OSCAR 2021 – Il suono di MANK. Dal ritorno di David Fincher alla storia dell’uomo all’ombra di Orson Welles

La novantatreesima notte degli Oscar si avvicina e io sono alle prese con il recupero di alcuni dei titoli che quest’anno sono candidati all’ambita statuetta.

È la volta di MANK, un biopic dedicato a uno dei tanti geni creativi della golden age hollywoodiana sì riconosciuti dalla critica ma dimenticati poi dalla coscienza collettiva della storia del cinema. Nella maggior parte dei casi questo è dovuto al fatto che all’epoca non era raro trovarsi a collaborare con giganti della filiera, da colleghi sceneggiatori a registi, ma anche produttori e divi e dive del palcoscenico capaci di vendere la propria immagine in un’epoca, quella dello star system, dove l’immagine era tutto. Nel caso di Herman J. Mankiewicz, come vedremo, l’ombra con la quale confrontarsi era quella di un venticinquenne Orson Welles, quella del più celebre e dispotico produttore cinematografico Louis B. Mayer (la MGM, avete presente?) e non ultima l’ombra tagliente del magnate dell’editoria William Randolph Hearts cui Mankiewicz si sarebbe ispirato per il protagonista del film commissionatogli da Welles.

Pur avendo visto almeno cinque volte Citizen Kane (1941) e sventolandolo ai quattro venti come uno dei miei film preferiti (vai a capire poi se sia vero o pura suggestione da aca/fan quale sono) io stesso non ero mai incappato fino ad oggi nell’interessantissimo pezzo di Pauline Kael del 1971 “Raising Kane” che funge da base al film di David Fincher.

IL RITORNO DI DAVID FINCHER

Proprio il ritorno del maestro del thriller cinematografico è sicuramente uno dei motivi per cui valga la pena dare una chance al film. Il regista di Seven (1995) e Fight Club (1999) mancava infatti dal grande schermo ormai da sei anni, lo abbiamo visto l’ultima volta uscire nelle sale (ve le ricordate le sale, quelle strane creature?) con Gone Girl nel 2014 e non può dirsi per questo d’essere stato con le mani in mano fino ad oggi.

A seguito del suo contributo di regia nei primi due episodi della prima stagione di House of Cards nel 2013 (House of Cards che, lo ricordiamo, se escludiamo il suo triste epilogo produttivo rappresenta l’ariete con cui Netflix ha sfondato le porte dell’entertainment per cambiare per sempre la fruizione di cinema e serie televisive) e pur essendosi successivamente espresso a sfavore dei tempi richiesti dal mezzo seriale, Fincher ha infatti firmato dal 2017 al 2019 alcuni episodi delle due stagioni di Mindhunter, apprezzatissima dal pubblico ma conclusasi al suo diciannovesimo episodio su stesso suggerimento di Fincher che ritenne non valesse la pena insistere per un seguito.

Se si contano dunque la serie Netflix e Zodiak (2007), che esplorano entrambi uno dei generi per cui Fincher si è fatto conoscere ai più, ma comprendendo anche The Social Network (2010), vincitore di 4 Golden Globe e 3 Premi Oscar, Mank andrebbe ritenuto il quarto prodotto di natura biografica con cui il regista si trova a confrontarsi.

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Mi ero ripromesso di non farlo. La recensione di Coming 2 America

Mi ero ripromesso di non farlo, ma a differenza di molti confesserò di averlo fatto e ne parleremo addirittura insieme.

È di questo mese il rilascio da parte di Amazon Prime Video di Coming 2 America, il sequel del celebre film che in Italia divenne un vero e proprio cult con il titolo Il Principe Cerca moglie (Coming to America, J. Landis, 1988).

Insieme a Una poltrona per due e alla saga di Beverly Hills Cop la pellicola sancì il futuro palinsestuale della rete privata di Silvio Berlusconi (che non avrebbe più smesso di trasmetterla a perdifiato) e la fama da trasformista di Eddie Murphy, all’epoca doppiato dall’indimenticabile Tonino Accolla.

COMING 2 AMERICA: PERCHÈ PENSARE DI GUARDARLO

Il sequel di Coming to America rientra senza dubbio nel piano nostalgia adottato da sempre più player che puntano sulla riproposta sottoforma di prequel, sequel, midquel, remake o reboot di grandi successi soprattutto risalenti all’alba e al tramonto della reaganomics. Erano gli anni Ottanta e gli USA, egemoni all’epoca come oggi nell’ambito dell’entertainment, mettevano a capo del paese proprio un’icona dell’entertainment.

Dietro I cult di quegli anni che adoriamo ancora oggi si cela una non così sagacemente velata politica a sua volta nostalgica e conservatrice (gli anni Ottanta guardavano agli anni Cinquanta come noi guardiamo oggi agli anni Ottanta). I film degli anni Ottanta celebrano infatti la cristianità e il machismo che insieme avevano reso grande l’America e che, dal punto di vista dalla maggior parte degli americani, erano ora pronti ad esplodere per far fronte all’influenza dell’Impero del male, come Donald Reagan amava definire l’Unione Sovietica tra una reference cinematografica e l’altra nei suoi famosi discorsi presidenziali.

Coming to America si collocava al termine di quest’epoca patinata e ovattata. Da lì a un anno, infatti, The War of the Roses di Danny De Vito avrebbe sovvertito per sempre gli ideali della reaganomics in concomitanza con il fine del mandato di Reagan stesso.

Per quanto oggi, come vedremo, il film non sia invecchiato al meglio, molti dimenticano che alla regia di Coming to America c’era il John Landis di An American Wereveolf in London, Animal House, Blues Brothers e perfino di Thriller, il videoclip del leggendario brano di Michael Jackson, oltre ai già citati Trading Places e Beverly Hills Cop. Piaccia o non piaccia il genere, Coming to America fu quindi un film tutt’altro che da sottovalutare, ed è compreso nell’universo espanso col quale Landis, con easter egg e strizzate d’occhio, cercava di tenere unita la propria filmografia.

Il film sancì, inoltre, il successo di Eddie Murphy come caratterista. L’attore non si limitò infatti a intepretare il protagonista del film, bensì vestì i panni di un nutrito gruppo di personaggi secondari che dovevano interloquire tra loro. Romanticismo, ilarità, trasformismo: la formula, che sarebbe stata adottata da Eddie Murphy anche in progetti futuri come The Nutty Professor (T. Shadyac, 1996) risultò da subito vincente e il film destinato a conquistare.

Queste le premesse per sapere cos’è Coming to America e, nel caso, recuperarlo (il film è presente ora nel catalogo Netflix). L’amore per il primo capitolo, come passiamo subito a vedere, è l’unico motivo che possa portare a vedere il seguito … e poi pentirsi di averlo fatto.

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Nessun posto è come casa. La recensione di Wandavision e la mia reference preferita all’interno della serie

Da un mese a questa parte è senza dubbio la serie più chiacchierata del momento. Vera rivelazione per molti, delusione per alcuni, resta inopinabilmente un prodotto che vale la pena d’essere messo sul piatto della discussione.

WANDAVISION: DOVE SI COLLOCA?

Parliamo di Wandavision, una nove episodi che difficilmente ha bisogno di presentazioni. Reduce di uno dei progetti cinematografici più massivi di sempre, la miniserie funge da corrimano tra le prime tre fasi del Marvel Cinematic Universe (la cosiddetta Infinity Saga) e le successive che vedranno un alternarsi di film e prodotti seriali sempre più incastonati tra loro, in un’ottica che va ben oltre il canonico concetto di high concept e transmedia storytelling. In ordine cronologico Wandavision si assesta dunque tra Spider-Man: Far from Home (J. Watts, 2019) e il progetto successivo degli studios, l’atteso (più per il posticipo dovuto all’emergenza sanitaria in atto che per un vero e proprio hype) Black Widow (C. Shortland, 2021) seppur quest’ultimo sia per ovvi motivi uno stand-alone prequel dell’omonimo personaggio.

WANDAVISION: COSA RACCONTA?

Wandavision ci racconta più cose ma da un solo punto di vista, quello di Wanda (Elizabeth Olsen). Comparsa la prima volta in Avengers: Age of Ultron (J. Whedon, 2015), film per il quale non è difficile immaginare ora una rinascita di visualizzazioni su Disney+ (io stesso ho fatto un rewatch per sopperire all’attesa settimanale tra il penultimo episodio e il season finale), il personaggio si è fatto strada tra un roster dal machismo ingombrante, una tonicità plastica (quest’ultima anche femminile, se si pensa ancora una volta alla Johanson) degna dei forzuti cinematografici di inizio Novecento.

Wanda fa parte di un sottobosco sì commerciale ma anche narrativo, e per questo interessante, che il MCU sembra condurre da Captain Marvel (A. Boden, R. Fleck, 2019) in poi. Un evidente piano di emancipazione e rinnovamento della figura del supereroe femminile ma non solo, planning che trova in Wanda il la per una nuova fase non più all’insegna di mere catfight all’interno di crossover maschili, bensì di un nuovo filone che promette personaggi di minor impatto iconico e visivo e dalla maggior complessità morale e caratteriale.

Da qui il racconto di Wandavision, il superamento del lutto in nove episodi mirabilmente orchestrati da un punto di vista del format e della sensibilità d’intreccio tra tempo della storia e tempo del racconto, qui combinati in un approccio metariflessivo del mezzo con cui si decide di narrare il dolore della protagonista: la televisione (o che dir si voglia quando di televisione non si parla più ormai da un decennio).

A seguito della crudele perdita di Visione (Paul Bettany) in Avengers: Infinity War (J. Russo, A. Russo, 2018) e dell’impossibilità di riportarlo indietro in Avengers: Endgame (idem, 2019)- al contrario della metà di universo ripristinata grazie al (SPOILER) sacrificio di Iron Man – Wanda si chiude a riccio nel suo teatro della mente, in una sua visione (Wanda-vision) del mondo perfetto che sognava da bambina quando guardava The Dick Van Dyke Show (CBS, 1961-1966) sotto le note dei bombardamenti su Sokovia, sua città natale.

Spezzata dalla perdita, Wanda si appropria del sogno americano che, nel poco tempo passato assieme, era riuscita a trasmettere a Visione. Preda delle proprie potenzialità magiche coinvolge nella mise-en-scène del suo angolo di paradiso gli innocenti abitanti della cittadina di Westview (le stesse iniziali di W[est]anda e V[iew]isione. Un caso? non in questa serie) nello stato del New Jersey.

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‘Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker’ it’s a trap. A review from a galaxy far far away…

“I think approaching any creative process with [making fandom happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “INDIWIRE”, 16 dec 19

Dec 2019

The saga it’s ended, but the story will live on forever. And the history, you know, is written by the winners.

In Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker the only winner is certainly J.J Abrams who comes back from the future after a two years-and-a-chapter exile, meanwhile his colleague Ryan Johnson won the sequel trilogy bet with his The Last Jedi.

In two word, TRS is a conservative film and as such will particularly appeal to those who so far have not accepted the new narrative arc.

TRS it’s a trap, the rise of the reactionary audience that as palpatine has pulled the strings of the whole thing. A movie that largely rewrites the innovations of its predecessor, cancelling the reforming and iconoclastic impetuosity of TLJ and abjuring the foundations of narrative progress laid by Johnson. The result is inevitably a trilogy written film by film, without a premeditated linear storyline. A product that undermines the high concept nature of a complex universe like Star Wars, offering a jumble of nostalgia and precariousness of meaning that the audience, but also the protagonists of the new trilogy, did not deserve.

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake” says Rian Johnson, this month in theaters with his new film Knives Out. To associate narrative quality with audience happiness often, to paraphrase Johnson, leads to the opposite result.

Precisely for this reason I find myself blasting a film that I’ve been waiting for so long and a trilogy that I’ve loved and defended with a lightsaber treated until today. I was there when very few people could take the hit of The Force Awakens, I knew that after all it was a chapter aimed at bringing together several generations of audiences and that the real challenge would be the next film. So I rejoiced when I confirmed that TLJ could be said to be an additional piece in a saga that was apparently bent on itself, something no one had ever said before and an offering of courageous and unexpected values and ideas. Always for all these reasons I seriously believed in the perspective of TRS.

First came the truth about Rey’s origins, a truth we didn’t need because TLJ’s answer was more than enough. Then came the constant feints of a spineless film that throws in events that are an end in themselves and have no real consequences for the fate of the characters. The few tears are wiped away with a denial in the next scene, the solid convictions dismantled with resolutions that are often not credible or completely wrong.

A movie written for the fans. So Rose remains little more than wallpaper, Luke knew everything and did nothing, the Knights of Ren reduced to a futile skit, unlimited enemy resources as inexplicable, characters disappear and entire situations are reset. We return to the simple struggle between Good and Evil and the Jedi Order, so much questioned in the previous chapter, back to triumph with no chance for discussion; the Skywalkers, despite the fact that the heroine of the story bears a different surname, once again restore the balance in the Force (and in the Saga). But history, as we have said, is written by the winners, so doesn’t matter if in the final scene there is no place for the ghosts of Anakin and Ben Solo, the sides of the Force remain clearly distinct where we wished for a range of grays that would have opened the door to as many possibilities.

The horizon suddenly became flat, the galaxy impossibly small. An entire film could have been devoted to the Rebels regaining credibility and energy, a grand finale would have opened up a universal Force within the reach of all and not just one legacy.

Rey herself comes to terms with an origin that she then decides to deny in a final scene where, with roles reversed, something could have been said. If she had been the one to die and we had seen Ben go to Tatooine in her place to bury the past, we would have witnessed the “rise of a Skywalker” but also the realization of the dream shared for a moment by the two counterparts.

The yellow lightsaber is the real element that definitively betrays the farce, what should have been yet another twist to prove an overcoming of the past is instead an anchor firmly grounded and immovable, a stale and didactic return to the origins that provides for a Positive Side of the Force determined by a conservative and dynastic elite, a bit like the Star Wars audience.

Netflix e il circo del bigottismo. La blasfema recensione di Dolly Parton’s Christmas on the Square

Prima o poi sarebbe successo. Chi mi segue lo sa, amo i musical e i film di Natale come il pane con un cubetto di cioccolato fondente. Belli, brutti o naïf, non ricordo un film del genere che non rivedrei volentieri.
Ebbene, in questo dannato 2020 Dolly Parton e Netflix sono riusciti in un colpo solo a farmi cambiare idea.


Dolly Parton’s Christmas on the Square è un’oscenità. Una fiera della cristianità e dell’ipocrisia che fa sanguinare gli occhi e le orecchie, un prodotto non solo di bassa qualità ma dagli intenti infimi e dannosi per l’evoluzione della specie.


Da dove cominciare? Un uomo reo di avere portato via il bambino alla figlia viene celebrato come eroe dalla stessa e dall’intera comunità; Un padre prega Dio che la sua bambina, investita da un pirata della strada, raggiunga la madre in Cielo anziché pregare perché si salvi; Un ingombrante angelo (interpretato dalla Parton, che avevo appena rivisto nel bellissimo Steel Magnolias) si impegna per mobilitare ogni personaggio a risolvere le proprie turbe per poi risolvere tutto lei con uno spruzzo di fede: così una donna rimane incinta dello spirito santo; la bambina in coma sopra citata, sebbene la protagonista abbia chiamato il miglior specialista da fuori città, si risveglia d’incanto con sorpresa del padre che – lo abbiamo detto – avrebbe preferito vederla morta; Il bimbo da cui la protagonista è stata separata è sempre stato lì sotto il suo naso ed è chiaramente il pastore del gregge (chi altri se no?) che subito comincia a cantare, dall’altare della sua chiesa, inneggiando all’amore e alla bontà d’animo.


Ci sono poi elementi prettamente narrativi la cui superficialità rasenta l’insulto: un tumore al cervello trattato come un tema irrilevante come tanti altri, un tema che appare e scompare per magia; l’esproprio di un’intera comunità (incipit del film) per nulla attuale e decisamente illogico, dal momento in cui non si capisce con quale autorità la protagonista si arroghi un tale diritto se non quello di essere la figlia del sindaco da poco scomparso (sì, lo stesso che le ha tolto il bambino appena nato e che adesso è l’eroe da ricordare e decantare dal momento in cui evidentemente “lo ha fatto per lei”, perché non fosse vista male dalla gente); Non si capisce infine perché la protagonista ce l’abbia con il bottegaio, presunto amore della sua vita, se non per un equivoco che o è già stato risolto in passato, o non verrà mai chiarito.


Accompagna il tutto un apparato di canzoni, musiche e coreografie piatte, insignificanti, bigotte e – ancora una volta – offensive per l’intelligenza e la maturità dello spettatore. Dolly Parton, non me ne vogliano gli amanti della cantautrice, non funziona e anzi ostacola la credibilità della visione. La sua performance, in questo caso, avrebbe avuto più senso sul palco della sala convegni di un hotel di Las Vegas.

La partecipazione di Christine Baranski a un circo del genere poi, è un insulto tanto alla sua carriera quanto al pubblico che sperava di assistere a un film brutto sì, ma nella declinazione del brutto cui Netflix ci ha abituato negli ultimi anni con il suo repertorio natalizio senza fondo.

Dolly Parton’s Christmas on the Square è un insulto al Natale, al cinema, alla televisione, a ogni medium e a ogni essere umano dotato di un briciolo di intelligenza e dignità. Un prodotto da bocciare a mani basse insieme ai messaggi negativi da esso veicolati.

CR20 – Fate il varietà non la guerra. Il restauro in anteprima mondiale di F.T.A (F*** the Army)

Al ritiro del mio accredito presso le casse del Cinema Ritrovato mi sono accorto da subito di non riconoscere il film riportato sulla shopper di quest’anno. Incuriosito sono corso a informarmi e ho segnato un bel cerchio di promemoria sul programma del Festival alla voce F.T.A.

Salta fuori che F.T.A, acronimo di F*** the Army, è un fantasma. Quando uscì nelle sale durò poco più di una settimana tra New York, Los Angeles e Chicago prima di sprofondare nel dimenticatoio. Un dimenticatoio non poi così profondo per gli appassionati del genere documentaristico a sfondo sociale e antimilitaristico, ma sufficientemente profondo da far sì che da lì in poi il tema cui faceva riferimento venisse del tutto trascurato nelle successive trasposizioni cinematografiche sullo stesso periodo.

Quale sia questo tema è presto detto: non tutti i soldati statunitensi, i cosiddetti G.I, volevano imbracciare i fucili e combattere una guerra che non ritenevano essere la loro. “Neri, bianchi e gialli” preferivano risolvere i problemi coi quali erano costretti a convivere in casa propria, l’odio razziale, il precariato e compagnia cantante, anziché partire e crearne di nuovi in paesi altrui.

Si contano certo titoli incredibili tra i war movie ambientati durante il Vietnam, senza scomodare De Palma o John Rambo, ma nessuno che ritragga realmente e fedelmente le migliaia di soldati e Marines ai quali, all’epoca come oggi, non veniva detto a quale scopo facessero quello che facevano e perché si trovassero dove si trovavano, e che in ogni caso ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Dopo nessuno ne parlò, questo è un dato di fatto, ma durante quegli anni qualcuno le domande se le pose eccome e cercò di smuovere un buon numero di coscienze. Nacque così dalla mente di un gruppo di autori, attori e cantanti la risposta all’entertainment prebellico di Bob Hope. Un varietà politico e satirico che in 8 mesi fece il giro degli Stati Uniti coast to coast ma che a seguire osò ancora di più.

Il docu-film segue la troupe nella tournée presso le principali basi militari americane sulle isole del Pacifico e ritrae con rinata qualità visiva l’esperienza e le performance dei giovani Donald Sutherland, Jane Fonda e Len Chandler alle prese con il tentativo di nobilitare le proteste degli attivisti contro la guerra del Vietnam agli occhi dei protagonisti della guerra stessa: i soldati (F.T.A = F*** the Army = Free the Army).

Quando oggi mi capita di sentir dire che gli attivisti contro la guerra del Vietnam ce l’avevano con i soldati, vorrei potere rimettere in distribuzione quel film. Non era un capolavoro d’arte, non c’era bisogno che lo fosse. Il semplice fatto che dimostrassimo di essere dalla parte dei soldati era importante. Ciò che facevamo era grezzo, inaudito, scandaloso e, nell’ambiente attuale, totalmente impensabile. Ci riuscimmo, perché i soldati avevano maturato ardenti sentimenti antibellici e antimilitaristici ed erano pronti

Jane Fonda, la mia vita fino ad ora, Mondadori, 2005

La speranza di Fonda di riportare alla luce questo film non è mai stata così vicina a diventare realtà. Grazie anche all’attrice stessa, tra i produttori del documentario, e al supporto di  Hollywood Foreign Press Association, della Cineteca di Bologna e IndieCollect, è stato infatti possibile il restauro del film, presentato in anteprima mondiale proprio a Bologna e presto disponibile in streaming negli Stati Uniti e negli altri paesi.

A sottolineare l’importanza della mission di realtà come IndieCollect e di film come F.T.A è stata la regista statunitense Amalie Rothschild, ferma sostenitrice della conservazione e della diffusione delle pellicole invisibili, che prima della proiezione si è soffermata e ci ha fatto riflettere con particolare interesse e sensibilità sull’enorme influenza che questo tipo di documentari sulle lotte di ieri può avere sulle lotte di oggi.

CR20 – Da Scarface ad Alice nel Paese delle Meraviglie è un attimo. Sul palco del Ritrovato la prémiere del restauro in 4K di À bout de souffle

Amo enormemente A bout de souffle, di cui per un certo periodo mi sono vergognato; ma lo situo dove va situato: sulla linea di Alice nel paese delle meraviglie. Io, invece, credevo che fosse sulla linea di Scarface.

J.L Godard (Il cinema è il cinema, Garzanti, 1981)

Al ventinovenne Jean-Luc Godard A bout de Souffle non piaceva. Non importa che fosse un suo film, il suo primo lungometraggio, per l’esattezza, basato su una sceneggiatura appena abbozzata di Truffaut, e non importa nemmeno che subito i colleghi dei Cahiers du cinéma e il grande pubblico lo abbiano eletto a manifesto della nouvelle vague.

Quello che Godard fa con A bout de Souffle appare come poco più che un esercizio di stile girato in quattro settimane. Con l’intera Parigi a disposizione e cinepresa a mano, Godard disfa e rifà l’intera storia del cinema servendosi dei suoi schemi e al tempo stesso mescolando le carte in tavola e scomponendo ciò che fino a quel momento il pubblico ma anche i cineasti credevano di conoscere, “[…] aprendo l’iride […]” della macchina da presa e inaugurando un nuovo modo di fare cinema in cui “tutto è permesso”. Montaggio Jump cut, inquadrature a mano, direct adress, ‘errori’ linguistici del tutto voluti, sono solo alcune delle innovazioni apportate da Godard al linguaggio cinematografico con un solo film.

A bout de Souffle è un film senza tempo, può infatti essere visto dai “vecchi” di oggi – come li definirebbe Michel Poiccard – e dai meno vecchi di domani con lo stesso stupore di allora e di sempre. Così Marco Bellocchio descrive il primo Godard in una video presentazione prima della proiezione del film, ricordando come l’uscita di Fino all’ultimo respiro (così distribuito in Italia) sconvolse anche e soprattutto la sua generazione e divenne un’ossessione per molti suoi colleghi, in primis Bertolucci.

“Tutto il film era, e credo che sia, un capolavoro. La storia, il modo di girare, il modo di montare, il modo di raccontare è stato veramente rivoluzionario. […] un capolavoro che va visto dalle vecchie e dalle giovani generazioni di cinefili.’Fino all’ultimo respiro’ è un film che ha superato la moda”.

Marco Bellocchio, Bologna, 25 agosto 2020

Nella sfortuna dell’emergenza sanitaria in atto Bologna porta a casa una fortuna immensa e gli ospiti francesi di StudioCanal, dal palco del festival, non mancano a ragione di farcelo notare. Quella alla quale avremmo assistito da lì a pochi minuti sarebbe stata l’anteprima mondiale privata a Cannes della versione restaurata in 4K di A bout de Souffle. All’età di ventitotto anni, quasi coetaneo del Godard dell’epoca, ho avuto quindi l’onore di assistere di persona e in esclusiva alla nuova vita di uno degli spartiacque più significativi della storia del cinema.

Partendo da un negativo della pellicola i laboratori hanno unito due forze principali: quella tradizionale del 35mm originale, e quella digitale tramite tecnologia HDR. Il risultato è un gioiello di film che adesso ci appare davvero come descritto da Bellocchio, etereo e senza tempo, per tutti è per nessuno perché di fatto sottrae cinema per darci cinema, “[…] superando la moda”, attraversando il tempo, lo spazio e le generazioni.

La seconda stagione di The Umbrella Academy è come Antonio Banderas con i capelli lunghi

Fino a pochi anni fa in estate uscivano i cosiddetti ‘tappabuchi’, spin-off o carne da macello, la cui sola funzione era quella di smorzare l’attesa degli spettatori tra una stagione e l’altra di una serie televisiva principale. Per nostra fortuna oggi non possiamo più parlare di serie-solo-televisiva, né di mezzi tradizionali e quindi ragionamenti tradizionali. In altre parole, oggi abbiamo The Umbrella Academy.

Adattamento dell’omonima trilogia a fumetti scritta da Gerard Way (noto alla mia generazione come frontman dei My Chemical Romance) e disegnata da Gabriel Bà, un anno fa questa famiglia disfunzionale di supereroi conquistò gli spettatori con la sua prima stagione. Parlo di conquistato perché ebbe particolare successo, tuttavia, come tante serie odierne, non abbastanza da sentirne parlare per tutto l’anno. Per dirla in altri termini e senza indorare la pillola, ad oggi The Umbrella Academy non è destinata a diventare un cult.

Ciononostante, di supereroi e di supercattivi non se ne ha mai abbastanza. Lo dimostrano le reazioni al recente trailer di The Batman o lo scatenato teaser di Suicide Squad, ma anche il discreto successo di una serie come The Boys, in cui i supercattivi sono i supereroi. Se poi il tema eroistico non è che un pretesto per raccontare un dramma, in questo caso quello famigliare, è presto detto: The Umbrella Academy è una caleidoscopio di antieroismi e spunti per raccontare l’ordinario attraverso lo straordinario, in un continuum (è il caso di dirlo) che si ripete ma non stanca.

The Umbrella Academy è come “Antonio Banderas con i capelli lunghi”, abbiamo cioè a che fare con la stessa serie cui abbiamo assistito durante la prima stagione, ma migliore. La scusa dei viaggi (spoiler) non solo temporali permette di rimpastare la stessa storia potenzialmente all’infinito. Non è tuttavia da tutti riuscire a renderla credibile ogni volta e in questo secondo round possiamo quantomeno affermare che The Umbrella Academy ce l’ha fatta.

Parallela al vol.2 dei fumetti, non a caso intitolato “Dallas”, questa seconda stagione catapulta i nostri eroi(?) negli anni Sessanta. Se la prima stagione cominciava con la reunion di una famiglia divisa, qui abbiamo dunque una famiglia divisa che è intenzionata a ritrovarsi. Certo non mancano gli screzi: l’intera stagione è costellata di deliziosi rinfacciamenti, pugnalate alle spalle e conflitti. Tutto ciò che rende particolare questa serie è presente, con l’unica eccezione che ora i personaggi li conosciamo già bene e non ci resta che approfondirne i caratteri, le scelte e i reciproci destini.

A tirare le fila, è inutile negarlo, sono ancora una volta scene queen come N.5 e Klaus. In questa stagione hanno però maggior rilievo anche gli altri membri della famiglia, in particolar modo Diego e Allison. Duole vedere ancora una volta Vanya imprigionata nel suo ruolo, ma un finale spettacolare salva quel poco che poteva rischiare di apparire un pelo ridondante.

Particolarmente apprezzato il ritorno di molti personaggi secondari tra cui spicca Sir reginald hargreeves, al quale in questa seconda stagione è conferito il respiro che merita.

Per chi suonano le campane di Curon? La recensione del supernatural drama italiano targato Netflix

Sarà stato il ritorno da una settimana di vacanza in Trentino, la montagna o la voglia di fresco. Sta di fatto che alla fine mi sono convinto a guardare Curon. Ne è valsa la pena? Scopriamolo con ordine.

Va detto che ho un precedente e si chiama Luna nera. Non un precedente di serie televisiva che non mi è piaciuta, bensì di titolo che ho totalmente glissato basandomi sulle sole considerazioni della rete. Si tratta di un errore comune, ma che mi sono sempre auto raccomandato di non commettere.

Questa volta ho voluto ignorare i pregiudizi e le malelingue sul tentativo italiano di esplorare un genere come quello supernatural e dare invece ascolto a quella parte della critica che lo promuoveva, se non a pieni voti, come un prodotto che si lascia guardare non così diversamente da gran parte dei prodotti Netflix odierni.

Di serie italiane della piattaforma streaming seguo anche Baby, che è esattamente un buon esempio di ciò di cui stiamo parlando. Non un tipo di serialità televisiva a cui siamo abituati, non lo stesso grado di spettacolarità e di qualità con le quali la televisione d’oltreoceano ma non solo ci hanno nutriti dagli anni Novanta ad oggi. Parliamo certo di una serialità televisiva diversa che non sempre, tuttavia, è sinonimo di qualitativamente inferiore.

Nonostante la premessa, sia chiaro fin da subito che Curon non mi ha conquistato. Non ne tesserò quindi le lodi in maniera indiscriminata, né contraddirò punto per punto chi è arrivato a dire prima di me che ci troviamo di fronte a una serie che “non osa“, “senza carattere e senza mito” o addirittura troppa ambiziosa. Evitare paragoni con mostri sacri come Twin Peaks, tanto per cominciare, aiuterebbe a non bocciarla a prescindere.

I protagonisti di Curon sono Mauro e Daria, due fratelli alle prese con la scomparsa della madre e le riscoperte radici della propria famiglia. Radici che si riflettono, come d’altronde l’intera comunità, nelle acque del lago all’ombra di un vecchio campanile sommerso (che poi esiste davvero, così come la località in cui si svolgono le vicende e che da il titolo alla serie).

Cosa la fa da padrona in tutti e sette gli episodi della prima stagione è proprio l’ambiente e il concetto di doppio. L’ambiente (non in senso ambientalista ma puramente paesaggistico) è qui un vero e proprio personaggio, una lezione imparata non solo da serie come Lost, bensì da tutto un apparato narrativo, fotografico e cinematografico che scomoda dal nostro dopoguerra al Vietnam di De Palma.

Il doppio è il leitmotiv attorno a cui vertono non solo l’estetica della serie (lo specchio d’acqua, il presente e il passato dei personaggi, i due fratelli, la bisessualità di Daria) o il suo messaggio (i due lupi dentro ognuno di noi, Stevenson, lo yin e lo Yang e compagnia) ma anche la storia e la mitologia di riferimento.

Dai primi secondi del primo episodio abbiamo già sulla punta della lingua la parola Doppelgänger. A partire dalla lingua tedesca, il termine indica il nostro doppio, sosia o alter ego. Un Doppelgänger può essere inteso in diversi modi, ma una cosa è certa: ha le nostre sembianze ed è al tempo stesso ‘qualcosa’ di diverso da noi.

I Doppelgänger di Curon che spuntano dalle acque del lago al suon di campana sono scaturite dalle nostre repressioni, le nostre ombre e quello che potremmo definire in maniera riduttiva – e tale viene trattato nella serie fin dal primo episodio – ‘lato oscuro’. Giunti al culmine come delle pentole a pressione, la nostra personalità si sdoppia e il nostro sosia, bagnato fradicio e colmo delle nostre emozioni più negative, viene a cercarci per sostituirci in maniera definitiva.

Il tema sta in piedi. Quello che potremmo confondere con qualcosa di già visto è semplicemente archetipico. Parlando di sosia che ti danno la caccia – figurativamente o letteralmente – saltano subito alla mente i personaggi letterari di Poe, Wilde, Woolf, Dostoyevsky, quelli cinematografici di Siegel, Hitchcock, Nolan, per non parlare di quelli videoludici che non si conterebbero. Cos’è allora che non funziona?

Appurato il cosa, troviamo difficoltà ad accettare il come. Non colpirò facilmente sulla recitazione, non ne ho le competenze e alcune delle interpretazioni le ho trovate comunque discretamente credibili. Affondo invece sulle occasioni (narrative) sprecate, alcune delle parole troppo didascaliche messe in bocca ai protagonisti e delle azioni intraprese dagli stessi, il filtro blu che ‘smarmella’ tutto appiattendo una fotografia alla quale le meravigliose location avrebbero contribuito in larga parte, ma anche l’ossessione per fondere in maniera forzata mito e realtà (è così che poi ti chiedi cosa centrino i soldati nazisti dell’ultimo episodio, o se è poi così credibile la faida tra famiglie fondatrici se non come mezzo per dare un background alla superstizione degli abitanti dal versante tedesco). L’insistenza sulla storia è da ostacolo alla fiction che in questo caso invece funziona: i rapporti tra i personaggi, i flashback, le morti e le risoluzioni. Una nota di merito va soprattutto ai plot twist di cui Curon non è certo orfana, alcune scelte sorprendono e soddisfano, lasciandoti di fronte allo specchio a confessare a te stesso che, se proprio esce, una seconda stagione te la guarderesti.

Un sequel, o forse un remake, o magari un reboot … di questi tempi nessuno si inventa più niente. Gli “albi neri” di Dylan Dog

La community bonelliana sta assistendo negli ultimi mesi a qualcosa di irreversibile, o forse no?

Lo stravolgimento dell’universo dylaniato a cura di Roberto Recchioni ha fatto storcere il naso a molti e rizzare i peli delle braccia ad altri, ha fatto gridare allo scempio una parte di lettori e accettare la meteora in faccia a quelli più curiosi e non meno fedeli.

Se c’è una certezza è che non ci sono certezze. Il pubblico di Dylan Dog è definitivamente diviso (ma e poi mai stato unito?) tra chi boccia la nuova alba nera del Dylan Dog rebootato di Recchioni e chi la difende a spada tratta senza sapere cosa ci aspetterà realmente.

Dall’albo numero 401 sembra di assistere a un universo sì dilanyato, ma dallo schiocco di dita di Thanos. All’appello non sembra mancare nessuno (eccetto Groucho, ingombrante anche nella sua assenza) ma qualcosa è evidentemente cambiato e non per forza in meglio o in peggio. Qualcosa è cambiato in superficie, c’è una barba in più, un legame padre-figlio sancito ora anche anagraficamente, nemici creduti dimenticati, un nuovo assistente e grandi amori. Di fatto non è cambiato nulla e, al contrario, sono stati accentuati gli aspetti che hanno reso celebre l’indagatore dell’incubo.

Non è cambiato infatti l’amore autoriale e viscerale dell’eroe per la cultura pop, per la musica, per il cinema horror (io avrei voluto vedere addirittura un Dylan appassionato di Serie TV), il suo incurabile politically correct e la spada tratta in difesa dei più deboli. In altre parole, potremmo dire che il mood di Dylan Dog è rimasto lo stesso, laddove non risulti addirittura più evidente di prima.

Un nuovo inizio che si prefigge di ridefinire i primi passi del personaggio (ne rispetto di quanto è stato, ovviamente) e di dare il via a nuove storie, fedeli nello spirito del character originale.

Roberto Recchioni, Il tramonto rosso, n.402

Inespugnabile e al tempo stesso cristallina, la linea autoriale rimarca l’idea che non si tornerà indietro. Questo non significa che non vedremo più Groucho e che Dylan Dog non si depilerà più il viso. Significa semplicemente che quello che leggiamo in questo momento è autentico, ufficiale, canon direbbero alcuni.

All’uscita del 402 non è ancora dato a sapersi se si tratta di “un sequel, o forse un remake, o magari un reboot […]”, certo è che la manovra ha permesso e permetterà a Dylan Dog e ai suoi lettori di aprirsi a nuovi orizzonti inesplorati. Orizzonti comunque sondati finora a suon di autocitazionismo stilistico e narrativo, scelta che sappiamo continuerà con il 403 e che verosimilmente caratterizzerà l’intero ciclo narrativo

Quella di questo “Anno uno”, di questo albi neri, è una scelta decisamente più coraggiosa di quella intrapresa dell’ultimo Star Wars, ma comunque insidiosa sotto più punti di vista e ancora fortemente enigmatica.

Esistono infinite realtà e infiniti mondi, alcuni molto simili, altri profondamente differenti…

Xabaras in Il tramonto rosso, n.402.

Sono molte le vite di Dylan Dog prima screditate, poi rivalutate, e infine rimaste nella storia della serie a fumetti. Sono molte le declinazioni commerciali in cui l’indagatore dell’incubo può ancora incorrerere, e altrettante sono le forme transmediali che lo accoglierebbero indubbiamente a braccia aperte.

“Alla scoperta di chi è questo nuovo Dylan e di come diventerà […]” non possiamo negare la bellezza delle pagine che teniamo in mano, “il cosa” di quello che leggiamo e “il come” dei moti dell’anima ritratti da Roi. Un numero è meglio dell’altro e il piacere della scoperta dell’orrore, della morte e dell’amore è finalmente vivo (sembra di sentirlo dall’al di là, Wilder esclamare “it’s alive!”).

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