Le magasin des suicides e Trollhunters. Le #recensionispicciole di aprile 2019

In questa nuova rubrica raccolgo tutte le #recensionispicciole pubblicate sulla pagina Facebook del mio blog nel mese di aprile.

Le magasin des suicides (Patrice Leconte, 2012)

Ieri ho visto Le Magasin des suicides (2012, LaConte) adattamento d’animazione dell’omonimo romanzo di Jean Teulé.

Ho trovato lo svolgimento generale uno spreco, come se avesse da dare molto di più, un rischio che corre gran parte degli adattamenti.

La bottega dei suicidi, così è stata distribuita in Italia, Rimane tuttavia un ottimo caso di studio grazie alla grave censura per mano della commissione di revisione cinematografica che lo ha vietato ai minori di 18 anni.

Il distributore Sandro Parenzo sbottò «Questo divieto è assurdo, che senso ha farlo uscire vietato? Su questo film delizioso, di un autore affermato, abbiamo fatto un investimento notevole. A questo punto lo ritiro, lo faremo uscire in Svizzera e, quando sarà il momento, in home video».
Il regista disse la sua con ironia: «A due giorni dalla fine del mondo questo divieto ridicolo è una beffa senza senso». Era dicembre del 2012.

Contro la crisi e il carovita scegli una dolce dipartita. Prendi il coraggio fra le dita. Canta con noi: Viva il suicidio.


26 aprile 2019

Trollhuners: Tales of Arcadia (Guillermo del Toro, 2016-2018)

Ieri ho finito Trollhunters : Tales of Arcadia (2016-2018) serie originale Netflix creata da niente popodimeno che Guillermo del Toro.

Ho impiegato qualche anno prima di cominciare a vederla senza nemmeno sapere il perché. Chi mi ha convinto a iniziarla? Una bambina, ovviamente, che nemmeno conosco.

Quando si parla di mostri l’autore di film come El Labirinto del Fauno (2006) ed Hellboy (2004) è certo una garanzia, ciononostante non era per nulla scontato che il risultato fosse qualcosa di così coinvolgente e maturo dal punto di vista narrativo, con insegnamenti fondamentali trattati in maniera intelligente, duri aspetti della realtà come la morte di personaggi principali e soprattutto una rappresentazione dell’eroe complessa e paradossalmente umana, senza perdere mai di vista la bussola e la tavolozza di valori positivi da trasmettere al pubblico di riferimento, grande e piccino.

Si aggiunge il sempre apprezzabile formato antologico della serie, che dopo tre stagioni permette un nuovo arco narrativo con personaggi e situazioni differenti, ma ambientate nello stesso/negli stessi universo/i.

Il primo capitolo dei cosiddetti Racconti di Arcadia è quindi una serie d’animazione consigliatissima e non ancora vista quanto merita, sulla quale non vedrei affatto male un adattamento ludico e/o videloudico.

29 aprile 2019

L’inizio della fine. Tutte le mie recensioni dell’ultima stagione di Game of Thrones

Leggi tutte le mie recensioni sull’ottava stagione di Game of Thrones scritte per Lost In A Flashforward ai seguenti Link:

Il cerchio comincia a chiudersi nell’episodio 8×01 “Winterfell

Jenny would dance with her ghosts, la recensione dell’episodio 8×02 “A Knight of the Seven Kingdoms

La spettacolare battaglia contro il Re della Notte divide il pubblico, la recensione dell’episodio 8×03 “The Battle of Winterfell

Draghi, metalupi e squali. La recensione dell’episodio 8×04 “The Last Stark” e una riflessione sulla strada intrapresa dalla serie

Dracarys. La recensione dell’episodio 8×05 “The Bells” e l’utopia di Daenerys Targaryen

Start Over, l’inno alla vita della nona stagione di The Walking Dead

Tutto ha inizio con un’utopia. Prendi un ponte, per esempio.

La prima parte della nona stagione, che vede l’uscita di scena del protagonista assoluto della serie, si rivela essere una minima anticipazione del mood che ci aspetta dietro l’angolo dopo la dipartita di Rick Grimes. Gli ingredienti principali di questa fioritura narrativa, tuttavia, sono già contenuti nei primi episodi o, addirittura e non c’è da stupirsene, nella stagione precedente.

Tutto ha inizio da un’utopia, da un ponte, ma per fare il ponte c’è voluta una lettera. La lettera postuma di una speranza che sul punto di spegnersi si è rinnovata in un messaggio di pace e unione che come tutte le utopie, per definizione, sembrava destinato a scontrarsi con la realtà, con il mondo, con un nuovo mondo che nega la vita attraverso la negazione della morte e, infine, con una guerra totale apparentemente senza fine.

Non è facile rappresentare un’utopia, specie senza scadere nella sua evoluzione naturale che ha dato vita a un genere, quello dispotico, e alle scritture della catastrofe a cui serie come The Walking Dead devono molto, se non tutto. D’altronde, di micro-distopie all’interno dello show targato AMC e al fumetto di cui è adattamento na abbiamo viste, dalla Woodbury di Philip Blake al Santuario dei Salvatori, passando per Alexandria stessa e la rickocracy in generale. Su tutti, Rick Grimes va inteso come uno dei villain più longevi della serie, in un mondo dove per delimitare in maniera netta il confine tra eroe e cattivo, tra bene e male, non sarebbero sufficienti diecimila picche con annesse le teste di cari affetti.

La distopia nasce dal fallimento dell’utopia e per questo motivo, non ce ne voglia Annie Wilkes per l’ironico rovesciamento di segno, Negan doveva morire. Doveva morire perché intere mitologie e civiltà si sono erette sulla convinzione che il mondo fosse stato generato nel sangue e di conseguenza altro sangue sarebbe stato versato in un moto eterno di violenza, che questo significhi uccidere il proprio nemico in battaglia o zappare la terra per nutrirci della sua energia. Da manuale Negan doveva morire perché il bene sconfigge il male, il buono uccide il cattivo.

Traendo ninfa vitale dalla morte, quindi da un mondo dove, lo abbiamo detto, non basta tutto l’inchiostro di un Tony Moore a ritrarre bene e male come due entità distinte (al contrario di Lost, che ne fa addirittura un’umanizzazione nelle figure di Jacob e del Fumo nero), risulta del tutto inverosimile che qualcuno possa rappresentare un’utopia nel suo compimento, a interrompere cioè il ciclo di violenza, di morte e non morte, e a perdonare perfino un mostro come Negan che è la sesta essenza (la quinta è Rick) del proverbio bonelliano “i mostri siamo noi”, o “i morti siamo noi” nel caso di The Walking Dead.

Prendi un ponte, per esempio, e dagli il nome di Angela Kang. Questo nome rimbalza da un commento a un altro, da una recensione all’altra sul web come una freccia che dall’alto scocca, volando veloce di bocca in bocca (cit.) e non sempre per elogiare il suo lavoro. Dalla penna della Kang è nato A New Beginning, l’emblematico primo episodio della nona stagione che è un manifesto di ciò che poi andrà applicato sulla serie a livello di scelte creative. La sceneggiatura degli episodi successivi toccherà poi, in ordine di episodio, a David Leslie Johnson, Corey Reed, Geraldine Inoa, Matthew Negrete, Eddie Guzelian, Vivian Tze, Channing Powel, LaToya Morgan. Chiude il cerchio Angela Kang con The Storm, un finale che ha fatto storcere il naso ad alcuni abitudinari del cliffhanger d’impatto e dei sostenitori della spettacolarità grafica, e che al tempo stesso ha infiocchettato quella che è stata una stagione coerente portatrice di un messaggio trasparente al quale noi spettatori contemporanei, bombardati da climax e antieroismo, non siamo più abituati: il trionfo della vita sulla morte.

Non è facile rappresentare un’utopia, dicevamo, e per questo motivo il genere post-apocalittico non ha mai avuto il coraggio di aprire alla costruzione laddove la distruzione è il motivo per il quale lo spettatore ha pagato il biglietto per entrare in sala o l’abbonamento per accedere al catalogo in streaming. Se io guardo The Walking Dead voglio vedere zombie, sangue, morti e sopravvissuti. Dove ha trovato allora il coraggio la Kang di prendere in mano una serie che parla di morte e ridarle vita attraverso la vita, in un momento dove la serie stessa, agli occhi indiscreti di molti spettatori, pareva essa stessa arrancare verso la fine?

La morte di Carl, l’abbandono di Rick, la fine della guerra coi Salvatori: tutto lasciava pensare che a forza di perdere pezzi la serie avrebbe avuto vita breve. Leggendo i commenti delle community italiane un’espressione che salta spesso all’occhio in riferimento a molti episodi dopo la quinta stagione è qualcosa di simile a ‘allungare il brodo’ (in inglese fill time, prendere tempo). Per molti appassionati delusi e non la serie ha spesso temporeggiato con parentesi superflue e ‘troppo dialogate’ (altra espressione in voga, tornata di recente proprio in occasione del season finale) in favore di un main plot non definito che per i detrattori della serie si sarebbe ridotto a un nulla di fatto, a una speculazione narrativa o, per l’appunto, a un brodo annacquato.

La verità è che The Walking Dead non è mai stata una serie che parla di morte, ma una serie che parla di vita, o meglio della vita che sopravvive alla morte, una morte che cammina e che continua a vagare – sì, anche attraverso i ponti.

Prendi un ponte, per esempio, o ancora meglio costruiscilo e poi difendilo con tutto te stesso. Una volta che sei sopravvissuto all’apocalisse zombie e ai peggiori volti dell’essere umano, compreso il tuo, non ti resta che ricostruire. In questo senso la nona stagione di The Walking Dead è un vero e proprio inno alla vita, la rappresentazione di un mondo ideale dove la misericordia sembra avere davvero prevalso sull’ira. Prima la lettera di Carl, poi il monologo di Rick sulla collina dello scontro finale con Negan, sembrano finalmente avere preso forma: le comunità fioriscono, le generazioni crescono, la sigla di apertura cambia e Negan vive.

Costruire qualcosa. Che sia un ponte, un’abitazione o una fiera, sembra che il messaggio che la Kang ci vuole trasmettere sia dei più semplici e genuini: l’unione fa la forza. Così un momento brutale come la decollazione di dieci personaggi principali e secondari che avrebbero potuto fungere da perfetto season finale diventa un racconto eroico raccontatoci a parole, la storia di persone che fino all’ultimo hanno alzato la testa e combattuto l’uno al fianco dell’altro. Non importa come sia finita, non ci interessa che i cattivi siano ancora in giro o che i buoni muoiono ancora ingiustamente. La vita trionfa ancora una volta sulla morte perché a confronto con il coraggio delle comunità di Alexandria, Hilltop, Oceanside e del Regno, anche gente temibile come Alpha e Beta sembrano farsi piccolissimi, fragili e incredibilmente deboli.

Per concludere, onore assoluto a una stagione che ha rivitalizzato e rilegittimato una serie intera scommettendo su aspetti e punti di forza su cui nessuno avrebbe puntato, in primis l’idea che ci fosse qualcosa dopo Rick Grimes e che il nuovo mondo ha bisogno di un forza collettiva e non di una persona sola al comando.

Ci sono famiglie diverse dalle altre, ma comunque uniche nel loro genere: per restare aggiornato su The Walking Dead e confrontarti con altri appassionati iscriviti alla pagina The Walking Dead ITA Family .

Se sei da ricovero più che da famiglia, unisciti ai Malati di The Walking Dead!

Your are where you do not belong. Commento al mid season finale di The Walking Dead 9

Avevo anticipato che se ne sarebbe parlato qualche settimana fa con una GIF sulla nostra pagina, ora finalmente sono pronto a interfacciarmi con quello che è stato sicuramente un mid season finale inaspettato, culmine di una nona stagione che potrebbe -e dico potrebbe- avere riabilitato l’adattamento televisivo di The Walking Dead agli occhi del mondo.

Vogliamo parlarne? The Walking Dead non ha più trainato orde di amanti del genere da almeno cinque stagioni. La saga del Governatore, così avvincente a vignette, aveva stancato non pochi spettatori e aveva macchiato la serie di una fama non meritevole, a volte al limite della diffamazione, ma certamente specchio di un malessere reale di chi guardava.

Qual’era il problema? Pochi zombie e troppe pippe? Un rischio, questo, sventato con una quinta stagione inutilmente slasher e una sesta stagione a tratti peggio, rinnovata da un nuovo inizio (grazie ad Alexandria) e tenuta in piedi da un’unica, iconica attesa: quella di un Negan del quale non ci saremmo mai aspettati lo sviluppo di cui andremo a parlare a breve. Un Negan che tuttavia si fece aspettare troppo comparire una manciata di minuti e fare al pubblico un altro grande torto che difficilmente verrà scordato, un cliffhanger che lasciò metà dei fan col fiato sospeso, e l’altra metà con il latte alle ginocchia. Parlai del finale della sesta stagione positivamente, e il fatto che fu un’idea pericolosa ma ammirevole lo penso anche oggi.

Dopo un debutto di Negan esplosivo, una decostruzione del personaggio di Rick da pelle d’oca e perdite importanti come quella di Glenn e Abraham (per quanto telefonata agli occhi dei lettori del fumetto) The Walking Dead non tardò a ricadere nel circolo vizioso dello stagnamento, interi episodi che, per quanto interessanti, muovevano troppo lentamente i tasselli di un conflitto finale tanto promosso e atteso.

I primi sprazzi di risveglio si hanno avuti con un’ottava stagione all’insegna dell’azione, della reazione delle colonie alla tirannia dei Salvatori e infine a nuovi, piacevoli risvolti. Alcuni cominciano a prendere le distanze dalla shitstorm cui la serie ha dovuto far fronte negli ultimi anni, altri ancora hanno cominciato a rivalutare le potenzialità dei futuri archi narrativi.

Quanto avremmo dovuto aspettare, tuttavia, perché anche Negan venisse ucciso da Rick e si tornasse ad avere bisogno di un cattivone che smuovesse un po’ le acque, nonché gli animi rugginosi dei protagonisti?

Questo ci si aspettava dal finale dell’ottava stagione, un giro su se stesso e poi partire nuovamente dal via. Ciò che ci attese dietro l’angolo si distinse e ci sorprese, invece, proprio per il tono ottimista e propositivo verso il futuro della serie e nei confronti delle vite stesse dei sopravvissuti. Simbolo suo malgrado di questa rinascita, di questa resistenza della vita, è proprio Negan, risparmiato dalle persone che hanno tanto sofferto a causa sua, risparmiato in memoria del mondo sognato da Carl, che nel villain aveva scrutato qualcosa di autentico, celato in profondità in ognuno di noi. Con il concludersi dell’ottava stagione la vita ha battuto la morte, i vivi continuano a camminare e lo fanno insieme, germogliando in mondo che lentamente sta marcendo.

Poi la notizia inattesa. Con la nona stagione Andrew Lincoln avrebbe lasciato The Walking Dead. Cominciano a girare i teaser che ritraggono il badass sceriff sanguinante, morente in sella al suo cavallo, un’immagine che riprende inesorabilmente e ciclicamente il principio della storia della serie. Alla morte di Carl, che suscitò non poco stupore negativo, sarebbe dunque seguita quella di Rick Grimes e con essa, verosimilmente, un lento e definitivo deperire dello show.

Nessuno poteva immaginare che l’addio di Rick Grimes avrebbe al contrario significato la vera rinascita della serie. In primis, l’addio di Rick Grimes non è un vero addio, bensì un arrivederci. Fino agli ultimi istanti del fatidico episodio tutto lasciava presupporre, infatti, che il protagonista della serie sarebbe morto nella maniera più eroica possibile. Appena prima dei titoli di coda scopriamo invece che Rick è sopravvissuto all’esplosione che gli ha permesso di salvare la sua comunità, facendo saltare in aria il ponte simbolo dei primi episodi della stagione, thopos di un’alleanza sul fronte della vita contro la morte, una ribalta sottolineate anche da un altro punto di non ritorno, ovvero la nuova sigla di apertura che dopo nove stagioni cambia look.

Non è facile capire dove si ha sbagliato. Gli autori di The Walking Dead hanno evidentemente studiato i problemi della serie e hanno trovato una soluzione vincente. L’hanno trovata certo nel salto temporale, sono passati anni dalla non morte di Rick Grimes e le colonie sono andate avanti, si sono creati nuovi rapporti, c’è chi è cresciuto e chi è rimasto ingabbiato nei fantasmi di quello che ormai è passato. Poi c’è Negan, che dalla sua prigione aiuta Judit in matematica. Il sogno di Carl, se pur temporaneamente, è divenuto realtà.

Lascia poi ben sperare il plot twist del mid season finale che ha visto la morte (questa volta vera) di un altro protagonista ormai divenuto principale. Parliamo dell’addio a Jesus e del tema di questa nona stagione che ha cambiato le carte in tavola nella lotta della vita contro la morte a tal punto che si, ad un certo punto, le due cose si confondono e ci viene addirittura fatto  credere che i vaganti comincino a evolversi, a comunicare tra loro … e a combattere. La magia scema dopo qualche istante di stupore (… o di terrore!) in una scena finale carica di tensione come non se ne vedevano da tempo. Ancora una volta chi ha letto i fumetti sa di cosa stiamo parlando e cosa ci aspetta nel futuro della serie. La mancanza di certezza alla quale gli autori della serie ci hanno abituati, tuttavia, questa volta viene in loro soccorso dal momento in cui nessuno sa cosa potrà succedere.

A pochi giorni dall’inizio della seconda parte della stagione siamo quindi scalpitanti nell’attesa di scoprire lo svolgimento degli eventi, il destino di Hilltop ora che entrambi i leader non ci sono più, le intenzioni dei nuovi sopravvissuti, il comportamento di Negan ora che è fuggito e soprattutto chi siano questi nuovi nemici che si mascherano da non morti, e cosa intendessero quando all’orecchio di Jesus, prima di trafiggerlo, hanno sussurato:  “Your are where you do not belong”.

Una nota di merito al personaggio di Jesus, che lasciandoci lascia un vuoto non indifferente nello show. Non ci resta che da sperare che la sua scomparsa abbia come conseguenza un arricchimento pari o analogo a quanto strategicamente avvenuto con il personaggio di Lincoln, al quale vanno i nostri ringraziamenti per tutti questi anni di grandi e senguinolente emozioni.

Jesus viene ucciso da un nemico mimetizzatosi tra i morti.

(Don’t) Look Away, la recensione dell’ultima stagione di A Series of Unfortunate Events

Genere:  Avventura

Prodotto da: Netflix, 2017 – 2019

Scritto e diretto da: Mark Hudis

Interpretato da: Neil Patrick Harris, Patrick Warburton, Malina Weissman, Louis Haynes

Noi lo abbiamo fatto, abbiamo ignorato gli avvertimenti della sigla di A Series of Unfortunate Events, adattamento seriale dell’omonima saga letteraria ad opera di Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler, che ha scritto anche molti episodi della serie tra cui il pilot) e abbiamo divorato ognuna delle tre stagioni in pochi giorni dai rispettivi lanci.

Netflix colpisce ancora, e lo fa in anni dove cominciano a scottare i primi ritorni di fiamma, dalle cancellazioni di ormai tutte le serie Marvel (a eccezione della seconda stagione di The Punisher, che uscirà il 18 gennaio) ai flop, che poi veri flop non sono mai, di serie originali al di sotto delle aspettative degli abbonati, dieta di un catalogo che al pubblico sta sempre più largo, concorrenti sempre più astuti, e così via.

Un po’ di autobiografia. Sono incappato per la prima volta in A Series of Unfortunate Events una quindicina d’anni fa grazie all’omonimo film diretto da Brad Silberling e con protagonisti Jim Carrey, Jude Law, Meryl Streep, Timothy Spall e ed Emily Browning (la Laura Moon di American Gods). All’epoca lo trovai particolare, fin troppo. La mia impressione e la mia esperienza furono limiate, oggi lo so, dall’incompletezza dell’opera. Il film del 2004 contiene infatti i primi tre libri e li mescola tra loro, creando di fatto un pastiche che, per quanto curioso e affascinante, rimane solo una punta smussata dell’iceberg che è in realtà l’universo di Lemony Snicket, un mondo fiabesco, tetro e a tratti (qui lo scrivo qui lo nego) un po’ steampunk.

Come accade solo nel migliore dei casi, e sono assai pochi, l’adattamento seriale ha contribuito a gettare nuova luce sull’opera letteraria, adattandola a dir poco alla perfezione anche grazie al formato scelto. Tre stagioni per tredici libri, una medie di quattro libri per stagione, un paio di episodi a libro, una sfrenata avventura attraverso luoghi improbabili e incontri con personaggi ancora più incredibili, situazioni al limite del surreale ma sempre coi piedi ancorati per terra per quanto concerne la morale di fondo della storia.

Per dirla alla Lemony Snicket, al quale piace dare definizioni, per morale intendiamo spesso l’agire, il comportamento umano, considerati in rapporto all’idea che si ha del bene e del male o, come nel nostro caso, l’insegnamento che deriva da una favola, da una parabola o da un evento che si racconti. E il primo baluardo di questa morale, laddove per baluardo intendiamo difesa, riparo, protezione anche in senso figurato, è proprio la conoscenza, letteraria e non, e la difesa e la diffusione del significato che si cela dietro ciò che si dice e ciò che si ascolta. Non è un caso che in ogni luogo visitato, loro malgrado, da Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, si nasconde sempre una biblioteca, e che spesso l’aiuto fornito ai protagonisti, quando non tocca ai Volontari, viene proprio dai custodi di questi templi apparentemente perduti (pensiamo al Giudice Strauss, ma anche alla povera Olivia Caliban e al compianto Dewey, quest’ultimo, tra le altre cose, ispirato all’inventore dell’omonimo metodo archivistico).

A library is like an island in the middle of a vast sea of ignorance, particularly if the library is very tall and the surrounding area has been flooded.

– Lemony Snicket

Non di rado gli orfani Baudelaire si ritrovano a correggere gli strafalcioni grammaticali del Conte Olaf, ed è a dir poco esilarante vedere lo stesso villain correggersi a vicenda coi suoi tirapiedi, dando di volta in volta spazio a gag divertenti ma anche sconcertanti, grottesche ed efficaci nel loro intento di fare dell’ignoranza un mostro malevolo.

D’altra parte non è affatto raro che le biblioteche di A Series of Unfortunate Events, così come il loro custode di turno, vengano distrutte. Tutt’altro che casuale è anche la preponderanza del fuoco come elemento distruttore che, sulla falsa riga di un Fahrenheit 451 brucia tutto ciò che rappresenterebbe la salvezza per i tre fratelli e tutto quello che è in difesa della conoscenza.

Man mano che le stagioni passano per i protagonisti non sembra esserci fine al peggio. Sigla e narratore non fanno che ricordarcelo ad ogni episodio, non esiste un happy ending per i poveri Baudelaire, e la promessa, in fondo, viene mantenuta. Sta a ciascun spettatore determinare se ai suoi occhi si tratta o meno di un lieto fine o meno. La realtà dei fatti è che il finale di A Series of Unfortunate Events è un finale aperto e non poteva essere altrimenti.

Completa il menu la ricchezza di interpreti per lo più estrapolati dal mondo della commedia, dal pro(anta)gonista assoluto Neil Patrick Harris (Dr Horrible, How I Met Your Mother) a Joan Cusack (Runaway Bride, School of Rock), da Nathan Fillon (Firefly, Dr Horrible, Castle) a K. Todd Freeman (Mr Trick di Buffy – The Vampire Slayer!), passando per Max Greenfield (New Girl), e lo stesso Patrick Warbourton, che con la sua voce profonda e lo sguardo penetrante ci accompagna in questa serie di sfortunati eventi.

The Marvelous Mrs Maisel, la recensione della seconda stagione

Genere: Commedia, dramma (o ancora meglio, dramedy)

Prodotto da: Amazon, 2017 – oggi

Scritto e diretto da: Amy Sherman-Palladino

Interpretato da: Rachel Brosnahan, Alex Borstein, Michael Zegen

Anche quest’anno la signora Maisel ci ha augurato una buona notte e rimandato lo spettacolo al prossimo appuntamento con la serie televisiva vincitrice di quattro Emmy dei sei per i quali era stata candidata, inclusi i premi come miglior attrice protagonista e miglior attrice non protagonista per Rachel Brosnahan e Alex Borstein. Attente a quelle due, verrebbe da immaginarsi come sottotitolo per questa stagione in cui Midge (la signora Maisel) e Susie la fanno da padrona e il loro rapporto personale e professionale viene rigirato e declinato sotto più punti di vista. Non se ne ha mai a sufficienza, tuttavia, delle gag cui ci hanno abituati manager e comica, così come non se ne esce mai saturi dalla decina di episodi a stagione di una serie che, così come la prova cui sono sottoposti tutti i membri del cast a ogni scena, richiede d’esser recensita tutta d’un fiato.

Risulta quindi inutile soffermarsi a lungo sulla qualità produttiva di The Marvelous Mrs Maisel, serie che si conferma in questa seconda stagione un gioiellino curato nei minimi dettagli a livello scenico, costumistico, fotografico e soprattutto narrativo.

Al contrario, sugli autori vale la pena spendere qualche parola in più. Ogni battuta, ogni sfumatura, ogni strizzata d’occhio all’interno della serie grida Amy Sherman Palladino e marito, autori di spicco in un’epoca per la serialità televisiva dove è facile assuefarsi di fronte a prodotti di dubbia qualità e al tempo stesso non è possibile agli occhi dello spettatore contemporaneo non riconoscere quando si ha a che fare con un vero e proprio tesoro. Quando ci sono di mezzo i Palladino, in altre parole, non è facile per una serie passare inosservata, e certamente non è da tutti riuscirci. Chiedetelo a Woody Allen e al suo sfortunato debutto nel mondo della serialità televisiva con Crisis in Six Act (Amazon, 2017) che di crisi sembra parlare, sì, ma dell’autore stesso. Date altrimenti un’occhiata alle manovre di Netflix, vedi House of Cards (Netflix, 2013 – oggi) che alla qualità del proprio prodotto ha preferito salvarsi la faccia licenziando l’attore protagonista della  testa d’ariete con la piattaforma streaming ha cambiato per sempre il modo di produrre e consumare serie televisive. Oppure provate a mandar giù l’ultima stagione di American Horror Story: Apocalypse (FX, 2011 – oggi) di cui a breve farò un sunto su Lost In A FlashForward, e cercate di convincervi che questa volta Ryan Murphy non abbia toppato. (NdR. House of Cards e Crisis in Six Acts sono inoltre, tra le altre cose, entrambe serie in cui possiamo ritrovare Rachel Brosnahan in parti di rilievo e sempre diverse).

La serialità televisiva, come il cinema, è un’industria. Parla un linguaggio universale, quello del denaro, e nessuno, nemmeno il critico più sofisticato, potrebbe negare ciò o rivendicare il contrario. Per dirla alla Baudelaire, per il mercante anche l’onestà è una speculazione. Per girarla in favore della settima arte e derivati, come per l’appunto la serialità televisiva, anche l’investimento economico (quindi non la mera speculazione) può essere un mezzo per arrivare all’onestà/qualità del risultato finale.
In tal senso The Marvellous Mrs Maisel, dicevamo, è un gioiellino, un prodotto confezionato dove è davvero difficile cogliere difetti che vadano oltre al “non mi piace il genere”. Una volta che la sceneggiatura dei Palladino ti prende sei abbonato vita natural durante a essa. Così era per Gilmore Girls, compreso il discusso e discutibile revival, così sarà per la serie Amazon se la tendenza rimarrà la stessa di queste due stagioni in cui troviamo un plot articolato, personaggi cui è impossibile non appassionarsi – presunti antagonisti compresi – ebrei, alta moda e John Krasinski (Chuck, Jack Ryan). Una stagione promossa a pieni voti e a occhi chiusi, consigliata a tutti, anche ai più suscettibili.

Per tutti i curiosi e gli appassionati date un’occhiata alla fanpage italiana della serie!

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