Start Over, l’inno alla vita della nona stagione di The Walking Dead

Tutto ha inizio con un’utopia. Prendi un ponte, per esempio.

La prima parte della nona stagione, che vede l’uscita di scena del protagonista assoluto della serie, si rivela essere una minima anticipazione del mood che ci aspetta dietro l’angolo dopo la dipartita di Rick Grimes. Gli ingredienti principali di questa fioritura narrativa, tuttavia, sono già contenuti nei primi episodi o, addirittura e non c’è da stupirsene, nella stagione precedente.

Tutto ha inizio da un’utopia, da un ponte, ma per fare il ponte c’è voluta una lettera. La lettera postuma di una speranza che sul punto di spegnersi si è rinnovata in un messaggio di pace e unione che come tutte le utopie, per definizione, sembrava destinato a scontrarsi con la realtà, con il mondo, con un nuovo mondo che nega la vita attraverso la negazione della morte e, infine, con una guerra totale apparentemente senza fine.

Non è facile rappresentare un’utopia, specie senza scadere nella sua evoluzione naturale che ha dato vita a un genere, quello dispotico, e alle scritture della catastrofe a cui serie come The Walking Dead devono molto, se non tutto. D’altronde, di micro-distopie all’interno dello show targato AMC e al fumetto di cui è adattamento na abbiamo viste, dalla Woodbury di Philip Blake al Santuario dei Salvatori, passando per Alexandria stessa e la rickocracy in generale. Su tutti, Rick Grimes va inteso come uno dei villain più longevi della serie, in un mondo dove per delimitare in maniera netta il confine tra eroe e cattivo, tra bene e male, non sarebbero sufficienti diecimila picche con annesse le teste di cari affetti.

La distopia nasce dal fallimento dell’utopia e per questo motivo, non ce ne voglia Annie Wilkes per l’ironico rovesciamento di segno, Negan doveva morire. Doveva morire perché intere mitologie e civiltà si sono erette sulla convinzione che il mondo fosse stato generato nel sangue e di conseguenza altro sangue sarebbe stato versato in un moto eterno di violenza, che questo significhi uccidere il proprio nemico in battaglia o zappare la terra per nutrirci della sua energia. Da manuale Negan doveva morire perché il bene sconfigge il male, il buono uccide il cattivo.

Traendo ninfa vitale dalla morte, quindi da un mondo dove, lo abbiamo detto, non basta tutto l’inchiostro di un Tony Moore a ritrarre bene e male come due entità distinte (al contrario di Lost, che ne fa addirittura un’umanizzazione nelle figure di Jacob e del Fumo nero), risulta del tutto inverosimile che qualcuno possa rappresentare un’utopia nel suo compimento, a interrompere cioè il ciclo di violenza, di morte e non morte, e a perdonare perfino un mostro come Negan che è la sesta essenza (la quinta è Rick) del proverbio bonelliano “i mostri siamo noi”, o “i morti siamo noi” nel caso di The Walking Dead.

Prendi un ponte, per esempio, e dagli il nome di Angela Kang. Questo nome rimbalza da un commento a un altro, da una recensione all’altra sul web come una freccia che dall’alto scocca, volando veloce di bocca in bocca (cit.) e non sempre per elogiare il suo lavoro. Dalla penna della Kang è nato A New Beginning, l’emblematico primo episodio della nona stagione che è un manifesto di ciò che poi andrà applicato sulla serie a livello di scelte creative. La sceneggiatura degli episodi successivi toccherà poi, in ordine di episodio, a David Leslie Johnson, Corey Reed, Geraldine Inoa, Matthew Negrete, Eddie Guzelian, Vivian Tze, Channing Powel, LaToya Morgan. Chiude il cerchio Angela Kang con The Storm, un finale che ha fatto storcere il naso ad alcuni abitudinari del cliffhanger d’impatto e dei sostenitori della spettacolarità grafica, e che al tempo stesso ha infiocchettato quella che è stata una stagione coerente portatrice di un messaggio trasparente al quale noi spettatori contemporanei, bombardati da climax e antieroismo, non siamo più abituati: il trionfo della vita sulla morte.

Non è facile rappresentare un’utopia, dicevamo, e per questo motivo il genere post-apocalittico non ha mai avuto il coraggio di aprire alla costruzione laddove la distruzione è il motivo per il quale lo spettatore ha pagato il biglietto per entrare in sala o l’abbonamento per accedere al catalogo in streaming. Se io guardo The Walking Dead voglio vedere zombie, sangue, morti e sopravvissuti. Dove ha trovato allora il coraggio la Kang di prendere in mano una serie che parla di morte e ridarle vita attraverso la vita, in un momento dove la serie stessa, agli occhi indiscreti di molti spettatori, pareva essa stessa arrancare verso la fine?

La morte di Carl, l’abbandono di Rick, la fine della guerra coi Salvatori: tutto lasciava pensare che a forza di perdere pezzi la serie avrebbe avuto vita breve. Leggendo i commenti delle community italiane un’espressione che salta spesso all’occhio in riferimento a molti episodi dopo la quinta stagione è qualcosa di simile a ‘allungare il brodo’ (in inglese fill time, prendere tempo). Per molti appassionati delusi e non la serie ha spesso temporeggiato con parentesi superflue e ‘troppo dialogate’ (altra espressione in voga, tornata di recente proprio in occasione del season finale) in favore di un main plot non definito che per i detrattori della serie si sarebbe ridotto a un nulla di fatto, a una speculazione narrativa o, per l’appunto, a un brodo annacquato.

La verità è che The Walking Dead non è mai stata una serie che parla di morte, ma una serie che parla di vita, o meglio della vita che sopravvive alla morte, una morte che cammina e che continua a vagare – sì, anche attraverso i ponti.

Prendi un ponte, per esempio, o ancora meglio costruiscilo e poi difendilo con tutto te stesso. Una volta che sei sopravvissuto all’apocalisse zombie e ai peggiori volti dell’essere umano, compreso il tuo, non ti resta che ricostruire. In questo senso la nona stagione di The Walking Dead è un vero e proprio inno alla vita, la rappresentazione di un mondo ideale dove la misericordia sembra avere davvero prevalso sull’ira. Prima la lettera di Carl, poi il monologo di Rick sulla collina dello scontro finale con Negan, sembrano finalmente avere preso forma: le comunità fioriscono, le generazioni crescono, la sigla di apertura cambia e Negan vive.

Costruire qualcosa. Che sia un ponte, un’abitazione o una fiera, sembra che il messaggio che la Kang ci vuole trasmettere sia dei più semplici e genuini: l’unione fa la forza. Così un momento brutale come la decollazione di dieci personaggi principali e secondari che avrebbero potuto fungere da perfetto season finale diventa un racconto eroico raccontatoci a parole, la storia di persone che fino all’ultimo hanno alzato la testa e combattuto l’uno al fianco dell’altro. Non importa come sia finita, non ci interessa che i cattivi siano ancora in giro o che i buoni muoiono ancora ingiustamente. La vita trionfa ancora una volta sulla morte perché a confronto con il coraggio delle comunità di Alexandria, Hilltop, Oceanside e del Regno, anche gente temibile come Alpha e Beta sembrano farsi piccolissimi, fragili e incredibilmente deboli.

Per concludere, onore assoluto a una stagione che ha rivitalizzato e rilegittimato una serie intera scommettendo su aspetti e punti di forza su cui nessuno avrebbe puntato, in primis l’idea che ci fosse qualcosa dopo Rick Grimes e che il nuovo mondo ha bisogno di un forza collettiva e non di una persona sola al comando.

Ci sono famiglie diverse dalle altre, ma comunque uniche nel loro genere: per restare aggiornato su The Walking Dead e confrontarti con altri appassionati iscriviti alla pagina The Walking Dead ITA Family .

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