SOTTO LE STELLE DEL CINEMA e IL CINEMA RITROVATO 2020 – Il grande schermo che esiste e resiste

Da ormai un mese a questa parte il “cinema più bello del mondo” è tornato ad accompagnare il pubblico di Piazza Maggiore a Bologna e non solo. In un 2020 in cui tutte le iniziative estive sono state indiscutibilmente a rischio, con Sotto le stelle del cinema la Cineteca di Bologna è infatti riuscita a rilanciare per questa sua XXVI edizione con addirittura non una, bensì due sale a cielo aperto. Il pubblico di Bologna ha potuto e potrà quindi scegliere tra il canonico crescentone del centro o il manto erboso del quartiere Barca (BarcArena) con vista suggestiva sul Santuario di San Luca.

Al termine di Sotto le stelle del cinema, dal 25 al 31 agosto torna anche il Cinema Ritrovato con la sua XXXIV edizione. Così come Sotto le stelle del cinema è partito in quarta con un ricco caleidoscopio di titoli immortali e imperdibili, dal “dirty” Ispettore Callaghan di Siegel alle Margheritine riot di  Věra Chytilová, passando per la Nico di Susanna Nicchiarelli al Buscetta di Bellocchio, anche il Ritrovato si espande e lo fa in un certo senso all’infinito, non solo nei cosiddetti luoghi del festival, che sono comunque più di una dozzina, bensì anche nella sua nuova versione streaming che coinvolgerà quindi, come già faceva sul campo, il pubblico di tutta Italia e di tutto il mondo, in totale sicurezza.

Basta e avanza come invito la continuità tra le 55 serate di Sotto le stelle del cinema e Ritrovato all’insegna del ricco cartellone dedicato ai centenari di Federico Fellini, Alberto Sordi ma anche Franca Valeri, che ci ha lasciato appena due giorni fa.

Come tutti gli anni, e questo vale tanto per il Cinema sotto le stelle quanto per l’imminente e atteso Ritrovato, arricchiscono non di poco la magia delle sale e delle arene le presentazioni dei film da parte di Gianluca Farinelli e dei suoi illustri ospiti. Abbiamo visto Lucarelli introdurre Eastwood, la stessa Nicchiarelli elogiare non a torto l’interpretazione di Trine Dyrholm e parlarci del suo prossimo film (Miss. Marx), ci siamo emozionati insieme a Beppe Caschetto mentre riceveva in dono il David per Il Traditore, che di statuette ne vinse ben 6, e abbiamo ascoltato anche Favino ringraziare Bologna seppur in remoto. Poi è stato come dovuto anche il momento di piangere, ci siamo fatti accompagnare dalla ‘stragedia’ di Nino Migliori nel ricordo delle vittime di Ustica e pochi giorni dopo era già il 2 agosto. Un’aria, quella del cinema più bello del mondo, come ogni anno gonfia di immagini e ricordi, quest’anno orfana dei numeri di spettatori cui è abituata ma comunque partecipatissima e piena.

Il cinema c’è, esiste e resiste. #cineresistenza

Scopri il programma completo del Festival!

10+1 Serie TV cancellate di cui avrei voluto il finale (e che forse vale comunque la pena recuperare)

Sono tante. Sono troppe?

Se si esclude il corrente rallentamento della produzione di film e serie TV dovuto all’emergenza in atto, da decenni a questa parte la filiera soprattutto televisiva (che televisiva non è) sembra in arrestabile. Allo stesso tempo è innegabile come ci siamo abituati, nel corso degli anni, a un fenomeno inversamente proporzionale: più alta è infatti la domanda, sempre meno palpabile sembra essere la qualità, sopratutto narrativa, dell’offerta. Ce lo insegna la stessa Hollywood: non tutte le ciambelle escono col buco e alcune soccombono semplicemente a quella che era, rimane e sarà sempre, anzitutto un’industria.

Se può sembrare esagerato parlare di qualità inferiore (per quanto la quality vision esiste e si vede) possiamo chiamarla mancanza di ingegno a favore di un costante impegno economico e produttivo. Lo abbiamo detto, l’interesse nel mondo della serialità televisiva contemporanea da parte degli investitori – e tra gli investitori includiamo il pubblico – è invariato se non addirittura aumentato. Ogni mese nascono nuove stagioni, titoli di cui non sapevamo di avere bisogno e personaggi creati addirittura su nostra misura (“guarda questo se hai guardato quello”).

Da sempre, e forse in crescendo, sono tante però anche le serie tv che non sopravvivono alla calca, non superano il debutto o vengono semplicemente stroncate sul nascere. Avremmo centinaia da inserire in elenco, ma ci limiteremo a elencare una selezione di dieci serie cancellate negli anni e di queste valuteremo se oggi varrebbe la pena recuperarne comunque il ricordo oppure no.

Avrete anche voi le vostre serie mancate, diteci se dobbiamo comunque dargli una chance!

Cominciamo?

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Focus on that. La quinta stagione di Better Call Saul abbatte definitivamente la quarta parete dello spin-off

Tensione, brividi e adrenalina. Better Call Saul non è mai stato così vicino alla serie madre e al tempo stesso così lontano.

Sono passate solo poche ore dalla conclusione della quinta stagione e mi rendo conto che non mi inchiodavo così di fronte a uno schermo nero dai tempi del mid season finale della quinta stagione di Breaking Bad.

Le chiacchiere stanno a zero: così tanta perfezione fa quasi male agli occhi. Reduce di un rewatch in corso, ho conferma che episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, regia e sceneggiatura sembrano potersi toccare con mano, gli attori migliorano a vista d’occhio come il buon vino e la firma autoriale scotta come la sabbia del deserto del New Mexico.

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Mai si era messo in discussione che uno spin-off fosse anche solo qualitativamente equiparabile all’opera di partenza. Il dibattito è diventato vasto come la teologia e anche Netflix, sempre sul pezzo, pubblica una formula per dare ragione a tutti nella discussione BCS<BB o BCS>BB.

Il fatto che conosciamo il destino di metà cast è ormai un fattore irrisorio. Quello che vedevamo come un cerchio prossimo a chiudersi si è rivelato un loop temporale ben confezionato, destinato ad avvicinarsi e al tempo stesso allontanarsi dalla sua origine e ad affermare tutto il contrario di tutto, mettendo in discussione le certezze più profonde, come i flashforward in apertura di ciascuna stagione. All’inizio di Better Call Saul eravamo sicuri di conoscere il destino di Jimmy McGill, ora non più.

Tutto è nuovamente in gioco, Kim Wexler, protagonista assoluta di questa quinta stagione, adesso come adesso è poco più che un Gatto di Schrödinger, c’è ma non ci sarà, o forse ci sarà e non lo sappiamo. “Kim è la chiave!”, esclamava l’anno scorso Aronofsky in commento alla quarta stagione. Come dargli torto?

Da mosca a formica è un attimo. La spasmodica cura per i dettagli nelle serie targate Gilligan e Gould non smette di stupire.

Personaggi prima inesistenti hanno conquistato il nostro cuore. Lalo Salamanca, il villan delle ultime due stagioni, oggi fa del cugino Tuco poco più che uno psicopatico da quattro soldi – e questo non fa comunque di Lalo una persona sana; Nacho da tre stagioni a questa parte si è guadagnato insieme a Kim un posto tra i personaggi cui non intendiamo rinunciare e per i quali tremiamo di terrore ad ogni episodio; Chuck risulta ancora più ingombrante adesso rispetto a quando era in vita, grazie al personaggio di Howard, veicolo dei fantasmi del passato di Jimmy.

Da quando è cominciato, Better Call Saul è stato un teatro dei doppi, registicamente e narrativamente parlando. L’ombra di Scivolone Jimmy si estende dal protagonista a tutto ciò che lo circonda in un continuo confronto etico e morale con gli altri personaggi, dal fratello Chuck al rivale Howard nelle prime stagioni, dalla donna che ama ai criminali del Cartello messicano nelle ultime. Emblematico il dipinto affisso alla parete nel primo ufficio di Jimmy alla Davis & Main, ma anche l’insistenza in scena di contrasti, riflessi e sdoppiamenti.

Poco importa che tra la quarta e quinta stagione Saul Goodman sia finalmente tra noi. Ai nostri occhi lui ormai è Jimmy, ha un passato, un presente e un futuro – non più così definito. Poco importa perfino di rivedere Hank (e questo è tutto un dire, ovviamente) al punto che saremmo quasi infastiditi da un cameo di Walter White, perché questa non è la sua storia.

Better Call Saul si colloca infine al confine tra uno spinoff e il capitolo di un’antologia, e al di là di alcuni personaggi l’unico legame con la serie madre resta la mano autoriale, la caratterizzazione a trecentossessanta gradi dei protagonisti, la maniacale cura per i dettagli (da mosca a formica è un attimo) e il ritmo aperto della narrazione. In questo Better Call Saul non è troppo differente da una stagione di True Detective.

Resta un mistero come possa esistere un gioiello come la serie oggetto di questa recensione e un discutibile film come El Camino. Un confronto tra i due, che qualora interessasse non escludo di fare, dimostrerebbe ulteriormente la differenza tra uno spin-off fine a se stesso, volto come la maggior parte degli adattamenti a piegare su se stesso un universo narrativo di cui spesso e volentieri si è già detto a sufficienza, e Better Call Saul.

CINERESISTENZA – Un bel film migliora la vita, anche in tempi di pandemia. 10 film da guardare per non smettere di sognare… e resistere.

Come forse è trapelato da un mio recente articolo, nei mesi scorsi ho recuperato un saggio del maestro Gian Piero Brunetta intitolato Il ruggito del leone. Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini. Il ruggito del leone è quello della MGM e il testo di Brunetta è uno sguardo sull’Italia ai tempi del regime, e di come la sala buia del cinematografo abbia rappresentato per gli italiani dell’epoca un fiorente mezzo di evasione dalle regole dittatoriali imposte dal fascismo.

Per motivi fortunatamente diversi e contrari (oggi non è un regime a tenerci in casa, ma un paese unito che intende superare insieme la difficoltà del momento) oggi come nel 1938 la fabbrica dei sogni si è momentaneamente interrotta e non ci resta che guardarci in faccia, restare lucidi e farci coraggio a vicenda. Cinema, teatri e musei sono off-limit, la gente è invitata a stare in casa e sui viali della mia città, che attraverso per andare a lavoro, la fauna ha cominciato a ripopolarsi in assenza dell’uomo (sembra un reboot di qualche film brutto tratto da bei romanzi, ma tant’è).

Dobbiamo resistere, e già un paio di volte nella storia abbiamo dimostrato che in questo possiamo essere parecchio bravi. Per questo motivo, come in tanti hanno già fatto, ho pensato di lanciare un’iniziativa per non smettere di cine filare pur restando segregati in casa.

Non sapendo quanto durerà il periodo di emergenza ne proporrò intanto una decina, come dieci sono i protagonisti del Decamerone di Boccaccio tanto abusato in questi giorni, e altrettanti vi invito a proporne in commento alla mia top10.

Augurandoci che tutto andrà per il meglio e che supereremo questo momento, il risultato della #cineresistenza dovrebbe essere una rete palinsestuale che ci terrà compagnia per molto più tempo di quello richiesto dall’emergenza in corso.

Vado quindi a elencare 10 film tra i tanti che hanno migliorato non solo la mia giornata, ma anche la mia vita.

Tutte le sinossi del film, meno l’ultimo, sono tratte da Il Morandini.

Cominciamo?

Uno per non piangere (ma un po’ piangi lo stesso)…

1. L’Appartamento (The Apartment, USA, Billy Wilder, 1960)

Baxter (Jack Lemmon), impiegato in una grande società di assicurazioni, fa carriera prestando il suo appartamento ai superiori in fregola di avventure extraconiugali. Ci va anche la ragazza dei suoi sogni (Shirley MacLaine).

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Un sequel, o forse un remake, o magari un reboot … di questi tempi nessuno si inventa più niente. Gli “albi neri” di Dylan Dog

La community bonelliana sta assistendo negli ultimi mesi a qualcosa di irreversibile, o forse no?

Lo stravolgimento dell’universo dylaniato a cura di Roberto Recchioni ha fatto storcere il naso a molti e rizzare i peli delle braccia ad altri, ha fatto gridare allo scempio una parte di lettori e accettare la meteora in faccia a quelli più curiosi e non meno fedeli.

Se c’è una certezza è che non ci sono certezze. Il pubblico di Dylan Dog è definitivamente diviso (ma e poi mai stato unito?) tra chi boccia la nuova alba nera del Dylan Dog rebootato di Recchioni e chi la difende a spada tratta senza sapere cosa ci aspetterà realmente.

Dall’albo numero 401 sembra di assistere a un universo sì dilanyato, ma dallo schiocco di dita di Thanos. All’appello non sembra mancare nessuno (eccetto Groucho, ingombrante anche nella sua assenza) ma qualcosa è evidentemente cambiato e non per forza in meglio o in peggio. Qualcosa è cambiato in superficie, c’è una barba in più, un legame padre-figlio sancito ora anche anagraficamente, nemici creduti dimenticati, un nuovo assistente e grandi amori. Di fatto non è cambiato nulla e, al contrario, sono stati accentuati gli aspetti che hanno reso celebre l’indagatore dell’incubo.

Non è cambiato infatti l’amore autoriale e viscerale dell’eroe per la cultura pop, per la musica, per il cinema horror (io avrei voluto vedere addirittura un Dylan appassionato di Serie TV), il suo incurabile politically correct e la spada tratta in difesa dei più deboli. In altre parole, potremmo dire che il mood di Dylan Dog è rimasto lo stesso, laddove non risulti addirittura più evidente di prima.

Un nuovo inizio che si prefigge di ridefinire i primi passi del personaggio (ne rispetto di quanto è stato, ovviamente) e di dare il via a nuove storie, fedeli nello spirito del character originale.

Roberto Recchioni, Il tramonto rosso, n.402

Inespugnabile e al tempo stesso cristallina, la linea autoriale rimarca l’idea che non si tornerà indietro. Questo non significa che non vedremo più Groucho e che Dylan Dog non si depilerà più il viso. Significa semplicemente che quello che leggiamo in questo momento è autentico, ufficiale, canon direbbero alcuni.

All’uscita del 402 non è ancora dato a sapersi se si tratta di “un sequel, o forse un remake, o magari un reboot […]”, certo è che la manovra ha permesso e permetterà a Dylan Dog e ai suoi lettori di aprirsi a nuovi orizzonti inesplorati. Orizzonti comunque sondati finora a suon di autocitazionismo stilistico e narrativo, scelta che sappiamo continuerà con il 403 e che verosimilmente caratterizzerà l’intero ciclo narrativo

Quella di questo “Anno uno”, di questo albi neri, è una scelta decisamente più coraggiosa di quella intrapresa dell’ultimo Star Wars, ma comunque insidiosa sotto più punti di vista e ancora fortemente enigmatica.

Esistono infinite realtà e infiniti mondi, alcuni molto simili, altri profondamente differenti…

Xabaras in Il tramonto rosso, n.402.

Sono molte le vite di Dylan Dog prima screditate, poi rivalutate, e infine rimaste nella storia della serie a fumetti. Sono molte le declinazioni commerciali in cui l’indagatore dell’incubo può ancora incorrerere, e altrettante sono le forme transmediali che lo accoglierebbero indubbiamente a braccia aperte.

“Alla scoperta di chi è questo nuovo Dylan e di come diventerà […]” non possiamo negare la bellezza delle pagine che teniamo in mano, “il cosa” di quello che leggiamo e “il come” dei moti dell’anima ritratti da Roi. Un numero è meglio dell’altro e il piacere della scoperta dell’orrore, della morte e dell’amore è finalmente vivo (sembra di sentirlo dall’al di là, Wilder esclamare “it’s alive!”).

Da The Mandalorian a The Witcher. La Valley of Plenty della serialità televisiva contemporanea

Non molto tempo prima capitava di leggere un libro o guardare un film e pensare “ci starebbe bene una serie tv”.

Quell’epoca, per quanto recente, può dirsi già finita. Mentre scrivo, infatti, tutto ciò che può essere declinato in serie viene preso in considerazione all’istante dai player del settore, le nuove (e vecchie) major e non ultimo dal pubblico di spettatori, i quali scommetterebbero anche un rene, tra timori e troppe aspettative, sul proprio cavallo vincente.

A differenza del passato, tuttavia, oggi la serialità televisiva contemporanea raccoglie il pubblico sotto un’unica campana: quella della nobilitazione cui il mezzo si è elevato a partire dal 2010, quando il confine tra la serialità e gli altri media, soprattutto il cinema, si era ormai assottigliato all’inverosimile aprendosi a orizzonti prima inimmaginabili.

Parliamo di inimmaginabile, ma ciò a cui assistiamo perlomeno sul piano distributivo è già accaduto in altre forme e in altri tempi, coinvolgendo mezzi diversi come lo stesso cinema. Dal primo dopoguerra, per esempio, l’Italia era soggetta a una vera e propria inondazione di film americani. Le major dell’epoca, la MGM al primo posto ma anche la Universal e la Fox (quando la volpe era ancora ben lontana dall’essere uccisa dal topolino) vedevano nel nostro paese un fiorente mercato dove instillare i sogni via pellicola, e d’altra parte il pubblico, visti i tempi bui che correvano con l’ascesa e il consolidarsi dal fascismo, risultò ben disposto a espandere la propria immaginazione al di là di qualsivoglia regime imposto. Fino al 1938, quando i rubinetti vennero chiusi definitivamente, la gente frequentava assiduamente il cinema e più del 70% dei film distribuiti era di produzione USA, tenuto conto che l’industria cinematografica nazionale era crollata con l’UCI pochi anni prima.

Oggi le percentuali sarebbero vagamente differenti, le serie tv di maggiore successo non vengono più soltanto da oltreoceano e diverso è il mondo dell’entertainment e chi ne usufruisce. Non è poi così incredibile affermare che oggi i sogni vengano fabbricati soprattutto in serie e su piccolo/i schermo/i.

Le potenzialità della nuova serialità non-più-solo-televisiva (sempre che la serialità sia mai stata esclusiva del mezzo televisivo, tenendo conto che le prime forme seriali erano prima letterarie e poi cinematografiche) ha quindi contribuito ha un interesse da parte di attori (Kevin Spacey), autori (David Finch, Martin Scorsese) ma anche soggetti (Bates Motel, 12 Monkeys, ecc.) e player (la stessa Netflix, da servizio a noleggio a protagonista del nuovo mercato, ma anche Amazon o non ultimo Disney+) nei confronti del piccolo schermo.

Sono gli anni in cui non solo ogni cosa può essere pensata come una serie TV, ma qualcuno, da qualche parte nel mondo, è già pronto a investirci.

Parliamo di prodotti high concept come Star Wars e quindi del nuovo successo di The Mandalorian. La galassia lontana lontana di George Lucas non è certo nuova alla narrazione seriale: non solo nasce come saga cinematografica suddivisa in episodi, bensì il franchise conta da sempre una fiorente pubblicazione di fumetti, videogiochi, giochi di ruolo e serie televisive animate cosiddette canon, che contribuiscono a unire i tasselli dell’universo narrativo proposto. In tal senso The Mandalorian è solo l’ultimo arrivato, ma l’interesse scaturito in una larga fetta di pubblico, lo stesso pubblico diviso dalla nuova trilogia sequel, è sicuramente un altro indice dell’alto livello narrativo (e ormai tecnico) del mezzo.

Le tre età della serialità televisiva contemporanea da me individuate in passato (serializzazione, sperimentazione, nobilitazione) vanno di pari passo con l’era dell’abbondanza della televisione e oltre, ovvero l’epoca attuale in cui di televisione non si può più parlare senza scomodare la questione transmediale.

È l’epoca in cui Amazon annuncia la serie di The Lord of the Rings e Netflix lancia The Witcher, anch’esso prodotto transmedia per eccellenza (prima romanzo, poi videogioco e dopo ancora gioco di ruolo, edito in Italia dai ragazzi di Need Games, gli stessi che hanno importato il GDR di LOTR Avventure nella Terra di Mezzo) e quindi atteso da una larga fetta di pubblico.

Proprio The Witcher viene in nostro soccorso per parlare della valle dell’abbondanza in cui navighiamo oggi, un prodotto che era nella nostra testa l’attimo prima che venisse annunciato. Nel giro di pochi mesi eccolo lì, il britannico Henry Cavill abbandonare il costume (e i baffi) dell’Uomo d’acciaio, icona statunitense per eccellenza, per vestire i panni di nientepopodimeno che Geralt di Rivia, l’eroe fantasy nato trent’anni prima dalla penna del polacco Andrzej Sapkowski e reso ulteriormente celebre a livello mondiale dalla serie di videogiochi RPG della CD Project RED.

The Witcher è innanzitutto un prodotto caratterizzato da una forte nazionalità. A partire dalla volontà dell’autore dei racconti e dei romanzi di basare le traduzioni estere sul testo originale e non sulla più accessibile versione inglese, sono polacchi anche la già citata casa di produzione di videogiochi e il film del 2001 Wiedźmin (per il pubblico internazionale The Hexer). Pur essendo un franchise che non aveva bisogno di troppe presentazioni, con l’adattamento Netflix The Witcher ha avuto sicuramente un eco maggiore e di respiro internazionale, nonostante il risultato finale abbia conquistato solo una parte della critica, seppur la più vasta.

Gli ascolti parlano da sé (a fine anno The Witcher era le serie on-demand più vista di sempre e si lasciava alle spalle anche un incredulo Baby Yoda) ma a settimane di distanza l’incanto sembra affievolito. Sapkowski stesso, che nel progetto della serie ha avuto solo un piccolo coinvolgimento, dà la sua benedizione all’adattamento ma con riserva. La sua critica sembra gravitare solo intorno all’idea di adattamento (una sorta di “eh ma non è come il primo, eh ma non è come l’originale”) e non al prodotto finale, che invece esalta e promuove senza remore. Per quanto riguarda la rete, invece, il pubblico si divide tra chi grida al capolavoro e chi non ne comprende a pieno il successo.

Il racconto temporale alternato, che inizialmente sembrava uno sguardo fresco e originale, ha perso il suo fascino nel momento in cui Netflix stessa ha pensato di doverlo palesare con uno schemino a prova di idioti, un colpo basso nei confronti di un’utenza che invece, in più occasioni e circa dagli anni Novanta, si è dimostrata non solo sveglia, bensì volenterosa di mettersi alla prova di fronte a prodotti intellettualmente stimolanti.

Per il resto The Witcher convince e riesce anche agli occhi di uno spettatore come il sottoscritto che non ha mai letto un romanzo o giocato un capitolo della saga videoludica. Da giocatore di ruolo e master quale sono, mi ha rimesso voglia di giocare a D&D o a qualche dungeon crawler e tanto basta. Ineccepibili poi le qualità tecniche e le performance di alcuni interpreti, Cavill non mi ha conquistato ma è rimasto credibile fino alla fine, l’ambientazione ha vita propria e ti coinvolge a tutto tondo, mostrandoti senza complimenti anche solo una parte dell’universo che rappresenta e che forse scopriremo (e riscopriremo) insieme.

Nella sua totalità resta sicuramente un interessante caso di serie televisiva nell’era in cui la serialità televisiva ha già fatto storia e deve solo riuscire a non ripiegarsi su se stessa.

Il finale di serie perfetto non esis… la recensione della terza e ultima stagione di Anne with an E

“Il finale di serie perfetto non esiste”. Le ultime parole famose.

La verità è che c’è una sottile differenza tra il desiderio che qualcosa non finisca mai e la possibilità che un racconto incline a durare per sempre finisca per forza male.

In questo senso Anne with an E riesce a sorprenderci ancora una volta, regalandoci un finale di stagione che tira in maniera credibilissima tutte le fila tessute fin qui, chiudendo con cura e rispetto per i dettagli e dei personaggi gran parte delle porte aperte, se non tutte.

L’adattamento televisivo Netflix delle avventure di Anne di Green Gables è propositivo, ottimista, speranzoso, ma non per questo irrispettoso della storia (vedi il destino della povera Ka’kwet) e delle storie dei suoi personaggi.

Sembra quasi di avere a che fare con una serie di Angela Kang, “la mia misericordia prevale sulla mia ira”. E qui prevale sul serio.

C’è posto per tutti nell’happy ending di Anne with an E. C’è posto per le seconde possibilità, l’amore e il rispetto verso gli altri e soprattutto verso se stessi, ma anche per il futuro, la vita (e la morte), la libertà di espressione e una costellazione di buoni propositi storicamente non propri della generazione dei personaggi rappresentati. Propositi che risultano tuttavia sempre verosimili in quanto veicolati e giustificati proprio dalla presenza di Anne, mosca bianca in un luogo incantevole ma schiavo dei suoi tempi e che con la sua allegria e la sua fantasia sembra capace di contagiare il mondo intero.

Anne with an E si conferma uno dei period drama più delicati e avvolgenti di sempre e anche stavolta, come per la prima e la seconda stagione, ho avuto bisogno di almeno un paio di episodi prima di ricalarmi nel mood giusto e riuscire a mandare giù l’ingente dose di zucchero, di magia e semplicità di cui la serie è intrisa, fino a diventarne completamente partecipe, dipendente e infine assuefatto.

In tutto questo stiamo parlando di una serie cancellata prematuramente. Scriveva a novembre Moira Walley-Beckett, ideatrice e showrunner della serie:

Anne with an E, co-prodotta tra Netflix e CBC, punta a ciò cui dovrebbero ambire tutti gli adattamenti: dire qualcosa in più rispetto all’opera di partenza. Sempre citando la Walley-Beckett: “There’s no sense in reinventing a classic novel if you’re not going to make it relevant for today’s audience”. Il valore aggiunto della serie all’opera originale è uno dei motivi che ha lasciato più basiti i suoi Kindred Spirits (‘spiriti affini’, come l’autrice chiama il fandom di Anne with an E)

A innumerevoli ashtags e campagne a sostegno del rinnovo della serie è seguito il contributo di Ryan Reynolds. L’attore, dopo avere finito di vedere la terza stagione, ha sentenziato con un tweet:”You guys might want to renew Anne with an E. Unless ‘final season’ is just a fun way of saying ‘halfway point”.

Netflix non sembra intenzionata a cambiare idea sul rinnovo, tuttavia il sostegno che si è creato attorno alla serie, vera e propria estensione oltre lo schermo dell’energia e del furore della nostra Anne, non passa certo inosservato e fa di queste tre stagioni un’esperienza degna d’essere riconosciuta e ricordata per l’incredibile cast, un’ambientazione da sogno e una storia che non nasconde quello che ha da dire, che sarebbe stato ancora tanto.

Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker it’s a trap. La recensione dell’ultimo film della saga

“I think approaching any creative process with [making fandoms happy] would be a mistake that would lead to probably the exact opposite result”

Rian Johnson, in “Indiewire”, 16 dic 2019

La saga è giunta al termine, ma la storia vivrà per sempre. E la storia, si sa, la scrivono i vincitori.

Nel caso di Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker ne esce come unico vincitore J.J Abrams, tornato in pompa magna dopo un esilio durato due anni e un capitolo, l’ottavo della saga, con il quale il sostituto Rian Johnson aveva vinto agli occhi della critica la scommessa della nuova trilogia.

Di fatto, The Rise of Skywalker è un film conservatore e come tale piacerà particolarmente a coloro che fino a questo momento non hanno avuto intenzione di mandare giù il groppone di questo nuovo arco narrativo.

The Rise of Skywalker it’s a trap. È l’ascesa del pubblico reazionario che come Palpatine si scopre avere tirato le fila dell’intera faccenda. Un film che riscrive in gran parte le innovazioni del precedente, annullando così l’impetuosità riformatrice e iconoclasta di The Last Jedi e abiurando quelle basi di progresso narrativo gettate da Johnson. Il risultato è inevitabilmente una trilogia scritta film per film, senza una storyline lineare premeditata. Un prodotto che mina la natura high concept di un universo complesso come quello di Star Wars, offrendo un guazzabuglio di nostalgia e precarietà di significato che il pubblico, ma anche i protagonisti della nuova trilogia, non meritavano.

“Scrivere qualcosa di creativo per accontentare i fan è un errore” afferma Rian Johnson, questo mese nelle sale con il suo nuovo film Knives Out. Assoggettare la qualità narrativa alla felicità del pubblico porta, spesso e volentieri, sempre parafrasando Johnson, al risultato opposto.

Proprio per questo mi trovo a blastare un film che ho tanto atteso e una trilogia che ho comunque amato e difeso a spada (laser) tratta fino a oggi. Io c’ero quando in pochi hanno retto la botta di The Force Awakens, sapevo che in fondo si trattava di un capitolo volto a riunire diverse generazioni di pubblico e che la vera scommessa sarebbe stata il film successivo. Pertanto gioii quando ebbi conferma che The Last Jedi poteva dirsi a tutti gli effetti un tassello aggiuntivo di una saga apparentemente piegata su se stessa, qualcosa che nessuno aveva mai detto prima e un’offerta di valori e idee coraggiose e inaspettate. Sempre per tutti questi motivi credevo seriamente nella prospettiva di The Rise of Skywalker.

Poi è arrivata la verità sulle origini di Rey, verità di cui non avevamo bisogno perché la risposta di The Last Jedi era più che sufficiente. Sono arrivate le continue finte di un film senza spina dorsale che getta in campo eventi fini a se stessi e privi di reali conseguenze sul destino dei protagonisti. Le poche lacrime vengono asciugate con una smentita nella scena seguente, le solide convinzioni smontate con risoluzioni spesso poco credibili se non del tutto sbagliate.

Un film scritto per i fan. Così Rose resta poco più che carta da parati, Luke sapeva tutto ed è stato zitto, i cavalieri di Ren ridotti a futile siparietto, risorse nemiche illimitate quanto inspiegabili, spariscono personaggi e vengono resettate intere situazioni, si torna alla semplice lotta tra Bene e Male e l’Ordine dei Jedi, tanto messo in discussione nel capitolo precedente, torna a trionfare senza margine di discussione; gli Skywalker, nonostante l’eroina della storia porti un altro cognome, ristabiliscono ancora una volta l’equilibrio nella Forza (e nella saga). Ma La storia, lo abbiamo detto, la scrivono i vincitori, e quindi poco importa se nella scena finale non c’è posto per i fantasmi di Anakin e Ben Solo, i lati della Forza rimangono nettamente distinti laddove si auspicava una gamma di grigi che avrebbero aperto le porte ad altrettante possibilità.

L’orizzonte si è fatto improvvisamente piatto, la galassia incredibilmente piccola. Un intero film poteva essere dedicato al recupero di credibilità e di energie da parte dei Ribelli, un gran finale avrebbe aperto a una Forza universale alla portata di tutti e non di un unico retaggio.

La stessa Rey si trova a fare i conti con un origine che poi decide di rinnegare in una scena finale dove, a ruoli invertiti, qualcosa si sarebbe potuto dire. Se a morire fosse stata lei e avessimo dunque visto Ben recarsi al posto suo su Tatooine per seppellire il passato, avremmo assistito all'”ascesa di uno Skywalker” ma anche al realizzarsi del sogno per un attimo condiviso dalle due controparti.

La spada laser gialla è il vero elemento che tradisce definitivamente la farsa, quello che sarebbe dovuto essere l’ennesimo colpo di scena a prova di un superamento del passato è invece un’ancora ben saldata a terra e inamovibile, uno stantio e didascalico ritorno alle origini che prevede un Lato positivo della Forza determinato da un élite conservatrice e dinastica, un po’ come il pubblico di Star Wars.

“Show yourself”, limiti e possibilità di Frozen 2 – Il segreto di Arendelle

Don’t you know there’s part of me that longs to go

Into the Unknow, Panic! at The Disco, Frozen 2

Quelle che nel 2013 erano teorie, sospetti e speranze, ora sono certezze confermate, se non dagli autori, i quali continuano a smentire intervista dopo intervista, dalla visione stessa del film.

Frozen 2 – Il segreto di Arendelle ripropone, a distanza di sei anni, la strizzata d’occhio rivolta a quella parte di fan particolarmente inclini all’analisi e alla lettura del racconto che colsero nel “nuovo classico” una velata sfumatura di apertura a tematiche queer.

A essere destata non fu solo l’attenzione degli amanti del genere d’animazione e dei sostenitori della lotta per i diritti civili. Se ne interessarono infatti anche accademici e ricercatori come Angel Daniel Matos, il quale nel 2014 sottolineava come uno dei meriti di Frozen fosse proprio la decostruzione della cosiddetta visione binaria, che costringe a vedere solo il bianco e il nero e a escludere, quindi, le svariate sfumature di grigio che troviamo nel mezzo.

“Queen Elsa is approached by some viewers as a queer or gay character, not only because she doesn’t engage in a romantic relationship in the film, but also because she is forced by her parents to suppress and hide the powers that she is born with.  […] “conceal, not feel.” I think it’s also worthy to point out that Elsa’s treatment is also eerily reminiscent of practices that take place during the process of gay conversion therapy, in which subjects are conditioned through meditative and repetitive processes to suppress certain urges and desires that occur naturally.

Seppure a una prima occhiata sembrino teorie un pelo forzate, non sarebbe il primo caso in cui i nuovi film d’animazione (per intenderci quelli dalla CGI in poi) celino incentivanti spunti di riflessione per un pubblico di tutte le età, nonostante il target centrale di riferimento rimanga quello infantile. Matos fa eco a The queer Art of Failure di Judith Halberstam, ricordando come “[…] revolutionary CGI animation movies depict a world where the “little guys” are able to overcome obstacles, and where they are able to revolt against the “business world of the father and the domestic sphere of the mother”.

Addio quindi al nascondimento della razza dei classici Disney, da Pocahontas a Mulan, che mettevano ancora più in risalto la bianchezza egemone della mano rappresentativa, e benvenuta nuova, seppur ancora poca coraggiosa, gamma di valori complessi, raffinati e soprattutto positivi, per il pubblico mainstream.

Quella che gli autori si ostinano a dipingere come ‘timidezza’ del personaggio risulta sempre più verosimilmente un timido (in questo caso davvero timido) slancio verso il futuro.

Rimane aperto il dibattito su quanto, di ciò che è stato detto sopra, sia effettivamente frutto dell’inconscio degli autori o, al contrario, della fantasia degli spettatori. Certo è che in Frozen 2 sembra tutto scritto a chiare lettere, a partire dai brani (Into the Unknow, Show Yourself, una vera e propria “coming-out ballad“) all’iconografia e ai simbolismi di Ahtohallan e della grotta entro cui Elsa deve inoltrarsi per riscopre se stessa, passando per la vulnerabilità e il senso di repressione di cui si sente prigioniera, fino alla misteriosa voce femminile in grado di mostrarle chi è veramente.

Non passa poi inosservata la carica di significato di una scena come quella in cui Elsa raggiunge la sua trasformazione definitiva e il nuovo abito riprende la funzione transitoria che gli spetta già nel primo film: “[…] she’s ready to step into a new, transformative role. Ultimately, this Elsa — unbound, powerful, and with her hair fully down — is the resolution she’s been waiting for across two films. If you’re looking for it, “Show Yourself” absolutely reads like a coming-out anthem, especially if you consider “Let It Go” as the queer awakening where she embraces her identity, and “Into the Unknown” as Elsa weighing the risks and benefits of coming out. It’s all just about as gay as pure subtext gets”.

La ricerca da parte di Elsa, cominciata al grido di Let it go, è terminata con Frozen 2 – Il segreto di Arendelle (che poi è il segreto di Elsa), laddove le nuove possibilità cui la Disney ha aperto le porte incontrano anche i limiti di cui non sembrano riuscire a liberarsi. Non appena Elsa accetta finalmente sé stessa, ecco che viene subito spodestata da una figura archetipicamente più classica (leggi più accettabile) come Anna, ed ecco che Elsa viene relegata insieme alle altre “minoranze” di turno ai confini del Regno. Un punto a sfavore per quella che sarebbe stata a tutti gli effetti una vera e propria rivoluzione cui la Disney avrebbe potuto ambire senza timore e con maggiore padronanza delle proprie responsabilità.

Per concludere, quella di Elsa non è certo l’unica transizione su cui il film si concentra. Frozen 2 è innanzitutto un film di crescita personale e scoperta di sé stessi sì individuale, ma anche collettiva. Arendelle scende a patti con i fantasmi del proprio passato e Olaf, ormai essere senziente a padrone del proprio destino, gioca un ruolo decisamente più rilevante rispetto al primo film.

Fonti di approfondimento:

CONCEAL, DON’T FEEL: A QUEER READING OF DISNEY’S [FROZEN], A. D. Matos, 2014

Why Elsa from Frozen is a queer icon — and why Disney won’t embrace that idea, 2019

La settimana del mio compleanno. 7 film visti o ri-visti in occasione di una tradizione poco convenzionale

Chi dice che il compleanno si debba festeggiare un giorno solo? Oltre all’ufficio anagrafe, intendo.

È il caso mio e della mia ragazza che da qualche anno a questa parte, al fine di tormentare l’altro o condividere piccoli piaceri della vita, dedichiamo reciprocamente un’intera settimana al festeggiato di turno, il quale ha l’onore e l’onere di scegliere 7 cose da far vedere su piccolo schermo alla propria anima gemella. Inutile dire che questa tradizione veste bene anche su una compagnia di amici, coinquilini e animali domestici.

7 giorni ,dunque, per condividere la visione in maniera indiscriminata, una libertà meno semplice da sfruttare e gestire di quello che si pensi. Un esempio su tutti: l’anno scorso propinai quattro episodi di Breaking Bad prima di accettare che non tutti possono amarlo come lo abbiamo amato io e molti altri. .

Più passa il tempo, più capisci che un’occasione simile è da sfruttare al meglio. Notare bene: ‘obbligare’ l’altro a vedere quello che vuoi non dev’essere una punizione, bensì un momento di condivisione e suggerimento per la visione temporaneamente unidirezionale e comunque reciproco (prima o poi compirà gli anni anche l’altro, no?).

Di seguito vado quindi a elencare la bizzarra sequela di titoli che ho scelto di ri-vedere, sperimentare e recuperare nella prima settimana di novembre.

Mad Max – Fury Road (G. Miller, 2015)

La prima volta che vidi questo film fu grazie a un blu-ray prestatomi da un amico. Questa volta sono andato a ripescarlo direttamente dal catalogo Netflix e comunque posso dirmi orfano dell’esperienza più completa per godere a pieno di Mad Max – Fury Road: il grande schermo e una sala buia. Anche in televisione, tuttavia, risulta innegabile l’efficacia visiva e spettacolare del film, un’opera di un’esplosività fotografica non richiesta e per questo inaspettata. Il racconto non osa, al contrario di tutto l’apparato circostante che invece osa eccome e riesce nell’impresa.

Donnie Darko (R. Kelly, 2001)

Non credo esistano film che possa dire di non avere capito, eccetto Donnie Darko. Proprio per questo motivo la presi fin da subito come una sfida personale: sarei dovuto arrivare a capire ciò che questo film intendeva dirmi. Perché qualcosa mi stava dicendo, lo percepivo e ne godevo a tal punto da volerne ancora. Con sommo piacere posso affermare che diciannove anni dopo l’uscita del film, e alla nona visione dello stesso, ho finalmente cominciato a scalfirne la scorza, riuscendo a intuire qualcosa in più di quello che negli anni è diventato un vero e proprio cult fatto di teorie su teorie, risposte sempre diverse l’una dall’altra. Con ogni probabilità anche chi legge ha la propria verità in tasca che sarà comunque, inspiegabilmente, diversa dalla mia.

Smetto quando voglio – la trilogia (S. Sibilia, 2014-2017)

Guai a trascurare troppo il cinema nostrano. Personalmente amo un’epoca della cinematografia italiana che non esiste più, tuttavia riscopro molti film di oggi decisamente sottovalutati. Tra questi inserisco la trilogia scritta e diretta da Sydney Sibilia Smetto quando voglio, con Edoardo Leo e Stefano Fresi (i Timon e Pumba del nuovo Lion King). Smetto quando voglio è una commedia italiana d’esordio e di sostanza, divertente, sveglia, qualitativamente non dissimile da cugini oltreoceanici alla The Hangover, ma decisamente più critica e attuale. L’alchimia della messa in scena funziona, a partire dalla fotografia bruciata alla quale si fatica inizialmente ad abituarsi, ma che diventa presto un tratto distintivo, passando per un plot semplice ma avvincente e per nulla scontato.

Hannibal (R. Scott, 2001)

Dopo essermi nuovamente innamorato di Silence of the Lamb sotto le stelle del cinema, non potevo certo privarmi di un rewatch del secondo capitolo della saga. Tutto questo per scoprire, a distanza di anni, come sia invecchiato decisamente peggio rispetto al primo film. Che dir si voglia, gli americani proprio non ce la fanno a rappresentare l’Italia senza incappare in stereotipi non tanto discriminatori nei confronti di noi italiani, bensì del racconto stesso, che a un occhio più esigente, quindi, diventa subito meno credibile. Hannibal resta comunque un filmone, Hopkins decisamente eterno e la Moore sopravvissuta alla difficile sfida cui l’abbandono della nave da parte di Jodie Foster l’ha sottoposta e ha sottoposto il successo, comunque indiscutibile, del film.

In guerra per amore (Pif, 2016)

E alla fine ce l’ho fatta. A distanza di tre anni dall’uscita nelle sale, le nostre strade si sono finalmente incrociate. Ne è valsa la pena? Il fatto che in un mese lo abbia già visto due volte è già una risposta. In guerra per amore, secondo film firmato Pif dopo un altro gioiellino quale è La mafia uccide solo in estate, è uno spaccato del nostro paese verso la fine della guerra, che si mescola alle storie che mio padre mi raccontava da bambino sulla liberazione americana della nostra penisola. L’italo-americano Arturo (Pif) si arruola nell’esercito USA per sbarcare in Sicilia e chiedere al padre di Flora (Miriam Leone) promessa dallo zio al figlio del braccio destro di Lucky Luciano, la mano della figlia. Presto il riso lascia spazio a lacrime amare e al tempo di riflessione sul vero oggetto del film: la rinascita della Mafia in Italia.

Come risultato dalla Settimana del compleanno escono delle vere e proprie bizzarrie, ma si riscoprono anche perle lasciate, per un motivo o per un altro, trascurate o inascoltate. Questa è una tradizione da divano, ciò non toglie che se un film che è nato per le sale si riesce a vedere al cinema è sempre una buona cosa (vedi il caso Mad Max) e viceversa, se un prodotto nasce per un determinato medium ben venga l’accettazione e l’eventuale traslazione (qualcuno ha detto The Irishman?).

E voi? Come comporreste la vostra Settimana del compleanno?

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