Nazisti e tacchi a spillo, Welcome to Marwen

Com’è facile immaginare, Welcome to Marwen è molto più di quanto riassunto nel titolo di questa mia recensione. Parliamo innanzitutto di un doppio adattamento: il film è di fatto la biografia del fotografo senza memoria” Mark Hogancamp e la sua rinascita artistica e personale. In secondo luogo, a essere adattato per il racconto di finzione è il documentario del 2010 a Hogancamp dedicato, Marwencol  di Jeff Malmberg.

Robert Zemeckis (Back to the Future) torna a scrivere e dirigere un film, abbandonando questa volte i soggetti originali in favore dell’incredibile storia di un illustratore che in seguito a un pestaggio non ricorda più nulla del suo passato e si è creato un mondo alternativo dove fuggire dalle proprie paure.

La paura è quella dell’ignoto, del non sapere cosa ne sia stato di quanto raccolto in passato della propria vita e cosa accadrà in futuro, in un futuro dove appariamo disarmati, senza la difesa più grande, quella cioè della conoscenza di sé stessi.

Il risultato è un film che sembra avere molto più da dire di quel che riesce a mostrare per immagini. La particolare animazione e l’interpretazione di Steve Carrell sono un valore aggiunto non indifferente, e personalmente ho trovato la visione complessiva piacevole. Sono uscito di sala soddisfatto ed entusiasta, e credo sia tutto ciò che si può volere da un film al cinema.

E’ poi del tutto normale che a mente lucida si arrovellino tutti gli ingranaggi della propria coscienza critica di spettatore. Il primo -e sufficiente, a dire la verità- difetto è l’eccessivo autocitazionismo di Zemeckis, che da tenero gesto verso i nostalgici diventa una vera e propria componente narrativa fuorviante e visivamente fuori luogo.

Il resto sono solo osservazioni del tutto soggettive, che non farebbero onore a un prodotto alla fine riuscito, raccolto e comunque che resterà parzialmente di nicchia nonostante un autore che più mainstream non si può. Ammirabile dunque lo sforzo autoriale, l’originalità del racconto, la straordinarietà della vita cui esso si ispira, la credibilità di tutti i personaggi, la delicatezza di alcune scelte registiche, e ancora toccante e coraggioso il messaggio che il film intende trasmettere.

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The Marvelous Mrs Maisel, la recensione della seconda stagione

Genere: Commedia, dramma (o ancora meglio, dramedy)

Prodotto da: Amazon, 2017 – oggi

Scritto e diretto da: Amy Sherman-Palladino

Interpretato da: Rachel Brosnahan, Alex Borstein, Michael Zegen

Anche quest’anno la signora Maisel ci ha augurato una buona notte e rimandato lo spettacolo al prossimo appuntamento con la serie televisiva vincitrice di quattro Emmy dei sei per i quali era stata candidata, inclusi i premi come miglior attrice protagonista e miglior attrice non protagonista per Rachel Brosnahan e Alex Borstein. Attente a quelle due, verrebbe da immaginarsi come sottotitolo per questa stagione in cui Midge (la signora Maisel) e Susie la fanno da padrona e il loro rapporto personale e professionale viene rigirato e declinato sotto più punti di vista. Non se ne ha mai a sufficienza, tuttavia, delle gag cui ci hanno abituati manager e comica, così come non se ne esce mai saturi dalla decina di episodi a stagione di una serie che, così come la prova cui sono sottoposti tutti i membri del cast a ogni scena, richiede d’esser recensita tutta d’un fiato.

Risulta quindi inutile soffermarsi a lungo sulla qualità produttiva di The Marvelous Mrs Maisel, serie che si conferma in questa seconda stagione un gioiellino curato nei minimi dettagli a livello scenico, costumistico, fotografico e soprattutto narrativo.

Al contrario, sugli autori vale la pena spendere qualche parola in più. Ogni battuta, ogni sfumatura, ogni strizzata d’occhio all’interno della serie grida Amy Sherman Palladino e marito, autori di spicco in un’epoca per la serialità televisiva dove è facile assuefarsi di fronte a prodotti di dubbia qualità e al tempo stesso non è possibile agli occhi dello spettatore contemporaneo non riconoscere quando si ha a che fare con un vero e proprio tesoro. Quando ci sono di mezzo i Palladino, in altre parole, non è facile per una serie passare inosservata, e certamente non è da tutti riuscirci. Chiedetelo a Woody Allen e al suo sfortunato debutto nel mondo della serialità televisiva con Crisis in Six Act (Amazon, 2017) che di crisi sembra parlare, sì, ma dell’autore stesso. Date altrimenti un’occhiata alle manovre di Netflix, vedi House of Cards (Netflix, 2013 – oggi) che alla qualità del proprio prodotto ha preferito salvarsi la faccia licenziando l’attore protagonista della  testa d’ariete con la piattaforma streaming ha cambiato per sempre il modo di produrre e consumare serie televisive. Oppure provate a mandar giù l’ultima stagione di American Horror Story: Apocalypse (FX, 2011 – oggi) di cui a breve farò un sunto su Lost In A FlashForward, e cercate di convincervi che questa volta Ryan Murphy non abbia toppato. (NdR. House of Cards e Crisis in Six Acts sono inoltre, tra le altre cose, entrambe serie in cui possiamo ritrovare Rachel Brosnahan in parti di rilievo e sempre diverse).

La serialità televisiva, come il cinema, è un’industria. Parla un linguaggio universale, quello del denaro, e nessuno, nemmeno il critico più sofisticato, potrebbe negare ciò o rivendicare il contrario. Per dirla alla Baudelaire, per il mercante anche l’onestà è una speculazione. Per girarla in favore della settima arte e derivati, come per l’appunto la serialità televisiva, anche l’investimento economico (quindi non la mera speculazione) può essere un mezzo per arrivare all’onestà/qualità del risultato finale.
In tal senso The Marvellous Mrs Maisel, dicevamo, è un gioiellino, un prodotto confezionato dove è davvero difficile cogliere difetti che vadano oltre al “non mi piace il genere”. Una volta che la sceneggiatura dei Palladino ti prende sei abbonato vita natural durante a essa. Così era per Gilmore Girls, compreso il discusso e discutibile revival, così sarà per la serie Amazon se la tendenza rimarrà la stessa di queste due stagioni in cui troviamo un plot articolato, personaggi cui è impossibile non appassionarsi – presunti antagonisti compresi – ebrei, alta moda e John Krasinski (Chuck, Jack Ryan). Una stagione promossa a pieni voti e a occhi chiusi, consigliata a tutti, anche ai più suscettibili.

Per tutti i curiosi e gli appassionati date un’occhiata alla fanpage italiana della serie!

Perfetta sotto [quasi] ogni punto di vista. La supercalifragilistichespiralidosa recensione di Mary Poppins Returns

Regia: Rob Marshall

Sceneggiatura: David Magee

Produzione: Walt Disney

Nell’ottobre del 1965 mia nonna accompagnò sua figlia di sei anni a vedere un musical che avrebbe incantato intere generazioni. Cinquantatré anni dopo quella bambina ha accompagnato i suoi figli, me medesimo e mia sorella, con morosi annessi, a rivivere la stessa, emozionante, avventura.

Mary Poppins Returns non è bello come il primo. Bruciamo così da subito una delle prime cose che vi diranno le persone appena uscite di sala. Ma la storia è bella, aggiungeranno altri a mente lucida, ed è questa una verità sulla quale ci soffermeremo a breve a supporto della nostro commento al film.

Sarebbe più corretto valutare come Mary Poppins Returns non sia paragonabile al primo, nel senso che quello del 1965 e quello del 2018 sono per ovvi motivi due film impossibili da paragonare l’uno con l’altro se ci si sofferma alla novità e alle emozioni suscitate da quello diretto da Robert Stevenson e interpretato da Julie Andrews e Dick Van Dycke più di mezzo secolo orsono.

Del nuovo film sulla famiglia Banks, perché sempre della famiglia Banks si parla e questo è un primo punto a favore, si apprezzano il coraggio di scegliere un sequel a un più scontato reboot, il piglio maturo e complesso nel definire la nuova missione della magica tata al più sicuro rimpasto delle lezioni impartite nel primo film, e soprattutto l’impegno richiesto dagli adattamenti, ma quasi mai rispettato, di somministrare a eque dosi novità e riconoscimento.

Così Mary Poppins Returns richiama il suo predecessore su più livelli (quello della storia, delle musiche e perfino nell’ordine delle gag) e allo stesso tempo propone nuovi spunti e suggestioni volte a espandere l’universo narrativo basato sulla serie di libri per ragazzi di Pamela Lyndon Travers, un universo che non ha mai smesso di riecheggiare nei decenni colorando le infanzie di bimbi e genitori di tutte le età e di tutte le epoche, comprese quelle di crisi economica e sociale.

E di figli, di genitori e di crisi parla quest’ultimo, intelligente capitolo di Mary Poppins. I figli sono quelli di Michael Banks e il genitore è Michael stesso, padre di tre figli rimasti senza madre, cassiere presso la banca di cui il defunto Signor Banks era divenuto socio, nonché aspirante artista colpito dalla Grande Depressione del ‘29. La crisi non è quindi solo quella economica, bensì quella familiare cui Michael e la sorella Jane dovranno sopravvivere per mantenere la casa della loro infanzia. L’arrivo di Mary Poppins, propizio come sempre e in sella all’aquilone che Michael ha appena cestinato, giunge quindi con uno scopo ambivalente e completamente diverso da quello del passato. Da un lato, Mary Poppins deve fare i conti coi suoi bimbi ora cresciuti e reduci dalle dure prove della vita da adulti. Jane deve aprirsi al mondo, mentre Michael deve ritrovare i punti di riferimento perduti insieme alla propria amata. Deve farlo per il bene di se stesso e per quello dei suoi figli, ed è qui che troviamo la seconda missione di Mary Poppins: non tanto l’educazione dei piccoli Annabelle, Georgie e John al mondo adulto, quanto un ritorno all’infanzia che ai tre bambini è stata bruscamente negata con la prematura morte della madre. In tal senso è emblematica la scena del bagno, dove vediamo una Mary Poppins un po’ più sbottonata rispetto a come ce la ricordiamo.

Contribuiscono a emozionarci gli innumerevoli easter egg e tre cameo d’eccezione, quello di Karen Dotrice, la Jane Banks originale, quello di Dick Van Dycke, lo Spazzacamini, nei panni di Mr Dewes Jr, e nientemeno che Angela Lansbury, la quale, come fece nel 1971 con Bedknobs & Broomsticks, sostituisce Julie Andrews per regalare una piacevole sorpresa a vecchio e nuovo pubblico che, come solo i grandi titoli sanno fare, si ritrovano uniti all’insegna di un poco di zucchero e di magia.

Peccato per le canzoni decisamente poco memorabili, nonostante gli arrangiamenti musicali tratti direttamente dall’originale, così come sono poco incisivi i ruoli riservati a guest star di successo come Colin Firth e Meryl Streep, i quali certo non spiccano nella schiera di personaggi di tutto interesse che il film offre, tra cui l’acciarino Jack cresciuto a servizio del vecchio spazzacamini Bert, così come la tata Ellen e l’ammiraglio Boom, quest’ultimi rinati nei volti di Julie Walters e David Warner.

Note di merito vanno poi a Ben Whishaw ed Emily Mortimer, rispettivamente Michael e Jane Banks, ma soprattutto e Emily Blunt, promossa a pieni voti nel ruolo della magica tata in primis per l’enorme responsabilità cui si è trovata a far fronte con (inaspettato) successo.

In conclusione Mary Poppins Returns è un film che porterò nel cuore non solo per motivi biografici personali. La serie ha unito generazioni e continuerà a farlo, regalando alle famiglie e non solo il giusto di magia per non dimenticare cosa vuol dire essere bambini e a superare al tempo stesso le avversità della vita… sempre che il big bang suoni puntualmente l’ora!

Fan di Emily Blunt ne abbiamo? Visita la fanpage italiana dedicata all’attrice britannica!

BE-MOVIE, la recensione del gioco nel quale il set traballa quando un personaggio sbatte la porta

Immaginate di fare il vostro ingresso nelle rovine di quei templi perduti che sono oggi le videoteche. Vi aggirate in questo labirinto di generi, sotto generi, titoli assurdi e contenuti ancora più inverosimili. Ecco, scegliete un genere, un sottogenere, lasciatevi guidare da quel titolo così strano e ora prendete in mano quella VHS/DVD che ha attirato la vostra attenzione. Nel migliore dei casi si tratterà un film di cui non hai mai sentito parlare e che promette tutt’altro che bene, ed è proprio a questo genere di film a bassi costi di produzione che si ispira il quasi omonimo gioco sviluppato da Helios Pu e distribuito da GG Studio. Finalista Miglior Gioco di Ruolo 2018, Be-Movie omaggia il cinema usandolo, violentandolo e celebrandolo al fine ultimo di risolvere al meglio una narrazione collettiva.

In quanto gioco interamente narrativo potrete dunque dimenticare statistiche e lanci di dado (o estrazioni di carte). Ci saranno certo le schede dei Personaggi, mentre il Regista potrà appuntarsi ciò che gli serve sull’apposito Registro. Il resto viene messo a 180° gradi nella grande fornace che è la fantasia dei giocatori/Attori seduti al tavolo, un pastiche narrativo portato avanti dalle interazioni tra Regista e Attori, dai cosiddetti Confronti e dal semplice narrare ciò che accade mediante il linguaggio proprio della sceneggiatura.

Da qui la regola madre del gioco, secondo la quale ciò che non si può mettere in scena non esiste. Bando alle descrizioni superflue e introspettive dunque, e largo invece all’azione più tangibile, spontanea e, certo, pericolosa. Il tutto accompagnato da una clessidra sotto forma di pellicola a scorrimento in cartoncino, un metodo efficiente per rappresentare i costi di produzione che si assottigliano sempre più, i tagli repentini, o gli investimenti su qualche effetto speciale.

In Be-Movie la parola è del Regista, ma le Parole Chiave sono degli Attori, laddove per Parole Chiave intendiamo parole estrapolate dal Blurb (normalmente una frase elogiativa del prodotto da parte di importanti testate, qui intesa come una sinossi contenente il problema che i protagonisti dovranno cercare di risolvere), uno tra i pochi strumenti in mano a ciascun Attore, insieme agli Special e a i Fotogrammi, per prendere in mano la narrazione e aggiungere dettagli alla scena con lo scopo di portarla a proprio vantaggio o, fortemente consigliato, a proprio svantaggio.

L’obiettivo del gioco non è infatti quello di vincere contro il Regista o superare le prove che ci vengono messe davanti, bensì portare a casa una storia che valga all’incirca la pena d’esser definita tale. Sulla falsa riga di altri GdR (tutti citati nel manuale) cui si ispira, il gioco propone dunque di tramare insieme col minor impedimento regolistico.

Da giocatore di ruolo e soprattutto da master, mettendomi alla prova con giochi di narrazione ho messo alla prova anche le mie capacità d’interpretazione, la spontaneità, l’improvvisazione richiesta per lasciarsi sorprendere e, viceversa, il problem solving giusto per non farsi mai cogliere impreparati. In questo senso Be-Movie è il gioco giusto per lanciarsi tra i lupi e iniziare un giro di giostra che nessuno sa quando e come finirà.

Dopo avere divorato il manuale in un paio d’ore (ndr. portatevi sempre da leggere nei luoghi in cui dovete fare della fila) sono finora riuscito a giocare a questo gioco una volta e mezzo nel giro di un mese. Se siete arrivati fino a questo punto della recensione, forse vorrete sapere com’è andata.

Buona la ½. Il mio debutto come Regista di Be-Movie è stato con due soli Attori e il tempo tiranno che ci ha impedito di portare a conclusione il nostro film. In attesa di riprendere in mano il filo della narrazione la partita è intanto entrata nella nostra mitologia delle nostre giocate. Questo quello che ne era venuto fuori.

Titolo: Suffragette Laser

Genere: Fantascientifico (Flavour – Storico)

Copertina: Quattro donne inquadrate dall’alto su copertina bianca incrociano i loro laser andando a comporre il simbolo femminile ♀.

Blurb: 2083. Un congresso di politicanti maschilisti ha trovato il modo di eliminare le donne dalla catena della riproduzione grazie alla clonazione. Toccherà a quest’ultime riunirsi e riprendersi il ruolo che spetta loro nell’universo.

Non è difficile immaginare cosa possa esser seguito a simili propositi e, in attesa di scoprire chi si celi dietro la Madre Galattica a capo delle Suffragette, in questo connubio tra The Handmaids Tale e Blade Runner, mi astengo dall’aggiungere dettagli su quanto accaduto (cosa che potrei fare in futuro a film compiuto).

La nostra seconda partita ha visto il debutto di altri due giocatori, raggiungendo così il numero massimo consigliato di Attori e quindi il numero massimo di scene a disposizione. Con tutto il tempo a disposizione siamo riusciti a portare a casa la storia, soddisfatti e imbarazzati al tempo stesso da ciò che le nostre menti sono riuscite a partorire.

Titolo: Railblood – Terrore sulle rotaie

Genere: Horror (Flavour – Poliziesco)

Copertina: La sagoma della testa di un treno emerge dallo sfondo nero ed è in parte delineate dal soffio di vapore rosso sangue dentro al quale sono visibili gli occhi e il naso di un teschio umano. In alto il logotipo RAILBLOOD gronda sangue, mentre a pié di copertina troviamo la traduzione italiana e volutamente errata del titolo.

Blurb: Epoca vittoriana. Uno degli ultimi ritrovati tecnici sta per diventare il luogo ideale per una serie di efferati omicidi. Prossima fermata la morte.

Ne è risultato un gruppo di protagonisti fuori dal comune, composto dalla Vampira Claudia (ispirata all’omonimo personaggio di Intervista col Vampiro), un licantropo di nome Hultimoh, la Regina Vittoria, cacciatrice di mostri e malata di malaria, e il fuochista Piero, tutti a bordo di un treno disperso in mezzo a una bufera di neve. Uno scontro tra mostri e classi sociali, passando per un attacco terroristico, culmina con un’alleanza inaspettata e il malconcio trionfo della classe operaia. Nella scena di chiusura Piero, reo di due omicidi ma sopravvissuto alla carneficina, viaggia a bordo dell’unico pezzo di treno rimasto, mentre Hultimoh e Claudia, che ora possiede la conoscenza della più longeva Regina d’Inghilterra, passeggiano, anni dopo, per le strade di Londra alla ricerca di nuove vittime.

Railblood – Terrore sulle rotaie è tutto ciò per cui non pagherei mai un biglietto, ma giocarlo è stato, oltre che divertente, incredibilmente stimolante.

In conclusione Be-Movie se ne esce dalla mischia come un gioco semplice e originale, potenzialmente consumabile all’infinito, complice la mancata esigenza di espansioni future. Tutti ingredienti, quelli riscontrati in fase di studio e di gioco, che non a caso gli hanno permesso di concorrere all’Oscar del mondo ludico al fianco di giganti del settore provenienti da Oltreoceano e proposte di setting un po’ masticati e che, tuttavia, si confermano insormontabili.

Si ringraziano per avere giocato con me a Be-Movie Erica di Elle, Lio, Nassy e Il Negromante Radioattivo.

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