Focus on that. La quinta stagione di Better Call Saul abbatte definitivamente la quarta parete dello spin-off

Tensione, brividi e adrenalina. Better Call Saul non è mai stato così vicino alla serie madre e al tempo stesso così lontano.

Sono passate solo poche ore dalla conclusione della quinta stagione e mi rendo conto che non mi inchiodavo così di fronte a uno schermo nero dai tempi del mid season finale della quinta stagione di Breaking Bad.

Le chiacchiere stanno a zero: così tanta perfezione fa quasi male agli occhi. Reduce di un rewatch in corso, ho conferma che episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, regia e sceneggiatura sembrano potersi toccare con mano, gli attori migliorano a vista d’occhio come il buon vino e la firma autoriale scotta come la sabbia del deserto del New Mexico.

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Mai si era messo in discussione che uno spin-off fosse anche solo qualitativamente equiparabile all’opera di partenza. Il dibattito è diventato vasto come la teologia e anche Netflix, sempre sul pezzo, pubblica una formula per dare ragione a tutti nella discussione BCS<BB o BCS>BB.

Il fatto che conosciamo il destino di metà cast è ormai un fattore irrisorio. Quello che vedevamo come un cerchio prossimo a chiudersi si è rivelato un loop temporale ben confezionato, destinato ad avvicinarsi e al tempo stesso allontanarsi dalla sua origine e ad affermare tutto il contrario di tutto, mettendo in discussione le certezze più profonde, come i flashforward in apertura di ciascuna stagione. All’inizio di Better Call Saul eravamo sicuri di conoscere il destino di Jimmy McGill, ora non più.

Tutto è nuovamente in gioco, Kim Wexler, protagonista assoluta di questa quinta stagione, adesso come adesso è poco più che un Gatto di Schrödinger, c’è ma non ci sarà, o forse ci sarà e non lo sappiamo. “Kim è la chiave!”, esclamava l’anno scorso Aronofsky in commento alla quarta stagione. Come dargli torto?

Da mosca a formica è un attimo. La spasmodica cura per i dettagli nelle serie targate Gilligan e Gould non smette di stupire.

Personaggi prima inesistenti hanno conquistato il nostro cuore. Lalo Salamanca, il villan delle ultime due stagioni, oggi fa del cugino Tuco poco più che uno psicopatico da quattro soldi – e questo non fa comunque di Lalo una persona sana; Nacho da tre stagioni a questa parte si è guadagnato insieme a Kim un posto tra i personaggi cui non intendiamo rinunciare e per i quali tremiamo di terrore ad ogni episodio; Chuck risulta ancora più ingombrante adesso rispetto a quando era in vita, grazie al personaggio di Howard, veicolo dei fantasmi del passato di Jimmy.

Da quando è cominciato, Better Call Saul è stato un teatro dei doppi, registicamente e narrativamente parlando. L’ombra di Scivolone Jimmy si estende dal protagonista a tutto ciò che lo circonda in un continuo confronto etico e morale con gli altri personaggi, dal fratello Chuck al rivale Howard nelle prime stagioni, dalla donna che ama ai criminali del Cartello messicano nelle ultime. Emblematico il dipinto affisso alla parete nel primo ufficio di Jimmy alla Davis & Main, ma anche l’insistenza in scena di contrasti, riflessi e sdoppiamenti.

Poco importa che tra la quarta e quinta stagione Saul Goodman sia finalmente tra noi. Ai nostri occhi lui ormai è Jimmy, ha un passato, un presente e un futuro – non più così definito. Poco importa perfino di rivedere Hank (e questo è tutto un dire, ovviamente) al punto che saremmo quasi infastiditi da un cameo di Walter White, perché questa non è la sua storia.

Better Call Saul si colloca infine al confine tra uno spinoff e il capitolo di un’antologia, e al di là di alcuni personaggi l’unico legame con la serie madre resta la mano autoriale, la caratterizzazione a trecentossessanta gradi dei protagonisti, la maniacale cura per i dettagli (da mosca a formica è un attimo) e il ritmo aperto della narrazione. In questo Better Call Saul non è troppo differente da una stagione di True Detective.

Resta un mistero come possa esistere un gioiello come la serie oggetto di questa recensione e un discutibile film come El Camino. Un confronto tra i due, che qualora interessasse non escludo di fare, dimostrerebbe ulteriormente la differenza tra uno spin-off fine a se stesso, volto come la maggior parte degli adattamenti a piegare su se stesso un universo narrativo di cui spesso e volentieri si è già detto a sufficienza, e Better Call Saul.

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