PERSUASION di JANE AUSTEN. La recensione del film Netflix con DAKOTA JOHNSON

Non è un mistero che Jane Austen sia tra le autrici letterarie più adattate di sempre. Risale infatti al 1938 l’inizio di quella che sarà un’infinita sequela di trasposizioni delle sue opere per grande e piccolo schermo.

In termini di adattamento Persuasion (C. Cracknell, 2022) è ciò che fa la differenza tra la quantità e la qualità. Non tutte le ciambelle escono con il buco e anzi, sono davvero pochi gli adattamenti di Jane Austen che possono dirsi all’altezza dei testi di partenza.

È opinione di chi scrive che la migliore Austen per il cinema sia Bridget Jones’s Diary (S. Maguire, 2001). Il film con Renée Zellweger giocava apertamente sia con il successo senza tempo dell’opera più celebre della scrittrice che con quello della miniserie BBC di pochi anni prima. A partire dalla presenza di Colin Firth nei panni di Mr.Darcy (ruolo che aveva per l’appunto nella miniserie del 1995) Bridget Jones’s Diary fu la perfetta rilettura del sottotesto del romanzo, privato della comodità di rispondere e piacere a tutti i costi ai soli lettori dello stesso.

Un’operazione analoga fu quella della webserie disponibile su Youtube The Lizzie Bennet Diaries (H. Green, B. Su, 2012-2013) 100 episodi da meno di dieci minuti l’uno dove la protagonista rivive i dubbi e gli equivoci dell’eroina di Pride&Prejudice in chiave moderna, ricontestualizzando situazioni e personaggi in maniera mai vista negli altri nmila adattamenti precedenti.

Persuasion cerca di attuare un compromesso tra fedeltà narrativa e originalità data dal mezzo di destinazione (l’audiovisivo) ma pecca di tracotanza. L’abuso degli strumenti utilizzati per slanciarsi porta a un allontanamento dello spettatore, il quale, all’ennesimo occhiolino della protagonista rivolto alla quarta parete, si sente di troppo e un po’ in imbarazzo; Il tentativo di modernizzare una protagonista su schermo senza riconoscere e valorizzare la modernità già propria del personaggio del romanzo porta a scelte evidentemente spicciole e poco brillanti; Il personaggio di Anne (Dakota Johnson) sembra generato da un algoritmo Netflix: appare infatti come un accozzamento caratteriale tra Enola Holmes e Anne di The Woman in the House Across the Street from the Girl in the Window. Un risultato parodistico per un film che a tratti ha la pretesa di prendersi sul serio.

Funzionano le location perché si vendono da sole. Peccato l’ossessione degli autori nell’inseguire l’utopismo storico di Bridgerton (S. Rhimes, 2020-in corso) un tipo di operazione che non perora la causa contro i detrattori del politically correct e distoglie lo sguardo da quei pochi elementi che avremmo potuto salvare nell’ora e 49 minuti di visione persi.

Disponibile su Netflix

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