VENEZIA 76 – Il viaggio nel tempo di Martin Eden. La recensione del film con Luca Marinelli

Regia: Pietro Marcello

Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello

Produzione: RAI Cinema

Si è conclusa da un paio di settimane la 76esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Con il Leone d’Oro al cinecomic DC Joker di Todd Philips, stupisce non poco il clamore, per di più nazionale, destato attorno alla consegna a Luca Marinelli del Premio Coppa Volpi come miglior attore protagonista per il film Martin Eden, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Jack London.

Stupisce che, da Codacons al deputato leghista Claudio Borghi, l’attenzione si sia spostata dal film in sala per concentrarsi sul palcoscenico dell’evento, con particolare riferimento alle parole dell’attore al momento del ritiro del premio.

Eviteremo di commettere lo stesso errore e, dopo avere visto il film, sappiamo che né l’adattamento di Pietro Marcello, ne tanto meno le parole di Marinelli, avranno l’indignazione da parte di chi sa di cosa sta parlando, con riferimento tanto a quanto visto in sala, quanto a ciò che abbiamo sentito ai microfoni del festival.

Una nota di merito sulla questione metacinematografica va alla continuità che le critiche sollevate dalle dichiarazioni dell’attore hanno dato al personaggio protagonista del film. Le indiscrezioni sull’equo riconoscimento conferito all’artista creano infatti un legame tra Marinelli e Martin Eden stesso, in quel momento del racconto in cui i giornali additano lo scrittore come socialista.

L’ascesa sociale ed esistenziale del personaggio di Martin Eden, questa la sensazione una volta guardato il film, non è altro che un viaggio nel tempo in piena regola. Alla sospensione di una specifica dimensione temporale, dal pastiche di costumi e di riferimenti culturali alla delocalizzazione del romanzo originale, corrisponde il tentativo di rendere universale non solo i temi principali del film, come le lotte di classe, qui congelati proprio dalla a-storicità dell’adattamento, bensì la cerca stesso del protagonista.

Un tentativo di universalità dello sguardo che sfocia in scelte intelligenti come l’inserimento di immagini di repertorio alternate a sequenza costruite ad hoc, nonché in un finale inaspettato dove il ritorno alla vita del protagonista attraverso la morte, laddove nel romanzo non lascia alcun dubbio, qui assume le sembianze di un approdo a un futuro non lontano da noi, un’improvvisa dimensione distopica dove Martin Eden arriva inseguendo l’ombra di sé stesso, il risultato delle sue riflessioni sulla vita e sull’individuo, e sulle scelte che possiamo prendere, in quanto individui, sulle nostre vite per migliorare anche quelle degli altri.

Il doppio Jack London-Martin Eden, autore-personaggio, si triplica per lasciare spazio anche a un Marinelli che ancora una volta ci sorprende per il suo eclettismo dialettale, forse un po’ meno quello espressivo, e invita il pubblico dentro e fuori la scena a continuare a cercare insieme al personaggio protagonista le verità del mondo e dell’animo umano.

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