Troppa Grazia, la recensione del film di Gianni Zanasi con Alba Rohrwacher

Regia: Gianni Zanasi

Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Michele Pellegrini, Giacomo Ciarrapico, Federica Pontremoli

Produzione: Rai, Pupkin Production, IBC Movie

A detta dello stesso autore, e malgrado quanto fatto trapelare dal titolo, Troppa grazia non non è un film che parla di religione. Lo si potrà intuire, prestando nemmeno troppa attenzione, a partire dalla presenza non poi così predominante della Madonna interpretata dall’attrice israeliana Hadas Yaron. Siamo quindi lontani dalle “magnifiche presenze” che infestavano l’appartamento romano di Pietro (Elio Germano) nell’omonimo film di Ferzan Özpetek, o dalla Marilyn Monroe di Pieraccioni del 2009. Nel caso di Troppa grazia non è il passato o mondi altri a essere rievocati e chiamati in causa, bensì l’infanzia della protagonista e l’appello al ritorno collettivo a credere in se stessi, ad avere fede nella semplicità delle cose e nella ricerca di una felicità che, Gianni Zanasi lo sa bene, può apparire alle volte un sistema complesso (G. Zanasi, La felicità è un sistema complesso, 2015).

 

Alba Rohrwacher è Lucia, geometra precaria e mamma single, o meglio in piena rottura con il personaggio interpretato da Germano, Arturo, e ,come ogni madre, in precaria rottura anche con la figlia Rosa, della quale veste i panni la giovane Rosa Vannucci alla sua prima performance sul grande schermo. Durante un sopralluogo nelle presepiali campagne viterbesi appare al fianco di Lucia una donna che la protagonista inizialmente scambia per una profuga in cerca di cibo o soldi, magra, dall’accento straniero e con un “coso blu” sulla testa. Se la seconda volta la Madonna si presenta, con una spontaneità disarmante, come la madre di Dio, la terza comparsa sfocia nella violazione di domicilio, quando l’ospite immaginario si materializza nella cucina di Lucia ordinandole di fermare gli uomini (intende l’amico Paolo, Giuseppe Battiston, e l’architetto Guido) e di erigere una chiesa nei terreni dove stanno per essere costruite le fondamenta di un centro commerciale, le stesse terre dove Lucia è cresciuta e che entrano in scena fin dai primi secondi di film. Quel paesaggio che in Troppa grazia è un personaggio come gli altri, un amico d’infanzia nei cui occhi è tanto facile perdersi quanto ritrovarsi, come quelli delle persone che fanno parte della vita della protagonista, dalla stessa Rosa ad Arturo, passando per il collega Fabio e soprattutto per l’amica Claudia (Carlotta Natoli), la quale non ci pensa due volte a prenotare alla donna una seduta da uno specialista, ma che è al tempo stesso la prima a prestarle soccorso.

 

Fin dallo scambio di battute iniziale tra la madre di Dio e Lucia, la strada che il film rischia di prendere è inesorabilmente quella della commedia degli equivoci, un flavour già sondato (a sufficienza?) nel cinema italiano di genere. Minaccia che viene invece sventata in poco tempo dalla profonda caratterizzazione di tutti i personaggi, principali e non, e da una complessità narrativa e registica di un interesse culturale riconosciuto anche istituzionalmente (ricordiamo che il film ha vinto il premio degli esercenti europei al Quinzaine des réalisateurs). Pensiamo alla filosofia decadente di Paolo, ai complessi adolescenziali di Rosa o all’insistenza e alla devozione contraddittoria di Arturo, che non sopporta il fatto che Lucia riesca ad andare d’accordo con tutti, anche con la Madonna, ma con lui no. Basti guardare lo studio dell’immagine, la fotografia di una natura che in parte parla da sola, come Lucia, e che sospende il tempo a tal punto che sul finale ci chiediamo dove andranno a parare o se da spettatori verremo sorpresi alla Fellini da qualche festicciola in onore della luna (d’altronde Elio Germano pochi anni fa interpretò Giacomo Leopardi).

 

Non ci sarebbe nemmeno bisogno, infine, di sottolineare il doppio tra Lucia e la Madonna, entrambe ragazze madre, entrambe madri di figlie senza un padre, forse unico riferimento inequivocabilmente religioso che troviamo all’interno del film. Ma, lo abbiamo detto, Troppa grazia non parla di annunciazioni divine, il percorso di Lucia è quello di una donna che ha soffocato se stessa troppo a lungo e che scende a patti con la figura di due madri, la sua, che non c’è più, e quella che le serve per ritrovare un’infanzia perduta che ora bussa alla sua porta “[…] giustamente molto arrabbiata” (il virgolettato è preso dalle note del regista). E allora la Madonna l’aiuta a superare determinate prove che non crede di riuscire ad affrontare da sola, quella di “fermare gli uomini”, di parcheggiare l’auto, e per spronarla arriva a farci a botte, letteralmente.

 

In sintesi, Troppa grazia non stroppia. L’ultimo film di Gianni Zanasi resta in piedi dall’inizio alla fine, complice un Alba Rohrwalcher che si conferma e tiene botta anche a scene in cui si cerca di colmare l’introspezione della protagonista con primi piani e piani sequenza muti, ma mai accessori. La chiesa di Lucia è infine ciò che tutte le persone dovrebbero costruire nei luoghi del loro cuore, della loro infanzia, impedendo all’artificio, ai falsi dei e “agli uomini” di corromperle, com’è invece il caso del padre della protagonista, che da cinquanta persone ai piedi del palco è passato a cinquantaseimila amici su Facebook, o ancora una volta di Paolo, secondo il quale al fine di non sporcarci le mani non dovremmo far altro che stare seduti e morire.

Ognuno di noi dovrebbe cercare la propria chiesa e salvarla. Questo sembra quello che scopre Lucia sul finale stringendo per mano la figlia e addentrandosi in seno a un accettato equilibrio anche materno. Un equilibrio che fa sì che non ci sia bisogno di conoscere il destino di Lucia o le conseguenze del gesto di Arturo e Fabio, dettato una fede smisurata per la donna, dall’amore o da semplice follia . Come solo i film ben riusciti sanno fare, tutto ciò che è stato messo in scena basta a ricevere qualcosa, ad aprirsi a un messaggio, fosse anche dettato da un po’ di grazia.

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