Sotto le stelle del cinema – Neutrali come i gatti. La recensione di ROMA di Fellini

Regia: Federico Fellini

Sceneggiatura: F. Fellini, Bernardino Zapponi

Produzione: Turi Basile per Ultra Film, Les Productions Artistes Associés.

Più di dieci anni dopo La dolce vita (quindici dopo Le notti di Cabiria) Federico Fellini torna a ritrarre le viscere della Città Eterna.

Dieci anni sono sufficienti a cambiare una città, i costumi e le facce di chi l’abita. Com’è cambiata la Roma di Fellini?

Ce lo mostra nel del 1972 con ROMA, presentato questo mese in versione restaurata in una piazza come quella di Bologna che ben si presta al ritratto di una comunità cittadina e alle sue maschere, dal clochard che si incanta come un bambino davanti al film di Buster Keaton alle teste che si sporgono dal sottotetto di San Petronio, passando per le comitive che si portano le sedie pieghevoli da casa alla signora che da sola di posti ne occupa ben cinque.

La città protagonista del film. Questa è la prima grande differenza con La dolce vita, laddove il protagonista indiscusso era il reporter Marcello e la variegata schiera di coadiuvanti incontrati lungo il suo cammino di cui era facile distinguere le scene, i capitoli o gli episodi preferiti, che fosse il bagno nella Fontana di Trevi piuttosto piuttosto che la decadente festicciola di nobili in villa.

Come confermato dal regista Gianni Amelio, presente in piazza per introdurre con due battute il film, con ROMA Fellini ha raggiunto forse il suo intento massimo, quello cioè di violare il sistema tradizionale del racconto per consentire alla propria immaginazione di esondare. Viene effettivamente difficile individuare nella pellicola un protagonista principale che non sia la città stessa. Gli episodi apparentemente sconnessi tra loro, il racconto decisamente non lineare, la mancanza per l’appunto di un eroe che tiri le fila di tutto, o addirittura il confine temporale confuso tra presente e passato (esemplare per quest’ultimo caso la scena del cabaret prima dell’allarme bombardamento).

Raccontare il viaggio mentre lo si fa. Lo scopo massimo dell’autore, la cui presenza nel film si riduce a una manciata di scene e al tempo stesso permane per tutta la durata, pare qui finalmente raggiunto.

Goffredo Fofi descrive Fellini, al pari di Kubrick, come l’ultimo mago alla Meliés. La meraviglia innescata dalle messe in scena dei suoi film raggiunge con ROMA un nuovo culmine, seppur alternata a un’altra meraviglia, quella cioè “[…] che nasce da un’esperienza diretta, in ROMA più forte di quella immaginata, dilatata”. La vera essenza della città traspare dal ritratto delle persone che ne abitano le borgate, compresa Anna Magnani, il cui cameo è il valore aggiunto che non sapevi di volere.

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