‘Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker’ it’s a trap. A review from a galaxy far far away…

“I think approaching any creative process with [making fandom happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “INDIWIRE”, 16 dec 19

Dec 2019

The saga it’s ended, but the story will live on forever. And the history, you know, is written by the winners.

In Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker the only winner is certainly J.J Abrams who comes back from the future after a two years-and-a-chapter exile, meanwhile his colleague Ryan Johnson won the sequel trilogy bet with his The Last Jedi.

In two word, TRS is a conservative film and as such will particularly appeal to those who so far have not accepted the new narrative arc.

TRS it’s a trap, the rise of the reactionary audience that as palpatine has pulled the strings of the whole thing. A movie that largely rewrites the innovations of its predecessor, cancelling the reforming and iconoclastic impetuosity of TLJ and abjuring the foundations of narrative progress laid by Johnson. The result is inevitably a trilogy written film by film, without a premeditated linear storyline. A product that undermines the high concept nature of a complex universe like Star Wars, offering a jumble of nostalgia and precariousness of meaning that the audience, but also the protagonists of the new trilogy, did not deserve.

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake” says Rian Johnson, this month in theaters with his new film Knives Out. To associate narrative quality with audience happiness often, to paraphrase Johnson, leads to the opposite result.

Precisely for this reason I find myself blasting a film that I’ve been waiting for so long and a trilogy that I’ve loved and defended with a lightsaber treated until today. I was there when very few people could take the hit of The Force Awakens, I knew that after all it was a chapter aimed at bringing together several generations of audiences and that the real challenge would be the next film. So I rejoiced when I confirmed that TLJ could be said to be an additional piece in a saga that was apparently bent on itself, something no one had ever said before and an offering of courageous and unexpected values and ideas. Always for all these reasons I seriously believed in the perspective of TRS.

First came the truth about Rey’s origins, a truth we didn’t need because TLJ’s answer was more than enough. Then came the constant feints of a spineless film that throws in events that are an end in themselves and have no real consequences for the fate of the characters. The few tears are wiped away with a denial in the next scene, the solid convictions dismantled with resolutions that are often not credible or completely wrong.

A movie written for the fans. So Rose remains little more than wallpaper, Luke knew everything and did nothing, the Knights of Ren reduced to a futile skit, unlimited enemy resources as inexplicable, characters disappear and entire situations are reset. We return to the simple struggle between Good and Evil and the Jedi Order, so much questioned in the previous chapter, back to triumph with no chance for discussion; the Skywalkers, despite the fact that the heroine of the story bears a different surname, once again restore the balance in the Force (and in the Saga). But history, as we have said, is written by the winners, so doesn’t matter if in the final scene there is no place for the ghosts of Anakin and Ben Solo, the sides of the Force remain clearly distinct where we wished for a range of grays that would have opened the door to as many possibilities.

The horizon suddenly became flat, the galaxy impossibly small. An entire film could have been devoted to the Rebels regaining credibility and energy, a grand finale would have opened up a universal Force within the reach of all and not just one legacy.

Rey herself comes to terms with an origin that she then decides to deny in a final scene where, with roles reversed, something could have been said. If she had been the one to die and we had seen Ben go to Tatooine in her place to bury the past, we would have witnessed the “rise of a Skywalker” but also the realization of the dream shared for a moment by the two counterparts.

The yellow lightsaber is the real element that definitively betrays the farce, what should have been yet another twist to prove an overcoming of the past is instead an anchor firmly grounded and immovable, a stale and didactic return to the origins that provides for a Positive Side of the Force determined by a conservative and dynastic elite, a bit like the Star Wars audience.

Netflix e il circo del bigottismo. La blasfema recensione di Dolly Parton’s Christmas on the Square

Prima o poi sarebbe successo. Chi mi segue lo sa, amo i musical e i film di Natale come il pane con un cubetto di cioccolato fondente. Belli, brutti o naïf, non ricordo un film del genere che non rivedrei volentieri.
Ebbene, in questo dannato 2020 Dolly Parton e Netflix sono riusciti in un colpo solo a farmi cambiare idea.


Dolly Parton’s Christmas on the Square è un’oscenità. Una fiera della cristianità e dell’ipocrisia che fa sanguinare gli occhi e le orecchie, un prodotto non solo di bassa qualità ma dagli intenti infimi e dannosi per l’evoluzione della specie.


Da dove cominciare? Un uomo reo di avere portato via il bambino alla figlia viene celebrato come eroe dalla stessa e dall’intera comunità; Un padre prega Dio che la sua bambina, investita da un pirata della strada, raggiunga la madre in Cielo anziché pregare perché si salvi; Un ingombrante angelo (interpretato dalla Parton, che avevo appena rivisto nel bellissimo Steel Magnolias) si impegna per mobilitare ogni personaggio a risolvere le proprie turbe per poi risolvere tutto lei con uno spruzzo di fede: così una donna rimane incinta dello spirito santo; la bambina in coma sopra citata, sebbene la protagonista abbia chiamato il miglior specialista da fuori città, si risveglia d’incanto con sorpresa del padre che – lo abbiamo detto – avrebbe preferito vederla morta; Il bimbo da cui la protagonista è stata separata è sempre stato lì sotto il suo naso ed è chiaramente il pastore del gregge (chi altri se no?) che subito comincia a cantare, dall’altare della sua chiesa, inneggiando all’amore e alla bontà d’animo.


Ci sono poi elementi prettamente narrativi la cui superficialità rasenta l’insulto: un tumore al cervello trattato come un tema irrilevante come tanti altri, un tema che appare e scompare per magia; l’esproprio di un’intera comunità (incipit del film) per nulla attuale e decisamente illogico, dal momento in cui non si capisce con quale autorità la protagonista si arroghi un tale diritto se non quello di essere la figlia del sindaco da poco scomparso (sì, lo stesso che le ha tolto il bambino appena nato e che adesso è l’eroe da ricordare e decantare dal momento in cui evidentemente “lo ha fatto per lei”, perché non fosse vista male dalla gente); Non si capisce infine perché la protagonista ce l’abbia con il bottegaio, presunto amore della sua vita, se non per un equivoco che o è già stato risolto in passato, o non verrà mai chiarito.


Accompagna il tutto un apparato di canzoni, musiche e coreografie piatte, insignificanti, bigotte e – ancora una volta – offensive per l’intelligenza e la maturità dello spettatore. Dolly Parton, non me ne vogliano gli amanti della cantautrice, non funziona e anzi ostacola la credibilità della visione. La sua performance, in questo caso, avrebbe avuto più senso sul palco della sala convegni di un hotel di Las Vegas.

La partecipazione di Christine Baranski a un circo del genere poi, è un insulto tanto alla sua carriera quanto al pubblico che sperava di assistere a un film brutto sì, ma nella declinazione del brutto cui Netflix ci ha abituato negli ultimi anni con il suo repertorio natalizio senza fondo.

Dolly Parton’s Christmas on the Square è un insulto al Natale, al cinema, alla televisione, a ogni medium e a ogni essere umano dotato di un briciolo di intelligenza e dignità. Un prodotto da bocciare a mani basse insieme ai messaggi negativi da esso veicolati.

CR20 – Fate il varietà non la guerra. Il restauro in anteprima mondiale di F.T.A (F*** the Army)

Al ritiro del mio accredito presso le casse del Cinema Ritrovato mi sono accorto da subito di non riconoscere il film riportato sulla shopper di quest’anno. Incuriosito sono corso a informarmi e ho segnato un bel cerchio di promemoria sul programma del Festival alla voce F.T.A.

Salta fuori che F.T.A, acronimo di F*** the Army, è un fantasma. Quando uscì nelle sale durò poco più di una settimana tra New York, Los Angeles e Chicago prima di sprofondare nel dimenticatoio. Un dimenticatoio non poi così profondo per gli appassionati del genere documentaristico a sfondo sociale e antimilitaristico, ma sufficientemente profondo da far sì che da lì in poi il tema cui faceva riferimento venisse del tutto trascurato nelle successive trasposizioni cinematografiche sullo stesso periodo.

Quale sia questo tema è presto detto: non tutti i soldati statunitensi, i cosiddetti G.I, volevano imbracciare i fucili e combattere una guerra che non ritenevano essere la loro. “Neri, bianchi e gialli” preferivano risolvere i problemi coi quali erano costretti a convivere in casa propria, l’odio razziale, il precariato e compagnia cantante, anziché partire e crearne di nuovi in paesi altrui.

Si contano certo titoli incredibili tra i war movie ambientati durante il Vietnam, senza scomodare De Palma o John Rambo, ma nessuno che ritragga realmente e fedelmente le migliaia di soldati e Marines ai quali, all’epoca come oggi, non veniva detto a quale scopo facessero quello che facevano e perché si trovassero dove si trovavano, e che in ogni caso ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Dopo nessuno ne parlò, questo è un dato di fatto, ma durante quegli anni qualcuno le domande se le pose eccome e cercò di smuovere un buon numero di coscienze. Nacque così dalla mente di un gruppo di autori, attori e cantanti la risposta all’entertainment prebellico di Bob Hope. Un varietà politico e satirico che in 8 mesi fece il giro degli Stati Uniti coast to coast ma che a seguire osò ancora di più.

Il docu-film segue la troupe nella tournée presso le principali basi militari americane sulle isole del Pacifico e ritrae con rinata qualità visiva l’esperienza e le performance dei giovani Donald Sutherland, Jane Fonda e Len Chandler alle prese con il tentativo di nobilitare le proteste degli attivisti contro la guerra del Vietnam agli occhi dei protagonisti della guerra stessa: i soldati (F.T.A = F*** the Army = Free the Army).

Quando oggi mi capita di sentir dire che gli attivisti contro la guerra del Vietnam ce l’avevano con i soldati, vorrei potere rimettere in distribuzione quel film. Non era un capolavoro d’arte, non c’era bisogno che lo fosse. Il semplice fatto che dimostrassimo di essere dalla parte dei soldati era importante. Ciò che facevamo era grezzo, inaudito, scandaloso e, nell’ambiente attuale, totalmente impensabile. Ci riuscimmo, perché i soldati avevano maturato ardenti sentimenti antibellici e antimilitaristici ed erano pronti

Jane Fonda, la mia vita fino ad ora, Mondadori, 2005

La speranza di Fonda di riportare alla luce questo film non è mai stata così vicina a diventare realtà. Grazie anche all’attrice stessa, tra i produttori del documentario, e al supporto di  Hollywood Foreign Press Association, della Cineteca di Bologna e IndieCollect, è stato infatti possibile il restauro del film, presentato in anteprima mondiale proprio a Bologna e presto disponibile in streaming negli Stati Uniti e negli altri paesi.

A sottolineare l’importanza della mission di realtà come IndieCollect e di film come F.T.A è stata la regista statunitense Amalie Rothschild, ferma sostenitrice della conservazione e della diffusione delle pellicole invisibili, che prima della proiezione si è soffermata e ci ha fatto riflettere con particolare interesse e sensibilità sull’enorme influenza che questo tipo di documentari sulle lotte di ieri può avere sulle lotte di oggi.

CR20 – Da Scarface ad Alice nel Paese delle Meraviglie è un attimo. Sul palco del Ritrovato la prémiere del restauro in 4K di À bout de souffle

Amo enormemente A bout de souffle, di cui per un certo periodo mi sono vergognato; ma lo situo dove va situato: sulla linea di Alice nel paese delle meraviglie. Io, invece, credevo che fosse sulla linea di Scarface.

J.L Godard (Il cinema è il cinema, Garzanti, 1981)

Al ventinovenne Jean-Luc Godard A bout de Souffle non piaceva. Non importa che fosse un suo film, il suo primo lungometraggio, per l’esattezza, basato su una sceneggiatura appena abbozzata di Truffaut, e non importa nemmeno che subito i colleghi dei Cahiers du cinéma e il grande pubblico lo abbiano eletto a manifesto della nouvelle vague.

Quello che Godard fa con A bout de Souffle appare come poco più che un esercizio di stile girato in quattro settimane. Con l’intera Parigi a disposizione e cinepresa a mano, Godard disfa e rifà l’intera storia del cinema servendosi dei suoi schemi e al tempo stesso mescolando le carte in tavola e scomponendo ciò che fino a quel momento il pubblico ma anche i cineasti credevano di conoscere, “[…] aprendo l’iride […]” della macchina da presa e inaugurando un nuovo modo di fare cinema in cui “tutto è permesso”. Montaggio Jump cut, inquadrature a mano, direct adress, ‘errori’ linguistici del tutto voluti, sono solo alcune delle innovazioni apportate da Godard al linguaggio cinematografico con un solo film.

A bout de Souffle è un film senza tempo, può infatti essere visto dai “vecchi” di oggi – come li definirebbe Michel Poiccard – e dai meno vecchi di domani con lo stesso stupore di allora e di sempre. Così Marco Bellocchio descrive il primo Godard in una video presentazione prima della proiezione del film, ricordando come l’uscita di Fino all’ultimo respiro (così distribuito in Italia) sconvolse anche e soprattutto la sua generazione e divenne un’ossessione per molti suoi colleghi, in primis Bertolucci.

“Tutto il film era, e credo che sia, un capolavoro. La storia, il modo di girare, il modo di montare, il modo di raccontare è stato veramente rivoluzionario. […] un capolavoro che va visto dalle vecchie e dalle giovani generazioni di cinefili.’Fino all’ultimo respiro’ è un film che ha superato la moda”.

Marco Bellocchio, Bologna, 25 agosto 2020

Nella sfortuna dell’emergenza sanitaria in atto Bologna porta a casa una fortuna immensa e gli ospiti francesi di StudioCanal, dal palco del festival, non mancano a ragione di farcelo notare. Quella alla quale avremmo assistito da lì a pochi minuti sarebbe stata l’anteprima mondiale privata a Cannes della versione restaurata in 4K di A bout de Souffle. All’età di ventitotto anni, quasi coetaneo del Godard dell’epoca, ho avuto quindi l’onore di assistere di persona e in esclusiva alla nuova vita di uno degli spartiacque più significativi della storia del cinema.

Partendo da un negativo della pellicola i laboratori hanno unito due forze principali: quella tradizionale del 35mm originale, e quella digitale tramite tecnologia HDR. Il risultato è un gioiello di film che adesso ci appare davvero come descritto da Bellocchio, etereo e senza tempo, per tutti è per nessuno perché di fatto sottrae cinema per darci cinema, “[…] superando la moda”, attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni.

La seconda stagione di The Umbrella Academy è come Antonio Banderas con i capelli lunghi

Fino a pochi anni fa in estate uscivano i cosiddetti ‘tappabuchi’, spin-off o carne da macello, la cui sola funzione era quella di smorzare l’attesa degli spettatori tra una stagione e l’altra di una serie televisiva principale. Per nostra fortuna oggi non possiamo più parlare di serie-solo-televisiva, né di mezzi tradizionali e quindi ragionamenti tradizionali. In altre parole, oggi abbiamo The Umbrella Academy.

Adattamento dell’omonima trilogia a fumetti scritta da Gerard Way (noto alla mia generazione come frontman dei My Chemical Romance) e disegnata da Gabriel Bà, un anno fa questa famiglia disfunzionale di supereroi conquistò gli spettatori con la sua prima stagione. Parlo di conquistato perché ebbe particolare successo, tuttavia, come tante serie odierne, non abbastanza da sentirne parlare per tutto l’anno. Per dirla in altri termini e senza indorare la pillola, ad oggi The Umbrella Academy non è destinata a diventare un cult.

Ciononostante, di supereroi e di supercattivi non se ne ha mai abbastanza. Lo dimostrano le reazioni al recente trailer di The Batman o lo scatenato teaser di Suicide Squad, ma anche il discreto successo di una serie come The Boys, in cui i supercattivi sono i supereroi. Se poi il tema eroistico non è che un pretesto per raccontare un dramma, in questo caso quello famigliare, è presto detto: The Umbrella Academy è una caleidoscopio di antieroismi e spunti per raccontare l’ordinario attraverso lo straordinario, in un continuum (è il caso di dirlo) che si ripete ma non stanca.

The Umbrella Academy è come “Antonio Banderas con i capelli lunghi”, abbiamo cioè a che fare con la stessa serie cui abbiamo assistito durante la prima stagione, ma migliore. La scusa dei viaggi (spoiler) non solo temporali permette di rimpastare la stessa storia potenzialmente all’infinito. Non è tuttavia da tutti riuscire a renderla credibile ogni volta e in questo secondo round possiamo quantomeno affermare che The Umbrella Academy ce l’ha fatta.

Parallela al vol.2 dei fumetti, non a caso intitolato “Dallas”, questa seconda stagione catapulta i nostri eroi(?) negli anni Sessanta. Se la prima stagione cominciava con la reunion di una famiglia divisa, qui abbiamo dunque una famiglia divisa che è intenzionata a ritrovarsi. Certo non mancano gli screzi: l’intera stagione è costellata di deliziosi rinfacciamenti, pugnalate alle spalle e conflitti. Tutto ciò che rende particolare questa serie è presente, con l’unica eccezione che ora i personaggi li conosciamo già bene e non ci resta che approfondirne i caratteri, le scelte e i reciproci destini.

A tirare le fila, è inutile negarlo, sono ancora una volta scene queen come N.5 e Klaus. In questa stagione hanno però maggior rilievo anche gli altri membri della famiglia, in particolar modo Diego e Allison. Duole vedere ancora una volta Vanya imprigionata nel suo ruolo, ma un finale spettacolare salva quel poco che poteva rischiare di apparire un pelo ridondante.

Particolarmente apprezzato il ritorno di molti personaggi secondari tra cui spicca Sir reginald hargreeves, al quale in questa seconda stagione è conferito il respiro che merita.

Per chi suonano le campane di Curon? La recensione del supernatural drama italiano targato Netflix

Sarà stato il ritorno da una settimana di vacanza in Trentino, la montagna o la voglia di fresco. Sta di fatto che alla fine mi sono convinto a guardare Curon. Ne è valsa la pena? Scopriamolo con ordine.

Va detto che ho un precedente e si chiama Luna nera. Non un precedente di serie televisiva che non mi è piaciuta, bensì di titolo che ho totalmente glissato basandomi sulle sole considerazioni della rete. Si tratta di un errore comune, ma che mi sono sempre auto raccomandato di non commettere.

Questa volta ho voluto ignorare i pregiudizi e le malelingue sul tentativo italiano di esplorare un genere come quello supernatural e dare invece ascolto a quella parte della critica che lo promuoveva, se non a pieni voti, come un prodotto che si lascia guardare non così diversamente da gran parte dei prodotti Netflix odierni.

Di serie italiane della piattaforma streaming seguo anche Baby, che è esattamente un buon esempio di ciò di cui stiamo parlando. Non un tipo di serialità televisiva a cui siamo abituati, non lo stesso grado di spettacolarità e di qualità con le quali la televisione d’oltreoceano ma non solo ci hanno nutriti dagli anni Novanta ad oggi. Parliamo certo di una serialità televisiva diversa che non sempre, tuttavia, è sinonimo di qualitativamente inferiore.

Nonostante la premessa, sia chiaro fin da subito che Curon non mi ha conquistato. Non ne tesserò quindi le lodi in maniera indiscriminata, né contraddirò punto per punto chi è arrivato a dire prima di me che ci troviamo di fronte a una serie che “non osa“, “senza carattere e senza mito” o addirittura troppa ambiziosa. Evitare paragoni con mostri sacri come Twin Peaks, tanto per cominciare, aiuterebbe a non bocciarla a prescindere.

I protagonisti di Curon sono Mauro e Daria, due fratelli alle prese con la scomparsa della madre e le riscoperte radici della propria famiglia. Radici che si riflettono, come d’altronde l’intera comunità, nelle acque del lago all’ombra di un vecchio campanile sommerso (che poi esiste davvero, così come la località in cui si svolgono le vicende e che da il titolo alla serie).

Cosa la fa da padrona in tutti e sette gli episodi della prima stagione è proprio l’ambiente e il concetto di doppio. L’ambiente (non in senso ambientalista ma puramente paesaggistico) è qui un vero e proprio personaggio, una lezione imparata non solo da serie come Lost, bensì da tutto un apparato narrativo, fotografico e cinematografico che scomoda dal nostro dopoguerra al Vietnam di De Palma.

Il doppio è il leitmotiv attorno a cui vertono non solo l’estetica della serie (lo specchio d’acqua, il presente e il passato dei personaggi, i due fratelli, la bisessualità di Daria) o il suo messaggio (i due lupi dentro ognuno di noi, Stevenson, lo yin e lo Yang e compagnia) ma anche la storia e la mitologia di riferimento.

Dai primi secondi del primo episodio abbiamo già sulla punta della lingua la parola Doppelgänger. A partire dalla lingua tedesca, il termine indica il nostro doppio, sosia o alter ego. Un Doppelgänger può essere inteso in diversi modi, ma una cosa è certa: ha le nostre sembianze ed è al tempo stesso ‘qualcosa’ di diverso da noi.

I Doppelgänger di Curon che spuntano dalle acque del lago al suon di campana sono scaturite dalle nostre repressioni, le nostre ombre e quello che potremmo definire in maniera riduttiva – e tale viene trattato nella serie fin dal primo episodio – ‘lato oscuro’. Giunti al culmine come delle pentole a pressione, la nostra personalità si sdoppia e il nostro sosia, bagnato fradicio e colmo delle nostre emozioni più negative, viene a cercarci per sostituirci in maniera definitiva.

Il tema sta in piedi. Quello che potremmo confondere con qualcosa di già visto è semplicemente archetipico. Parlando di sosia che ti danno la caccia – figurativamente o letteralmente – saltano subito alla mente i personaggi letterari di Poe, Wilde, Woolf, Dostoyevsky, quelli cinematografici di Siegel, Hitchcock, Nolan, per non parlare di quelli videoludici che non si conterebbero. Cos’è allora che non funziona?

Appurato il cosa, troviamo difficoltà ad accettare il come. Non colpirò facilmente sulla recitazione, non ne ho le competenze e alcune delle interpretazioni le ho trovate comunque discretamente credibili. Affondo invece sulle occasioni (narrative) sprecate, alcune delle parole troppo didascaliche messe in bocca ai protagonisti e delle azioni intraprese dagli stessi, il filtro blu che ‘smarmella’ tutto appiattendo una fotografia alla quale le meravigliose location avrebbero contribuito in larga parte, ma anche l’ossessione per fondere in maniera forzata mito e realtà (è così che poi ti chiedi cosa centrino i soldati nazisti dell’ultimo episodio, o se è poi così credibile la faida tra famiglie fondatrici se non come mezzo per dare un background alla superstizione degli abitanti dal versante tedesco). L’insistenza sulla storia è da ostacolo alla fiction che in questo caso invece funziona: i rapporti tra i personaggi, i flashback, le morti e le risoluzioni. Una nota di merito va soprattutto ai plot twist di cui Curon non è certo orfana, alcune scelte sorprendono e soddisfano, lasciandoti di fronte allo specchio a confessare a te stesso che, se proprio esce, una seconda stagione te la guarderesti.

Un sequel, o forse un remake, o magari un reboot … di questi tempi nessuno si inventa più niente. Gli “albi neri” di Dylan Dog

La community bonelliana sta assistendo negli ultimi mesi a qualcosa di irreversibile, o forse no?

Lo stravolgimento dell’universo dylaniato a cura di Roberto Recchioni ha fatto storcere il naso a molti e rizzare i peli delle braccia ad altri, ha fatto gridare allo scempio una parte di lettori e accettare la meteora in faccia a quelli più curiosi e non meno fedeli.

Se c’è una certezza è che non ci sono certezze. Il pubblico di Dylan Dog è definitivamente diviso (ma e poi mai stato unito?) tra chi boccia la nuova alba nera del Dylan Dog rebootato di Recchioni e chi la difende a spada tratta senza sapere cosa ci aspetterà realmente.

Dall’albo numero 401 sembra di assistere a un universo sì dilanyato, ma dallo schiocco di dita di Thanos. All’appello non sembra mancare nessuno (eccetto Groucho, ingombrante anche nella sua assenza) ma qualcosa è evidentemente cambiato e non per forza in meglio o in peggio. Qualcosa è cambiato in superficie, c’è una barba in più, un legame padre-figlio sancito ora anche anagraficamente, nemici creduti dimenticati, un nuovo assistente e grandi amori. Di fatto non è cambiato nulla e, al contrario, sono stati accentuati gli aspetti che hanno reso celebre l’indagatore dell’incubo.

Non è cambiato infatti l’amore autoriale e viscerale dell’eroe per la cultura pop, per la musica, per il cinema horror (io avrei voluto vedere addirittura un Dylan appassionato di Serie TV), il suo incurabile politically correct e la spada tratta in difesa dei più deboli. In altre parole, potremmo dire che il mood di Dylan Dog è rimasto lo stesso, laddove non risulti addirittura più evidente di prima.

Un nuovo inizio che si prefigge di ridefinire i primi passi del personaggio (ne rispetto di quanto è stato, ovviamente) e di dare il via a nuove storie, fedeli nello spirito del character originale.

Roberto Recchioni, Il tramonto rosso, n.402

Inespugnabile e al tempo stesso cristallina, la linea autoriale rimarca l’idea che non si tornerà indietro. Questo non significa che non vedremo più Groucho e che Dylan Dog non si depilerà più il viso. Significa semplicemente che quello che leggiamo in questo momento è autentico, ufficiale, canon direbbero alcuni.

All’uscita del 402 non è ancora dato a sapersi se si tratta di “un sequel, o forse un remake, o magari un reboot […]”, certo è che la manovra ha permesso e permetterà a Dylan Dog e ai suoi lettori di aprirsi a nuovi orizzonti inesplorati. Orizzonti comunque sondati finora a suon di autocitazionismo stilistico e narrativo, scelta che sappiamo continuerà con il 403 e che verosimilmente caratterizzerà l’intero ciclo narrativo

Quella di questo “Anno uno”, di questo albi neri, è una scelta decisamente più coraggiosa di quella intrapresa dell’ultimo Star Wars, ma comunque insidiosa sotto più punti di vista e ancora fortemente enigmatica.

Esistono infinite realtà e infiniti mondi, alcuni molto simili, altri profondamente differenti…

Xabaras in Il tramonto rosso, n.402.

Sono molte le vite di Dylan Dog prima screditate, poi rivalutate, e infine rimaste nella storia della serie a fumetti. Sono molte le declinazioni commerciali in cui l’indagatore dell’incubo può ancora incorrerere, e altrettante sono le forme transmediali che lo accoglierebbero indubbiamente a braccia aperte.

“Alla scoperta di chi è questo nuovo Dylan e di come diventerà […]” non possiamo negare la bellezza delle pagine che teniamo in mano, “il cosa” di quello che leggiamo e “il come” dei moti dell’anima ritratti da Roi. Un numero è meglio dell’altro e il piacere della scoperta dell’orrore, della morte e dell’amore è finalmente vivo (sembra di sentirlo dall’al di là, Wilder esclamare “it’s alive!”).

Da The Mandalorian a The Witcher. La Valley of Plenty della serialità televisiva contemporanea

Non molto tempo prima capitava di leggere un libro o guardare un film e pensare “ci starebbe bene una serie tv”.

Quell’epoca, per quanto recente, può dirsi già finita. Mentre scrivo, infatti, tutto ciò che può essere declinato in serie viene preso in considerazione all’istante dai player del settore, le nuove (e vecchie) major e non ultimo dal pubblico di spettatori, i quali scommetterebbero anche un rene, tra timori e troppe aspettative, sul proprio cavallo vincente.

A differenza del passato, tuttavia, oggi la serialità televisiva contemporanea raccoglie il pubblico sotto un’unica campana: quella della nobilitazione cui il mezzo si è elevato a partire dal 2010, quando il confine tra la serialità e gli altri media, soprattutto il cinema, si era ormai assottigliato all’inverosimile aprendosi a orizzonti prima inimmaginabili.

Parliamo di inimmaginabile, ma ciò a cui assistiamo perlomeno sul piano distributivo è già accaduto in altre forme e in altri tempi, coinvolgendo mezzi diversi come lo stesso cinema. Dal primo dopoguerra, per esempio, l’Italia era soggetta a una vera e propria inondazione di film americani. Le major dell’epoca, la MGM al primo posto ma anche la Universal e la Fox (quando la volpe era ancora ben lontana dall’essere uccisa dal topolino) vedevano nel nostro paese un fiorente mercato dove instillare i sogni via pellicola, e d’altra parte il pubblico, visti i tempi bui che correvano con l’ascesa e il consolidarsi dal fascismo, risultò ben disposto a espandere la propria immaginazione al di là di qualsivoglia regime imposto. Fino al 1938, quando i rubinetti vennero chiusi definitivamente, la gente frequentava assiduamente il cinema e più del 70% dei film distribuiti era di produzione USA, tenuto conto che l’industria cinematografica nazionale era crollata con l’UCI pochi anni prima.

Oggi le percentuali sarebbero vagamente differenti, le serie tv di maggiore successo non vengono più soltanto da oltreoceano e diverso è il mondo dell’entertainment e chi ne usufruisce. Non è poi così incredibile affermare che oggi i sogni vengano fabbricati soprattutto in serie e su piccolo/i schermo/i.

Le potenzialità della nuova serialità non-più-solo-televisiva (sempre che la serialità sia mai stata esclusiva del mezzo televisivo, tenendo conto che le prime forme seriali erano prima letterarie e poi cinematografiche) ha quindi contribuito ha un interesse da parte di attori (Kevin Spacey), autori (David Finch, Martin Scorsese) ma anche soggetti (Bates Motel, 12 Monkeys, ecc.) e player (la stessa Netflix, da servizio a noleggio a protagonista del nuovo mercato, ma anche Amazon o non ultimo Disney+) nei confronti del piccolo schermo.

Sono gli anni in cui non solo ogni cosa può essere pensata come una serie TV, ma qualcuno, da qualche parte nel mondo, è già pronto a investirci.

Parliamo di prodotti high concept come Star Wars e quindi del nuovo successo di The Mandalorian. La galassia lontana lontana di George Lucas non è certo nuova alla narrazione seriale: non solo nasce come saga cinematografica suddivisa in episodi, bensì il franchise conta da sempre una fiorente pubblicazione di fumetti, videogiochi, giochi di ruolo e serie televisive animate cosiddette canon, che contribuiscono a unire i tasselli dell’universo narrativo proposto. In tal senso The Mandalorian è solo l’ultimo arrivato, ma l’interesse scaturito in una larga fetta di pubblico, lo stesso pubblico diviso dalla nuova trilogia sequel, è sicuramente un altro indice dell’alto livello narrativo (e ormai tecnico) del mezzo.

Le tre età della serialità televisiva contemporanea da me individuate in passato (serializzazione, sperimentazione, nobilitazione) vanno di pari passo con l’era dell’abbondanza della televisione e oltre, ovvero l’epoca attuale in cui di televisione non si può più parlare senza scomodare la questione transmediale.

È l’epoca in cui Amazon annuncia la serie di The Lord of the Rings e Netflix lancia The Witcher, anch’esso prodotto transmedia per eccellenza (prima romanzo, poi videogioco e dopo ancora gioco di ruolo, edito in Italia dai ragazzi di Need Games, gli stessi che hanno importato il GDR di LOTR Avventure nella Terra di Mezzo) e quindi atteso da una larga fetta di pubblico.

Proprio The Witcher viene in nostro soccorso per parlare della valle dell’abbondanza in cui navighiamo oggi, un prodotto che era nella nostra testa l’attimo prima che venisse annunciato. Nel giro di pochi mesi eccolo lì, il britannico Henry Cavill abbandonare il costume (e i baffi) dell’Uomo d’acciaio, icona statunitense per eccellenza, per vestire i panni di nientepopodimeno che Geralt di Rivia, l’eroe fantasy nato trent’anni prima dalla penna del polacco Andrzej Sapkowski e reso ulteriormente celebre a livello mondiale dalla serie di videogiochi RPG della CD Project RED.

The Witcher è innanzitutto un prodotto caratterizzato da una forte nazionalità. A partire dalla volontà dell’autore dei racconti e dei romanzi di basare le traduzioni estere sul testo originale e non sulla più accessibile versione inglese, sono polacchi anche la già citata casa di produzione di videogiochi e il film del 2001 Wiedźmin (per il pubblico internazionale The Hexer). Pur essendo un franchise che non aveva bisogno di troppe presentazioni, con l’adattamento Netflix The Witcher ha avuto sicuramente un eco maggiore e di respiro internazionale, nonostante il risultato finale abbia conquistato solo una parte della critica, seppur la più vasta.

Gli ascolti parlano da sé (a fine anno The Witcher era le serie on-demand più vista di sempre e si lasciava alle spalle anche un incredulo Baby Yoda) ma a settimane di distanza l’incanto sembra affievolito. Sapkowski stesso, che nel progetto della serie ha avuto solo un piccolo coinvolgimento, dà la sua benedizione all’adattamento ma con riserva. La sua critica sembra gravitare solo intorno all’idea di adattamento (una sorta di “eh ma non è come il primo, eh ma non è come l’originale”) e non al prodotto finale, che invece esalta e promuove senza remore. Per quanto riguarda la rete, invece, il pubblico si divide tra chi grida al capolavoro e chi non ne comprende a pieno il successo.

Il racconto temporale alternato, che inizialmente sembrava uno sguardo fresco e originale, ha perso il suo fascino nel momento in cui Netflix stessa ha pensato di doverlo palesare con uno schemino a prova di idioti, un colpo basso nei confronti di un’utenza che invece, in più occasioni e circa dagli anni Novanta, si è dimostrata non solo sveglia, bensì volenterosa di mettersi alla prova di fronte a prodotti intellettualmente stimolanti.

Per il resto The Witcher convince e riesce anche agli occhi di uno spettatore come il sottoscritto che non ha mai letto un romanzo o giocato un capitolo della saga videoludica. Da giocatore di ruolo e master quale sono, mi ha rimesso voglia di giocare a D&D o a qualche dungeon crawler e tanto basta. Ineccepibili poi le qualità tecniche e le performance di alcuni interpreti, Cavill non mi ha conquistato ma è rimasto credibile fino alla fine, l’ambientazione ha vita propria e ti coinvolge a tutto tondo, mostrandoti senza complimenti anche solo una parte dell’universo che rappresenta e che forse scopriremo (e riscopriremo) insieme.

Nella sua totalità resta sicuramente un interessante caso di serie televisiva nell’era in cui la serialità televisiva ha già fatto storia e deve solo riuscire a non ripiegarsi su se stessa.

Il finale di serie perfetto non esis… la recensione della terza e ultima stagione di Anne with an E

“Il finale di serie perfetto non esiste”. Le ultime parole famose.

La verità è che c’è una sottile differenza tra il desiderio che qualcosa non finisca mai e la possibilità che un racconto incline a durare per sempre finisca per forza male.

In questo senso Anne with an E riesce a sorprenderci ancora una volta, regalandoci un finale di stagione che tira in maniera credibilissima tutte le fila tessute fin qui, chiudendo con cura e rispetto per i dettagli e dei personaggi gran parte delle porte aperte, se non tutte.

L’adattamento televisivo Netflix delle avventure di Anne di Green Gables è propositivo, ottimista, speranzoso, ma non per questo irrispettoso della storia (vedi il destino della povera Ka’kwet) e delle storie dei suoi personaggi.

Sembra quasi di avere a che fare con una serie di Angela Kang, “la mia misericordia prevale sulla mia ira”. E qui prevale sul serio.

C’è posto per tutti nell’happy ending di Anne with an E. C’è posto per le seconde possibilità, l’amore e il rispetto verso gli altri e soprattutto verso se stessi, ma anche per il futuro, la vita (e la morte), la libertà di espressione e una costellazione di buoni propositi storicamente non propri della generazione dei personaggi rappresentati. Propositi che risultano tuttavia sempre verosimili in quanto veicolati e giustificati proprio dalla presenza di Anne, mosca bianca in un luogo incantevole ma schiavo dei suoi tempi e che con la sua allegria e la sua fantasia sembra capace di contagiare il mondo intero.

Anne with an E si conferma uno dei period drama più delicati e avvolgenti di sempre e anche stavolta, come per la prima e la seconda stagione, ho avuto bisogno di almeno un paio di episodi prima di ricalarmi nel mood giusto e riuscire a mandare giù l’ingente dose di zucchero, di magia e semplicità di cui la serie è intrisa, fino a diventarne completamente partecipe, dipendente e infine assuefatto.

In tutto questo stiamo parlando di una serie cancellata prematuramente. Scriveva a novembre Moira Walley-Beckett, ideatrice e showrunner della serie:

Anne with an E, co-prodotta tra Netflix e CBC, punta a ciò cui dovrebbero ambire tutti gli adattamenti: dire qualcosa in più rispetto all’opera di partenza. Sempre citando la Walley-Beckett: “There’s no sense in reinventing a classic novel if you’re not going to make it relevant for today’s audience”. Il valore aggiunto della serie all’opera originale è uno dei motivi che ha lasciato più basiti i suoi Kindred Spirits (‘spiriti affini’, come l’autrice chiama il fandom di Anne with an E)

A innumerevoli ashtags e campagne a sostegno del rinnovo della serie è seguito il contributo di Ryan Reynolds. L’attore, dopo avere finito di vedere la terza stagione, ha sentenziato con un tweet:”You guys might want to renew Anne with an E. Unless ‘final season’ is just a fun way of saying ‘halfway point”.

Netflix non sembra intenzionata a cambiare idea sul rinnovo, tuttavia il sostegno che si è creato attorno alla serie, vera e propria estensione oltre lo schermo dell’energia e del furore della nostra Anne, non passa certo inosservato e fa di queste tre stagioni un’esperienza degna d’essere riconosciuta e ricordata per l’incredibile cast, un’ambientazione da sogno e una storia che non nasconde quello che ha da dire, che sarebbe stato ancora tanto.

Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker it’s a trap. La recensione dell’ultimo film della saga

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “Indiewire”, 16 dic 2019

La saga è giunta al termine, ma la storia vivrà per sempre. E la storia, si sa, la scrivono i vincitori.

Nel caso di Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker ne esce come unico vincitore J.J Abrams, tornato in pompa magna dopo un esilio durato due anni e un capitolo, l’ottavo della saga, con il quale il sostituto Rian Johnson aveva vinto agli occhi della critica la scommessa della nuova trilogia.

Di fatto, The Rise of Skywalker è un film conservatore e come tale piacerà particolarmente a coloro che fino a questo momento non hanno avuto intenzione di mandare giù il groppone di questo nuovo arco narrativo.

The Rise of Skywalker it’s a trap. È l’ascesa del pubblico reazionario che come Palpatine si scopre avere tirato le fila dell’intera faccenda. Un film che riscrive in gran parte le innovazioni del precedente, annullando così l’impetuosità riformatrice e iconoclasta di The Last Jedi e abiurando quelle basi di progresso narrativo gettate da Johnson. Il risultato è inevitabilmente una trilogia scritta film per film, senza una storyline lineare premeditata. Un prodotto che mina la natura high concept di un universo complesso come quello di Star Wars, offrendo un guazzabuglio di nostalgia e precarietà di significato che il pubblico, ma anche i protagonisti della nuova trilogia, non meritavano.

“Scrivere qualcosa di creativo per accontentare i fan è un errore” afferma Rian Johnson, questo mese nelle sale con il suo nuovo film Knives Out. Assoggettare la qualità narrativa alla felicità del pubblico porta, spesso e volentieri, sempre parafrasando Johnson, al risultato opposto.

Proprio per questo mi trovo a blastare un film che ho tanto atteso e una trilogia che ho comunque amato e difeso a spada (laser) tratta fino a oggi. Io c’ero quando in pochi hanno retto la botta di The Force Awakens, sapevo che in fondo si trattava di un capitolo volto a riunire diverse generazioni di pubblico e che la vera scommessa sarebbe stata il film successivo. Pertanto gioii quando ebbi conferma che The Last Jedi poteva dirsi a tutti gli effetti un tassello aggiuntivo di una saga apparentemente piegata su se stessa, qualcosa che nessuno aveva mai detto prima e un’offerta di valori e idee coraggiose e inaspettate. Sempre per tutti questi motivi credevo seriamente nella prospettiva di The Rise of Skywalker.

Poi è arrivata la verità sulle origini di Rey, verità di cui non avevamo bisogno perché la risposta di The Last Jedi era più che sufficiente. Sono arrivate le continue finte di un film senza spina dorsale che getta in campo eventi fini a se stessi e privi di reali conseguenze sul destino dei protagonisti. Le poche lacrime vengono asciugate con una smentita nella scena seguente, le solide convinzioni smontate con risoluzioni spesso poco credibili se non del tutto sbagliate.

Un film scritto per i fan. Così Rose resta poco più che carta da parati, Luke sapeva tutto ed è stato zitto, i cavalieri di Ren ridotti a futile siparietto, risorse nemiche illimitate quanto inspiegabili, spariscono personaggi e vengono resettate intere situazioni, si torna alla semplice lotta tra Bene e Male e l’Ordine dei Jedi, tanto messo in discussione nel capitolo precedente, torna a trionfare senza margine di discussione; gli Skywalker, nonostante l’eroina della storia porti un altro cognome, ristabiliscono ancora una volta l’equilibrio nella Forza (e nella saga). Ma La storia, lo abbiamo detto, la scrivono i vincitori, e quindi poco importa se nella scena finale non c’è posto per i fantasmi di Anakin e Ben Solo, i lati della Forza rimangono nettamente distinti laddove si auspicava una gamma di grigi che avrebbero aperto le porte ad altrettante possibilità.

L’orizzonte si è fatto improvvisamente piatto, la galassia incredibilmente piccola. Un intero film poteva essere dedicato al recupero di credibilità e di energie da parte dei Ribelli, un gran finale avrebbe aperto a una Forza universale alla portata di tutti e non di un unico retaggio.

La stessa Rey si trova a fare i conti con un origine che poi decide di rinnegare in una scena finale dove, a ruoli invertiti, qualcosa si sarebbe potuto dire. Se a morire fosse stata lei e avessimo dunque visto Ben recarsi al posto suo su Tatooine per seppellire il passato, avremmo assistito all'”ascesa di uno Skywalker” ma anche al realizzarsi del sogno per un attimo condiviso dalle due controparti.

La spada laser gialla è il vero elemento che tradisce definitivamente la farsa, quello che sarebbe dovuto essere l’ennesimo colpo di scena a prova di un superamento del passato è invece un’ancora ben saldata a terra e inamovibile, uno stantio e didascalico ritorno alle origini che prevede un Lato positivo della Forza determinato da un élite conservatrice e dinastica, un po’ come il pubblico di Star Wars.

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