esiste partita tra le versioni di Demme e di Scott, seppur abbia certo gravato l’infausto destino del film Hannibal (R. Scott, 2001) in corso di produzione (Jodie Foster fece cambiare appositamente il finale originale per poi rifiutare comunque il ruolo di Clarice).

65esimo film migliore di tutti i tempi secondo l’AFI e tra i primi film a portarsi a casa ben 5 Oscar, insieme a It Happened One Night (F. Capra, 1934) e One Flew Over the Cuckoo’s Nest (M. Forman, 1975), il primo capitolo cinematografico della saga di Hannibal Lecter mette a tacere gli agnelli, ma fa parlare di sé ancora oggi.

6 agosto 2019

L’Onorevole Angelina

Nel cinema più bello del mondo, quello sotto le stelle in Piazza Maggiore, è stata la volta de L’Onorevole Angelina, gioiellino di Luigi Zampa che mi aveva stregato già alla mia prima visione qualche anno fa.

Uscito a cavallo tra il referendum del 1946 e le prime elezioni politiche del 1948, il film ci mostra la stessa condizione delle borgate su cui solo un anno più tardi Vittorio De Sica insisterà con un altro film che amo a ogni visione, Ladri di biciclette

Alcune delle regole più ortodosse del Neorealismo italiano, dalle riprese quasi interamente all’esterno, tra le macerie del dopoguerra e le nuove speculazioni edilizie, all’assiduo ricorso a non attori e il tentativo evidente di rappresentare la vita nella maniera più verosimilmente possibile, sono tradite da una delicatezza e una ricerca narrativa e attoriale, specie nel caso della protagonista, che anticipano di parecchio tempo quella che sarà la commedia all’italiana.

Impreziosisce ulteriormente il film la partecipazione di Anna Magnani, attorno alla quale gli sceneggiatori hanno creato la protagonista e il cui coinvolgimento è andato ben oltre al semplice ruolo di attrice (tra le altre cose, la Magnani compare nei crediti come co-sceneggiatrice).

Significativa la testimonianza scritta di Zampa che ricorda quando con Anna Magnani scesero nelle borgate e un gruppo di ragazze riconobbero la star del cinema e l’avvicinarono. A un certo punto Anna Magnani indicò il vestito di una delle ragazze e disse “è quello”. La produzione acquistò il vestito alla giovane donna e quando la Magnani lo indossò sul set fu subito Angelina Bianchi, l’onorevole baccagliera di Pietralata.

Il film spicca poi per l’approccio moderno a temi ancora attuali, quali la miseria, l’occupazione, le battaglie per i diritti. Un dovuto finale amaro lascia l’impronta di un personaggio femminile sconfitto, ma comunque forte e onorevole, “ma onorevole pé davero”.

7 agosto 2019

Senso

La prima volta che ho visto Senso di Visconti non era ancora uscito Frozen della Disney. Rivedendolo oggi sotto le stelle di Piazza Maggiore a Bologna, non posso non notare nella maniera più goliardica possibile la somiglianza tra i due malvagi ammaliatori, il principe Hans delle Isole del Sud e il tenente Franz Mahler.

Diverse sono invece le protagoniste. Da una parte Anna, che parte all’avventura per riportare a casa la sorella Elsa. Dall’altra la Contessa Livia Serpieri (Alida Valli), la quale vende tutto ciò che ha di più caro, causa compresa, in nome di un tragico e immaturo innamoramento.

Oltre a sancire l’indiscutibile maestria alla regia di Visconti, Senso ne condanna la reputazione agli occhi dei neorealisti. L’accusa è verosimilmente quella di tradire i preconcetti più puri del neorealismo in virtù di una messa in scena di misure hollywoodiane, una narrazione pilotata (complice la natura di adattamento del film, tratto dall’omonima novella di Boito) e l’acquisizione di un punto di vista differente da quello dei bassi ceti.

Sulla cartolina di benvenuto in piazza leggiamo le parole di Visconti:”La parola realismo mette addosso una singolare paura. C’è di più: è invalsa la credenza che fare del realismo nel cinema voglia dire approfondire moti, sentimenti e problemi delle classi povere della nostra epoca. Come se fosse proibito per un regista realista indagare criticamente sui moti, sentimenti e problemi delle classi dominanti di una qualsiasi altra epoca”. E questo è quello che in fondo Visconti fa con Senso, criticando con la lente ideologica del comunismo una guerra fatta male, quella risorgimentale e in particolare la battaglia di Custoza, perché coinvolta in essa una sola classe sociale. 

Parafrasando le testimonianze del regista, gli stessi protagonisti del film sembrano personaggi tipici appartenenti a classi dominanti in piena crisi, alla vigilia di un’altrettanta crisi politico-militare che sfocerà poi nella suddetta battaglia che doveva essere il titolo originale del film, poi censurato dalla produzione stessa.

En cas de malheur. Le mie #recensionispicciole di maggio 2019

Con un po’ di ritardo le mie (o la mia) #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di maggio.

En cas de malheur (Autant-Lara, 1957) 

Ieri sera sono andato a vedere En cas de malheur (Autant-Lara, 1957) tratto dal contemporaneo e omonimo romanzo di Georges Simenon. Il secondo film che vedo dopo La verité (Clouzot, 1960) con protagonista Brigitte Bardot.

Entrambi tipici affair francesi dal finale tragico, in quest’occasione ho apprezzato in particolare un problema tecnico in sala che ha fatto sì che l’ultimo minuto di film fosse muto, senza musica né dialogo. Ad alcuni scambi di sguardo confusi è seguito un silenzio quasi rituale mentre Jean Gabin lasciaval’albergo in cui è stato rinvenuto il corpo senza vita del personaggio della Bardot. L’attenzione alla scena si è fatta se possibile ancora più intensa, l’empatia con il protagonista più profonda.

Questo finché all’accensione delle luci sono cominciate le prime lamentele da parte di pochi, convinti di essere stati privati di qualcosa e ignari dell’inconsapevole magia che ci è stata regalata. Un tipo di imprevisto sempre più rado e difficile da incontrare, e che quando capita di incrociarlo lo si saluta con tenerezza e un po’ di imbarazzo, come un vecchio amico o amante.

Le magasin des suicides e Trollhunters. Le #recensionispicciole di aprile 2019

In questa nuova rubrica raccolgo tutte le #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di aprile.

Le magasin des suicides (Patrice Leconte, 2012)

Ieri ho visto Le Magasin des suicides (2012, LaConte) adattamento d’animazione dell’omonimo romanzo di Jean Teulé.

Ho trovato lo svolgimento generale uno spreco, come se avesse da dare molto di più, un rischio che corre gran parte degli adattamenti.

La bottega dei suicidi, così è stata distribuita in Italia, Rimane tuttavia un ottimo caso di studio grazie alla grave censura per mano della commissione di revisione cinematografica che lo ha vietato ai minori di 18 anni.

Il distributore Sandro Parenzo sbottò «Questo divieto è assurdo, che senso ha farlo uscire vietato? Su questo film delizioso, di un autore affermato, abbiamo fatto un investimento notevole. A questo punto lo ritiro, lo faremo uscire in Svizzera e, quando sarà il momento, in home video».
Il regista disse la sua con ironia: «A due giorni dalla fine del mondo questo divieto ridicolo è una beffa senza senso». Era dicembre del 2012.

Contro la crisi e il carovita scegli una dolce dipartita. Prendi il coraggio fra le dita. Canta con noi: Viva il suicidio.


26 aprile 2019

Trollhuners: Tales of Arcadia (Guillermo del Toro, 2016-2018)

Ieri ho finito Trollhunters : Tales of Arcadia (2016-2018) serie originale Netflix creata da niente popodimeno che Guillermo del Toro.

Ho impiegato qualche anno prima di cominciare a vederla senza nemmeno sapere il perché. Chi mi ha convinto a iniziarla? Una bambina, ovviamente, che nemmeno conosco.

Quando si parla di mostri l’autore di film come El Labirinto del Fauno (2006) ed Hellboy (2004) è certo una garanzia, ciononostante non era per nulla scontato che il risultato fosse qualcosa di così coinvolgente e maturo dal punto di vista narrativo, con insegnamenti fondamentali trattati in maniera intelligente, duri aspetti della realtà come la morte di personaggi principali e soprattutto una rappresentazione dell’eroe complessa e paradossalmente umana, senza perdere mai di vista la bussola e la tavolozza di valori positivi da trasmettere al pubblico di riferimento, grande e piccino.

Si aggiunge il sempre apprezzabile formato antologico della serie, che dopo tre stagioni permette un nuovo arco narrativo con personaggi e situazioni differenti, ma ambientate nello stesso/negli stessi universo/i.

Il primo capitolo dei cosiddetti Racconti di Arcadia è quindi una serie d’animazione consigliatissima e non ancora vista quanto merita, sulla quale non vedrei affatto male un adattamento ludico e/o videloudico.

29 aprile 2019

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