“This is just the beginning”. La recensione di DUNE da chi e per chi non ne sapeva nulla prima di entrare in sala.

Prima di domenica scorsa non avevo mai letto, visto o giocato nulla che fosse tratto dal ciclo di romanzi di Frank Herbert. A quanto pare è solo in parte colpa mia, dal momento in cui pare che per qualche motivo il titolo abbia da sempre sofferto di un curioso destino.

Il primo libro del 1965 fu un successo indiscusso. Dune rappresentò infatti da subito uno spartiacque per il genere di riferimento e funse da progenitore di un intero immaginario senza il quale, verosimilmente, universi e galassie narrative altrettanto memorabili (una su tutte Star Wars, su stessa ammissione di George Lucas) non sarebbero nemmeno esistite.

È altrettanto accreditato, al tempo stesso, come il franchise sia incredibilmente riuscito a non imporsi attraverso i decenni nonostante i numerosi tentativi di adattamento. Si mormora che il più convinto dei fan di Dune sarebbe il primo ad ammettere che nessuna produzione sia mai riuscita a rendere giustizia alla grandezza, alle sfumature e alle suggestioni dell’opera originale, pur avendo amato il contributo iconografico e visionario di chi ci abbia provato.

Parliamo in ordine di sequel letterari più o meno canonici (i più importanti sono del figlio dello stesso Herbert) di una miniserie televisiva, di una serie di videogiochi (di cui Dune II: Battle for Arakkis pare essere stato il più riuscito) e di due ambiziosi progetti cinematografici che avrebbero fatto la storia, se non fosse che uno non è mai esistito e l’altro è stato uno straordinario esperimento non riuscito.

Il film mai esistito è quello di Alejandro Jodorowsky del 1968, di cui proprio questo mese alcune sale stanno riproponendo il documentario del 2014 (Jodorowsky’s Dune, di Frank Pavich) dedicato a quell’impresa mai avvenuta del regista cileno ma che, si dice, avrebbe determinato una svolta epocale nel ciclo di adattamenti del romanzo. Il progetto del Dune di Jodorowsky prevedeva un budget di base di 15 milioni di dollari, ore e ore di pellicola, Salvador Dalì nei panni dell’Imperatore, Orson Wells nei panni del Barone, i Pink Floyd alla colonna sonora. La vera e propria venuta di un “[…] dio artistico e cinematografico” di cui sopravvivono soltanto le testimonianze e gli incredibili storyboard di Moebius.

L’esperimento non riuscito è stato quello di David Lynch nel 1984, per quanto parlare in questi termini sia forse esagerato. Il Dune di Lynch è stato a tutti gli effetti un kolossal cinematografico che ha provato a riassumere in 137 minuti tutto il primo romanzo. Un’ingenuità giustificata dalle poche conoscenze da parte del regista dell’universo narrativo con cui si trovava a che fare, ma accusata da un fandom che ancora una volta si trovò almeno in parte privato dell’esperienza visiva completa e fedele dell’opera amata.

Peculiarità principale di questo andirivieni della produzione legata al franchise di Dune è il fatto che quasi tutti gli adattamenti hanno bene o male contribuito a mantenere l’alone cult che lo contraddistingue. Di tutte le trasposizioni, lo abbiamo detto, sembra tuttavia che quelle cinematografiche siano state e sono tutt’oggi le più difficili da partorire. Francesco Gerardi per RivistaStudio parla di film impossibile, “[…] dal pasticcio di Lynch al delirio di Jodorowsky, nell’attesa di poter giudicare il tentativo di Villeneuve”.

In questo panorama di aspettative, disincanto e incertezze per chi conosce Dune e di nulla cosmico per chi come me non ci aveva mai avuto a che fare (a malapena sapevo pronunciarlo) sono andato a vedere con la mia ragazza il film, o per l’appunto il “tentativo”, del regista canadese.

Destino vuole che anche di Denis Villeneuve non avessi mai visto nulla, nonostante nella sua filmografia si annoverino titoli recenti di forte risonanza come Bladerunner 2049 (2017) e Arrival (2016). Conoscevo però la penna di Eric Roth (Forrest Gump, A Star is Born) e Jon Spaihts (Prometheus, Passengers) alla sceneggiatura, così come ero preparato psicologicamente a essere martellato e travolto dalla potenza di Hans Zimmer (Pirates of the Caribbean, Interstellar, Batman v Superman, No Time to Die) alla colonna sonora.

Ad oggi non so se avere ignorato tutti di Dune mi abbia giovato davvero, ma certo non mi ha tolto nulla, anzi. Il mio timore più grande era quello di dover stare al passo con un intero universo narrativo che avrebbe avuto appena due ore e mezza di film per accogliermi. Due ore e mezza: un’eternità per alcuni, pochissimo tempo per altri per cogliere gli stimoli e le suggestioni utili per appassionarsi e lasciarsi coinvolgere e sconvolgere da un racconto totalmente estraneo.

In Dune l’estraneo si mescola al familiare. Lo abbiamo visto, se ti sei perso Dune è impossibile che tu non abbia incontrato almeno uno dei suoi figli. Il lascito di Herbert è sottile e a volte dispersivo negli anni, ma anche un granello di sabbia è piccolo: ciononostante il potere del deserto è grande (blink blink).

Da un film su Dune, anche se non sai cosa Dune sia, ti aspetti sicuramente una cosa: imponenza. L’hype generale si taglia col coltello, la sala cinematografica è piena alle 15.30 di domenica pomeriggio, la proiezione scelta è in lingua originale. Tutti i pianeti sembravano allineati per accogliere a braccia aperte questa nuova impresa che altrettanti avventori davano per spacciata in partenza.

Dal momento in cui atterri nella verdeggiante e piovigginosa Caladan scopri però che l’approccio di Villeneuve ai nuovi arrivati come te è tutt’altro che troneggiante. Impari a conoscere Paul e Jessica, l’ordine delle Bene Gesserit, il ruolo della famiglia nell’impero e i tranelli riservatogli dell’Imperatore stesso, questa figura di fumo che chissà che faccia avrà (ma non riesci a non pensare che sarebbe dovuto essere Dalì) in combutta con il temibile Barone (nulla da togliere a un trasformato Stellan Skarsgård ma dio mio, come ci sarebbe stato bene Wells!) e soprattutto lui, quello che non ci impieghi molto a capire essere il principale protagonista del film: il pianeta Arrakis.

Dice bene Roy Menarini quando parla del Dune di Villeneuve come di un possibile “blockbuster d’autore“, laddove per blockbuster possiamo intendere un prodotto che non resta nella sua torre d’avorio, nel suo quartiere o pubblico di riferimento, ma che attraversa i mondi per arrivare a tutti e ovunque, quindi in termini di copertura di spettatori e non di biglietti strappati (nell’unico modo cioè con cui vengono intesi i blockbuster oggi). Non ci troviamo di fronte a una produzione visionaria, ma al contrario estremamente visiva, controllata, potente e per questo manifestazione ipotetica del film d’autore con mezzi hollywoodiani che una fetta di pubblico e critici si auspicavano da decenni.

Un personale esempio, per quanto poco scientifico, della buona riuscita di questo film è il fatto che sia piaciuto alla mia ragazza, la stessa persona che storceva il naso all’idea di andarsi a vedere quasi tre ore “sabbia e vermi giganti”.

Dune di Villeneuve sembra alzare una mano e dirti “c’è tempo, lascia che ti spieghi”.

E via che sei su Arrakis. Non è più sabbia e vermi giganti, ma la costruzione di un mondo credibile e per nulla monotono. Siamo invitati a esplorare, prima ancora che il deserto e le tecnologie a disposizione, il peso di una dinastia che apprende da subito d’essere stata instradata verso l’estinzione. Il giovane protagonista interpretato dall’altrettanto giovane Timothée Chalamet (forse staffetta tra vecchio e nuovo pubblico) è già con un piede nel mondo straordinario, possiede una sua visione delle cose e ha sufficienti informazioni su ciò che lo circonda per avere, ancora prima di esserci presentato, una propria opinione e un suo ruolo attivo negli eventi. Paul Atreides non è il personaggio che si lascia scivolare addosso ciò che gli accade, appena si trova a prendere una decisione non sceglie di scappare o lasciare che altri decidano al posto suo, assorbe come una spugna da chiunque gli sia intorno, dalla propria famiglia, dagli alleati, persino dai nemici o da perfetti sconosciuti.

Paul gli sconosciuti li sogna la notte. Ha sicuramente coadiuvanti di spessore (la Jessica di Rebecca Ferguson è qualcosa di assurdo in senso buono) ma se c’è qualcosa da cui si lascia trasportare è proprio questo richiamo che fa sì che a una prima occhiata chiunque lo incontri sembra riconoscerlo. Ma riconoscere chi? Chi è davvero Paul Atreides?

“C’è tempo, lascia che ti spieghi”, ed è proprio la dimensione introspettiva del protagonista a essere forse l’ingrediente che più di tutti ha compromesso in passato l’adattabilità dell’opera di partenza. Non è certo facile trasporre in immagini in movimento quelli che sono interi capitoli di pensiero interiore dei personaggi, eppure a questo giro, e quantomeno agli occhi di un neofita, qualcosa sembra avere funzionato. Vuoi perché è il momento giusto per rappresentare temi incredibilmente attuali e che erano propri del romanzo originale (dalla ecosostenibilità all’imperialismo, dal capitalismo alla lotta per le materie prime), vuoi perché Denis Villeneuve dirige il tutto in maniera maniacale e per questo leggibile e fruibile, ma qualcosa ha funzionato.

Ciliegina sulla torta finale, sorpresa nella sorpresa, arriva lui, forse l’unico personaggio di Dune che conoscevi senza conoscere Dune: Shai-Hulud, che dall’arabo starebbe a significare “cosa eterna”, un nome scritto nel firmamento del perché effettivamente è l’elemento più ricordato dell’iconografia consolidatosi negli anni.

Ma di Shai-Hulud, il vermone delle sabbie tanto temuto da chi tanto temeva d’essere annoiato dalla visione di Dune, sapevi molto meno di quel che credevi. Eri infatti convinto si limitasse a un’iconica boss fight finale o a un bestione di passaggio lì, in lontananza, sull’orlo dell’orizzonte desertico. Invece scopri che Shai-Hulud non è meno protagonista di Paul Atreides, così come i Fremen, i nativi di Arrakis, celano evidentemente ben altro che una semplice scintilla di resistenza nei confronti degli invasori.

Hai tante domande e saresti rimasto in sala altre due ore e mezza pur di averle ora e subito come l’entertainment contemporaneo ti ha abituato. Invece il film termina la sua spiegazione preliminare del mondo (fixed: dei mondi) di Dune con una promessa: questo è solo l’inizio.

Gli effetti stupefacenti della visione continuano anche una volta usciti dalla sala: io e la mia ragazza arriviamo a casa che non abbiamo voglia di spoilerarci gli eventi futuri su wikipedia o nei gruppi e nella pagine di settore. Siamo disposti ad aspettare come il pubblico era costretto a fare fino a pochi anni fa. Non credo si tratti di nostalgia, o di resistenza all’era dell’abbondanza e della saturazione agli stimoli indotti dall’incessante offerta di contenuti, bensì uno slancio positivo verso un cinema che ha sì sofferto questi due anni di pandemia ma che evidentemente, Dune ne è la conferma che cercavamo e speravamo, ha ancora tantissimo da dire e da dare.

3 risposte a "“This is just the beginning”. La recensione di DUNE da chi e per chi non ne sapeva nulla prima di entrare in sala."

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  1. Sono contento che anche a un neofita il film sia piaciuto molto, perché alla fine era proprio questo il rischio: che chi non avesse mai sentito parlare di Dune non degnasse il film di uno sguardo o non riuscisse ad apprezzarlo condannandolo a un flop dal quale i soli fan del romanzo non sarebbero stati in grado di salvarlo. Anche se condivido la tua riflessione finale sul volersi spoilerare il prosieguo della storia mi sento di consigliarti di leggere il libro, visto che il film ti è piaciuto, non solo per sapere come va avanti la trama ma per colmare tutti i buchi che inevitabilmente il film ha lasciato – e che sinceramente non so come faranno.a riempire in un’ipotetica seconda parte che mi augurio davvero facciano.

    Sono d’accordo con la considerazione sul Blockbuster d’autore, e Villeneuve sembra proprio la persona giusta per riempire questo buco a Hollywood, visto che anche i suoi film precedenti, alla fin fine, rientrano in questa categoria: film indubbiamente commerciali, rivolti al grande pubblico, ma con un’impostazione autoriale molto ben definita. Arrival è uno dei miei preferiti che ha fatto, l’ho amato tantissimo fin dalla primissima visione al cinema!

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  2. Assolutamente, il film è senz’altro riuscito a mettermi tantissima voglia di leggere i libri. A tenermi alla larga dalla scoperta di Herbert, più che il rischio di spoilerarmi il prossimo film (anche se entrare in sala senza sapere nulla devo dire che è stata un’esperienza interessante) è quella che ho chiamato la mia #LectureoftheRing, ovvero il mio tentativo, entro settembre 2022, di recuperare la lettura de Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion. Credo che quest’impresa mi terrà impegnato per un bel po’ di mesi, ma ho appena finito Lo Hobbit quindi sono a 1/3 di strada (sì, lo so, in realtà sono a 1/5, ma 1/3 dà più fiducia)!

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