OSCAR 2021 – Il suono di MANK. Dal ritorno di David Fincher alla storia dell’uomo all’ombra di Orson Welles

La novantatreesima notte degli Oscar si avvicina e io sono alle prese con il recupero di alcuni dei titoli che quest’anno sono candidati all’ambita statuetta.

È la volta di MANK, un biopic dedicato a uno dei tanti geni creativi della golden age hollywoodiana sì riconosciuti dalla critica ma dimenticati poi dalla coscienza collettiva della storia del cinema. Nella maggior parte dei casi questo è dovuto al fatto che all’epoca non era raro trovarsi a collaborare con giganti della filiera, da colleghi sceneggiatori a registi, ma anche produttori e divi e dive del palcoscenico capaci di vendere la propria immagine in un’epoca, quella dello star system, dove l’immagine era tutto. Nel caso di Herman J. Mankiewicz, come vedremo, l’ombra con la quale confrontarsi era quella di un venticinquenne Orson Welles, quella del più celebre e dispotico produttore cinematografico Louis B. Mayer (la MGM, avete presente?) e non ultima l’ombra tagliente del magnate dell’editoria William Randolph Hearts cui Mankiewicz si sarebbe ispirato per il protagonista del film commissionatogli da Welles.

Pur avendo visto almeno cinque volte Citizen Kane (1941) e sventolandolo ai quattro venti come uno dei miei film preferiti (vai a capire poi se sia vero o pura suggestione da aca/fan quale sono) io stesso non ero mai incappato fino ad oggi nell’interessantissimo pezzo di Pauline Kael del 1971 “Raising Kane” che funge da base al film di David Fincher.

IL RITORNO DI DAVID FINCHER

Proprio il ritorno del maestro del thriller cinematografico è sicuramente uno dei motivi per cui valga la pena dare una chance al film. Il regista di Seven (1995) e Fight Club (1999) mancava infatti dal grande schermo ormai da sei anni, lo abbiamo visto l’ultima volta uscire nelle sale (ve le ricordate le sale, quelle strane creature?) con Gone Girl nel 2014 e non può dirsi per questo d’essere stato con le mani in mano fino ad oggi.

A seguito del suo contributo di regia nei primi due episodi della prima stagione di House of Cards nel 2013 (House of Cards che, lo ricordiamo, se escludiamo il suo triste epilogo produttivo rappresenta l’ariete con cui Netflix ha sfondato le porte dell’entertainment per cambiare per sempre la fruizione di cinema e serie televisive) e pur essendosi successivamente espresso a sfavore dei tempi richiesti dal mezzo seriale, Fincher ha infatti firmato dal 2017 al 2019 alcuni episodi delle due stagioni di Mindhunter, apprezzatissima dal pubblico ma conclusasi al suo diciannovesimo episodio su stesso suggerimento di Fincher che ritenne non valesse la pena insistere per un seguito.

Se si contano dunque la serie Netflix e Zodiak (2007), che esplorano entrambi uno dei generi per cui Fincher si è fatto conoscere ai più, ma comprendendo anche The Social Network (2010), vincitore di 4 Golden Globe e 3 Premi Oscar, Mank andrebbe ritenuto il quarto prodotto di natura biografica con cui il regista si trova a confrontarsi.

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Investire sull’intelligenza del pubblico. Netflix dice NO ai Fiction Disclaimer per The Crown.

Dalle pagine di Variety la conferma che Netflix non prenderà in considerazione alcun Disclaimer per specificare alcuni contenuti potenzialmente fittizi in The Crown.

La richiesta di aggiunta di tale specifica all’inizio di ciascun episodio arrivava la scorsa settimana dal Segretario alla Cultura Oliver Dowden il quale, in un’intervista al Daily Mail, comunicò il suo timore che “una generazione di spettatori che non hanno vissuto quegli eventi non avrebbero saputo distinguere tra finzione e realtà”.

Netflix si dice in disaccordo con tale visione e ribadisce che il pubblico è più consapevole di quegli aspetti nella narrazione di The Crown che sono da intendere come fittizi o romanzati. “The Crown è da sempre stato presentato come un drama – e siamo certi che il nostro pubblico comprenda appieno che si tratta di una fiction ampiamente basata su eventi storici. […] di conseguenza non abbiamo intenzione e necessità di aggiungere alcun disclaimer.

Dowden e la piattaforma streaming hanno continuato la discussione in sede privata. La quarta stagione di The Crown, ora su Netflix, vede la storyline della Royal Family avvicinarsi sempre più ai giorni nostri. Con Lady Diana tra i personali principali della stagione (insieme a una Margaret Tatcher magistralmente interpretata da Gillian Anderson) viene trattato anche un tema delicato come quello della bulimia su cui, in questo caso, lo spettatore è informato con un avviso sulla salute all’inizio di ciascun episodio.

Emma Corrin, che interpreta Diana Spencer, ha raccontato a Variety: “Sono state scene difficili da girare e ritengo che portare il tema sia stata una buona scelta, mi ha aiutato a comprendere meglio il personaggio nella sua sfera privata. All’uscita dal set in quei giorni apparivo parecchio esausta, perché in quei momenti stai interpretando un personaggio vero e finzionale al tempo stesso e devi immedesimarti con entrambi gli aspetti: sai di non pensare o provare certe cose, ma parte del tuo compito e capire com’è sentirsi in quello stato per rendere al meglio l’idea.

Link all’articolo originale: https://variety.com/2020/tv/news/the-crown-netflix-fiction-disclaimer-no-plans-1234847272/

Netflix e il circo del bigottismo. La blasfema recensione di Dolly Parton’s Christmas on the Square

Prima o poi sarebbe successo. Chi mi segue lo sa, amo i musical e i film di Natale come il pane con un cubetto di cioccolato fondente. Belli, brutti o naïf, non ricordo un film del genere che non rivedrei volentieri.
Ebbene, in questo dannato 2020 Dolly Parton e Netflix sono riusciti in un colpo solo a farmi cambiare idea.


Dolly Parton’s Christmas on the Square è un’oscenità. Una fiera della cristianità e dell’ipocrisia che fa sanguinare gli occhi e le orecchie, un prodotto non solo di bassa qualità ma dagli intenti infimi e dannosi per l’evoluzione della specie.


Da dove cominciare? Un uomo reo di avere portato via il bambino alla figlia viene celebrato come eroe dalla stessa e dall’intera comunità; Un padre prega Dio che la sua bambina, investita da un pirata della strada, raggiunga la madre in Cielo anziché pregare perché si salvi; Un ingombrante angelo (interpretato dalla Parton, che avevo appena rivisto nel bellissimo Steel Magnolias) si impegna per mobilitare ogni personaggio a risolvere le proprie turbe per poi risolvere tutto lei con uno spruzzo di fede: così una donna rimane incinta dello spirito santo; la bambina in coma sopra citata, sebbene la protagonista abbia chiamato il miglior specialista da fuori città, si risveglia d’incanto con sorpresa del padre che – lo abbiamo detto – avrebbe preferito vederla morta; Il bimbo da cui la protagonista è stata separata è sempre stato lì sotto il suo naso ed è chiaramente il pastore del gregge (chi altri se no?) che subito comincia a cantare, dall’altare della sua chiesa, inneggiando all’amore e alla bontà d’animo.


Ci sono poi elementi prettamente narrativi la cui superficialità rasenta l’insulto: un tumore al cervello trattato come un tema irrilevante come tanti altri, un tema che appare e scompare per magia; l’esproprio di un’intera comunità (incipit del film) per nulla attuale e decisamente illogico, dal momento in cui non si capisce con quale autorità la protagonista si arroghi un tale diritto se non quello di essere la figlia del sindaco da poco scomparso (sì, lo stesso che le ha tolto il bambino appena nato e che adesso è l’eroe da ricordare e decantare dal momento in cui evidentemente “lo ha fatto per lei”, perché non fosse vista male dalla gente); Non si capisce infine perché la protagonista ce l’abbia con il bottegaio, presunto amore della sua vita, se non per un equivoco che o è già stato risolto in passato, o non verrà mai chiarito.


Accompagna il tutto un apparato di canzoni, musiche e coreografie piatte, insignificanti, bigotte e – ancora una volta – offensive per l’intelligenza e la maturità dello spettatore. Dolly Parton, non me ne vogliano gli amanti della cantautrice, non funziona e anzi ostacola la credibilità della visione. La sua performance, in questo caso, avrebbe avuto più senso sul palco della sala convegni di un hotel di Las Vegas.

La partecipazione di Christine Baranski a un circo del genere poi, è un insulto tanto alla sua carriera quanto al pubblico che sperava di assistere a un film brutto sì, ma nella declinazione del brutto cui Netflix ci ha abituato negli ultimi anni con il suo repertorio natalizio senza fondo.

Dolly Parton’s Christmas on the Square è un insulto al Natale, al cinema, alla televisione, a ogni medium e a ogni essere umano dotato di un briciolo di intelligenza e dignità. Un prodotto da bocciare a mani basse insieme ai messaggi negativi da esso veicolati.

La seconda stagione di The Umbrella Academy è come Antonio Banderas con i capelli lunghi

Fino a pochi anni fa in estate uscivano i cosiddetti ‘tappabuchi’, spin-off o carne da macello, la cui sola funzione era quella di smorzare l’attesa degli spettatori tra una stagione e l’altra di una serie televisiva principale. Per nostra fortuna oggi non possiamo più parlare di serie-solo-televisiva, né di mezzi tradizionali e quindi ragionamenti tradizionali. In altre parole, oggi abbiamo The Umbrella Academy.

Adattamento dell’omonima trilogia a fumetti scritta da Gerard Way (noto alla mia generazione come frontman dei My Chemical Romance) e disegnata da Gabriel Bà, un anno fa questa famiglia disfunzionale di supereroi conquistò gli spettatori con la sua prima stagione. Parlo di conquistato perché ebbe particolare successo, tuttavia, come tante serie odierne, non abbastanza da sentirne parlare per tutto l’anno. Per dirla in altri termini e senza indorare la pillola, ad oggi The Umbrella Academy non è destinata a diventare un cult.

Ciononostante, di supereroi e di supercattivi non se ne ha mai abbastanza. Lo dimostrano le reazioni al recente trailer di The Batman o lo scatenato teaser di Suicide Squad, ma anche il discreto successo di una serie come The Boys, in cui i supercattivi sono i supereroi. Se poi il tema eroistico non è che un pretesto per raccontare un dramma, in questo caso quello famigliare, è presto detto: The Umbrella Academy è una caleidoscopio di antieroismi e spunti per raccontare l’ordinario attraverso lo straordinario, in un continuum (è il caso di dirlo) che si ripete ma non stanca.

The Umbrella Academy è come “Antonio Banderas con i capelli lunghi”, abbiamo cioè a che fare con la stessa serie cui abbiamo assistito durante la prima stagione, ma migliore. La scusa dei viaggi (spoiler) non solo temporali permette di rimpastare la stessa storia potenzialmente all’infinito. Non è tuttavia da tutti riuscire a renderla credibile ogni volta e in questo secondo round possiamo quantomeno affermare che The Umbrella Academy ce l’ha fatta.

Parallela al vol.2 dei fumetti, non a caso intitolato “Dallas”, questa seconda stagione catapulta i nostri eroi(?) negli anni Sessanta. Se la prima stagione cominciava con la reunion di una famiglia divisa, qui abbiamo dunque una famiglia divisa che è intenzionata a ritrovarsi. Certo non mancano gli screzi: l’intera stagione è costellata di deliziosi rinfacciamenti, pugnalate alle spalle e conflitti. Tutto ciò che rende particolare questa serie è presente, con l’unica eccezione che ora i personaggi li conosciamo già bene e non ci resta che approfondirne i caratteri, le scelte e i reciproci destini.

A tirare le fila, è inutile negarlo, sono ancora una volta scene queen come N.5 e Klaus. In questa stagione hanno però maggior rilievo anche gli altri membri della famiglia, in particolar modo Diego e Allison. Duole vedere ancora una volta Vanya imprigionata nel suo ruolo, ma un finale spettacolare salva quel poco che poteva rischiare di apparire un pelo ridondante.

Particolarmente apprezzato il ritorno di molti personaggi secondari tra cui spicca Sir reginald hargreeves, al quale in questa seconda stagione è conferito il respiro che merita.

Per chi suonano le campane di Curon? La recensione del supernatural drama italiano targato Netflix

Sarà stato il ritorno da una settimana di vacanza in Trentino, la montagna o la voglia di fresco. Sta di fatto che alla fine mi sono convinto a guardare Curon. Ne è valsa la pena? Scopriamolo con ordine.

Va detto che ho un precedente e si chiama Luna nera. Non un precedente di serie televisiva che non mi è piaciuta, bensì di titolo che ho totalmente glissato basandomi sulle sole considerazioni della rete. Si tratta di un errore comune, ma che mi sono sempre auto raccomandato di non commettere.

Questa volta ho voluto ignorare i pregiudizi e le malelingue sul tentativo italiano di esplorare un genere come quello supernatural e dare invece ascolto a quella parte della critica che lo promuoveva, se non a pieni voti, come un prodotto che si lascia guardare non così diversamente da gran parte dei prodotti Netflix odierni.

Di serie italiane della piattaforma streaming seguo anche Baby, che è esattamente un buon esempio di ciò di cui stiamo parlando. Non un tipo di serialità televisiva a cui siamo abituati, non lo stesso grado di spettacolarità e di qualità con le quali la televisione d’oltreoceano ma non solo ci hanno nutriti dagli anni Novanta ad oggi. Parliamo certo di una serialità televisiva diversa che non sempre, tuttavia, è sinonimo di qualitativamente inferiore.

Nonostante la premessa, sia chiaro fin da subito che Curon non mi ha conquistato. Non ne tesserò quindi le lodi in maniera indiscriminata, né contraddirò punto per punto chi è arrivato a dire prima di me che ci troviamo di fronte a una serie che “non osa“, “senza carattere e senza mito” o addirittura troppa ambiziosa. Evitare paragoni con mostri sacri come Twin Peaks, tanto per cominciare, aiuterebbe a non bocciarla a prescindere.

I protagonisti di Curon sono Mauro e Daria, due fratelli alle prese con la scomparsa della madre e le riscoperte radici della propria famiglia. Radici che si riflettono, come d’altronde l’intera comunità, nelle acque del lago all’ombra di un vecchio campanile sommerso (che poi esiste davvero, così come la località in cui si svolgono le vicende e che da il titolo alla serie).

Cosa la fa da padrona in tutti e sette gli episodi della prima stagione è proprio l’ambiente e il concetto di doppio. L’ambiente (non in senso ambientalista ma puramente paesaggistico) è qui un vero e proprio personaggio, una lezione imparata non solo da serie come Lost, bensì da tutto un apparato narrativo, fotografico e cinematografico che scomoda dal nostro dopoguerra al Vietnam di De Palma.

Il doppio è il leitmotiv attorno a cui vertono non solo l’estetica della serie (lo specchio d’acqua, il presente e il passato dei personaggi, i due fratelli, la bisessualità di Daria) o il suo messaggio (i due lupi dentro ognuno di noi, Stevenson, lo yin e lo Yang e compagnia) ma anche la storia e la mitologia di riferimento.

Dai primi secondi del primo episodio abbiamo già sulla punta della lingua la parola Doppelgänger. A partire dalla lingua tedesca, il termine indica il nostro doppio, sosia o alter ego. Un Doppelgänger può essere inteso in diversi modi, ma una cosa è certa: ha le nostre sembianze ed è al tempo stesso ‘qualcosa’ di diverso da noi.

I Doppelgänger di Curon che spuntano dalle acque del lago al suon di campana sono scaturite dalle nostre repressioni, le nostre ombre e quello che potremmo definire in maniera riduttiva – e tale viene trattato nella serie fin dal primo episodio – ‘lato oscuro’. Giunti al culmine come delle pentole a pressione, la nostra personalità si sdoppia e il nostro sosia, bagnato fradicio e colmo delle nostre emozioni più negative, viene a cercarci per sostituirci in maniera definitiva.

Il tema sta in piedi. Quello che potremmo confondere con qualcosa di già visto è semplicemente archetipico. Parlando di sosia che ti danno la caccia – figurativamente o letteralmente – saltano subito alla mente i personaggi letterari di Poe, Wilde, Woolf, Dostoyevsky, quelli cinematografici di Siegel, Hitchcock, Nolan, per non parlare di quelli videoludici che non si conterebbero. Cos’è allora che non funziona?

Appurato il cosa, troviamo difficoltà ad accettare il come. Non colpirò facilmente sulla recitazione, non ne ho le competenze e alcune delle interpretazioni le ho trovate comunque discretamente credibili. Affondo invece sulle occasioni (narrative) sprecate, alcune delle parole troppo didascaliche messe in bocca ai protagonisti e delle azioni intraprese dagli stessi, il filtro blu che ‘smarmella’ tutto appiattendo una fotografia alla quale le meravigliose location avrebbero contribuito in larga parte, ma anche l’ossessione per fondere in maniera forzata mito e realtà (è così che poi ti chiedi cosa centrino i soldati nazisti dell’ultimo episodio, o se è poi così credibile la faida tra famiglie fondatrici se non come mezzo per dare un background alla superstizione degli abitanti dal versante tedesco). L’insistenza sulla storia è da ostacolo alla fiction che in questo caso invece funziona: i rapporti tra i personaggi, i flashback, le morti e le risoluzioni. Una nota di merito va soprattutto ai plot twist di cui Curon non è certo orfana, alcune scelte sorprendono e soddisfano, lasciandoti di fronte allo specchio a confessare a te stesso che, se proprio esce, una seconda stagione te la guarderesti.

Da The Mandalorian a The Witcher. La Valley of Plenty della serialità televisiva contemporanea

Non molto tempo prima capitava di leggere un libro o guardare un film e pensare “ci starebbe bene una serie tv”.

Quell’epoca, per quanto recente, può dirsi già finita. Mentre scrivo, infatti, tutto ciò che può essere declinato in serie viene preso in considerazione all’istante dai player del settore, le nuove (e vecchie) major e non ultimo dal pubblico di spettatori, i quali scommetterebbero anche un rene, tra timori e troppe aspettative, sul proprio cavallo vincente.

A differenza del passato, tuttavia, oggi la serialità televisiva contemporanea raccoglie il pubblico sotto un’unica campana: quella della nobilitazione cui il mezzo si è elevato a partire dal 2010, quando il confine tra la serialità e gli altri media, soprattutto il cinema, si era ormai assottigliato all’inverosimile aprendosi a orizzonti prima inimmaginabili.

Parliamo di inimmaginabile, ma ciò a cui assistiamo perlomeno sul piano distributivo è già accaduto in altre forme e in altri tempi, coinvolgendo mezzi diversi come lo stesso cinema. Dal primo dopoguerra, per esempio, l’Italia era soggetta a una vera e propria inondazione di film americani. Le major dell’epoca, la MGM al primo posto ma anche la Universal e la Fox (quando la volpe era ancora ben lontana dall’essere uccisa dal topolino) vedevano nel nostro paese un fiorente mercato dove instillare i sogni via pellicola, e d’altra parte il pubblico, visti i tempi bui che correvano con l’ascesa e il consolidarsi dal fascismo, risultò ben disposto a espandere la propria immaginazione al di là di qualsivoglia regime imposto. Fino al 1938, quando i rubinetti vennero chiusi definitivamente, la gente frequentava assiduamente il cinema e più del 70% dei film distribuiti era di produzione USA, tenuto conto che l’industria cinematografica nazionale era crollata con l’UCI pochi anni prima.

Oggi le percentuali sarebbero vagamente differenti, le serie tv di maggiore successo non vengono più soltanto da oltreoceano e diverso è il mondo dell’entertainment e chi ne usufruisce. Non è poi così incredibile affermare che oggi i sogni vengano fabbricati soprattutto in serie e su piccolo/i schermo/i.

Le potenzialità della nuova serialità non-più-solo-televisiva (sempre che la serialità sia mai stata esclusiva del mezzo televisivo, tenendo conto che le prime forme seriali erano prima letterarie e poi cinematografiche) ha quindi contribuito ha un interesse da parte di attori (Kevin Spacey), autori (David Finch, Martin Scorsese) ma anche soggetti (Bates Motel, 12 Monkeys, ecc.) e player (la stessa Netflix, da servizio a noleggio a protagonista del nuovo mercato, ma anche Amazon o non ultimo Disney+) nei confronti del piccolo schermo.

Sono gli anni in cui non solo ogni cosa può essere pensata come una serie TV, ma qualcuno, da qualche parte nel mondo, è già pronto a investirci.

Parliamo di prodotti high concept come Star Wars e quindi del nuovo successo di The Mandalorian. La galassia lontana lontana di George Lucas non è certo nuova alla narrazione seriale: non solo nasce come saga cinematografica suddivisa in episodi, bensì il franchise conta da sempre una fiorente pubblicazione di fumetti, videogiochi, giochi di ruolo e serie televisive animate cosiddette canon, che contribuiscono a unire i tasselli dell’universo narrativo proposto. In tal senso The Mandalorian è solo l’ultimo arrivato, ma l’interesse scaturito in una larga fetta di pubblico, lo stesso pubblico diviso dalla nuova trilogia sequel, è sicuramente un altro indice dell’alto livello narrativo (e ormai tecnico) del mezzo.

Le tre età della serialità televisiva contemporanea da me individuate in passato (serializzazione, sperimentazione, nobilitazione) vanno di pari passo con l’era dell’abbondanza della televisione e oltre, ovvero l’epoca attuale in cui di televisione non si può più parlare senza scomodare la questione transmediale.

È l’epoca in cui Amazon annuncia la serie di The Lord of the Rings e Netflix lancia The Witcher, anch’esso prodotto transmedia per eccellenza (prima romanzo, poi videogioco e dopo ancora gioco di ruolo, edito in Italia dai ragazzi di Need Games, gli stessi che hanno importato il GDR di LOTR Avventure nella Terra di Mezzo) e quindi atteso da una larga fetta di pubblico.

Proprio The Witcher viene in nostro soccorso per parlare della valle dell’abbondanza in cui navighiamo oggi, un prodotto che era nella nostra testa l’attimo prima che venisse annunciato. Nel giro di pochi mesi eccolo lì, il britannico Henry Cavill abbandonare il costume (e i baffi) dell’Uomo d’acciaio, icona statunitense per eccellenza, per vestire i panni di nientepopodimeno che Geralt di Rivia, l’eroe fantasy nato trent’anni prima dalla penna del polacco Andrzej Sapkowski e reso ulteriormente celebre a livello mondiale dalla serie di videogiochi RPG della CD Project RED.

The Witcher è innanzitutto un prodotto caratterizzato da una forte nazionalità. A partire dalla volontà dell’autore dei racconti e dei romanzi di basare le traduzioni estere sul testo originale e non sulla più accessibile versione inglese, sono polacchi anche la già citata casa di produzione di videogiochi e il film del 2001 Wiedźmin (per il pubblico internazionale The Hexer). Pur essendo un franchise che non aveva bisogno di troppe presentazioni, con l’adattamento Netflix The Witcher ha avuto sicuramente un eco maggiore e di respiro internazionale, nonostante il risultato finale abbia conquistato solo una parte della critica, seppur la più vasta.

Gli ascolti parlano da sé (a fine anno The Witcher era le serie on-demand più vista di sempre e si lasciava alle spalle anche un incredulo Baby Yoda) ma a settimane di distanza l’incanto sembra affievolito. Sapkowski stesso, che nel progetto della serie ha avuto solo un piccolo coinvolgimento, dà la sua benedizione all’adattamento ma con riserva. La sua critica sembra gravitare solo intorno all’idea di adattamento (una sorta di “eh ma non è come il primo, eh ma non è come l’originale”) e non al prodotto finale, che invece esalta e promuove senza remore. Per quanto riguarda la rete, invece, il pubblico si divide tra chi grida al capolavoro e chi non ne comprende a pieno il successo.

Il racconto temporale alternato, che inizialmente sembrava uno sguardo fresco e originale, ha perso il suo fascino nel momento in cui Netflix stessa ha pensato di doverlo palesare con uno schemino a prova di idioti, un colpo basso nei confronti di un’utenza che invece, in più occasioni e circa dagli anni Novanta, si è dimostrata non solo sveglia, bensì volenterosa di mettersi alla prova di fronte a prodotti intellettualmente stimolanti.

Per il resto The Witcher convince e riesce anche agli occhi di uno spettatore come il sottoscritto che non ha mai letto un romanzo o giocato un capitolo della saga videoludica. Da giocatore di ruolo e master quale sono, mi ha rimesso voglia di giocare a D&D o a qualche dungeon crawler e tanto basta. Ineccepibili poi le qualità tecniche e le performance di alcuni interpreti, Cavill non mi ha conquistato ma è rimasto credibile fino alla fine, l’ambientazione ha vita propria e ti coinvolge a tutto tondo, mostrandoti senza complimenti anche solo una parte dell’universo che rappresenta e che forse scopriremo (e riscopriremo) insieme.

Nella sua totalità resta sicuramente un interessante caso di serie televisiva nell’era in cui la serialità televisiva ha già fatto storia e deve solo riuscire a non ripiegarsi su se stessa.

Il finale di serie perfetto non esis… la recensione della terza e ultima stagione di Anne with an E

“Il finale di serie perfetto non esiste”. Le ultime parole famose.

La verità è che c’è una sottile differenza tra il desiderio che qualcosa non finisca mai e la possibilità che un racconto incline a durare per sempre finisca per forza male.

In questo senso Anne with an E riesce a sorprenderci ancora una volta, regalandoci un finale di stagione che tira in maniera credibilissima tutte le fila tessute fin qui, chiudendo con cura e rispetto per i dettagli e dei personaggi gran parte delle porte aperte, se non tutte.

L’adattamento televisivo Netflix delle avventure di Anne di Green Gables è propositivo, ottimista, speranzoso, ma non per questo irrispettoso della storia (vedi il destino della povera Ka’kwet) e delle storie dei suoi personaggi.

Sembra quasi di avere a che fare con una serie di Angela Kang, “la mia misericordia prevale sulla mia ira”. E qui prevale sul serio.

C’è posto per tutti nell’happy ending di Anne with an E. C’è posto per le seconde possibilità, l’amore e il rispetto verso gli altri e soprattutto verso se stessi, ma anche per il futuro, la vita (e la morte), la libertà di espressione e una costellazione di buoni propositi storicamente non propri della generazione dei personaggi rappresentati. Propositi che risultano tuttavia sempre verosimili in quanto veicolati e giustificati proprio dalla presenza di Anne, mosca bianca in un luogo incantevole ma schiavo dei suoi tempi e che con la sua allegria e la sua fantasia sembra capace di contagiare il mondo intero.

Anne with an E si conferma uno dei period drama più delicati e avvolgenti di sempre e anche stavolta, come per la prima e la seconda stagione, ho avuto bisogno di almeno un paio di episodi prima di ricalarmi nel mood giusto e riuscire a mandare giù l’ingente dose di zucchero, di magia e semplicità di cui la serie è intrisa, fino a diventarne completamente partecipe, dipendente e infine assuefatto.

In tutto questo stiamo parlando di una serie cancellata prematuramente. Scriveva a novembre Moira Walley-Beckett, ideatrice e showrunner della serie:

Anne with an E, co-prodotta tra Netflix e CBC, punta a ciò cui dovrebbero ambire tutti gli adattamenti: dire qualcosa in più rispetto all’opera di partenza. Sempre citando la Walley-Beckett: “There’s no sense in reinventing a classic novel if you’re not going to make it relevant for today’s audience”. Il valore aggiunto della serie all’opera originale è uno dei motivi che ha lasciato più basiti i suoi Kindred Spirits (‘spiriti affini’, come l’autrice chiama il fandom di Anne with an E)

A innumerevoli ashtags e campagne a sostegno del rinnovo della serie è seguito il contributo di Ryan Reynolds. L’attore, dopo avere finito di vedere la terza stagione, ha sentenziato con un tweet:”You guys might want to renew Anne with an E. Unless ‘final season’ is just a fun way of saying ‘halfway point”.

Netflix non sembra intenzionata a cambiare idea sul rinnovo, tuttavia il sostegno che si è creato attorno alla serie, vera e propria estensione oltre lo schermo dell’energia e del furore della nostra Anne, non passa certo inosservato e fa di queste tre stagioni un’esperienza degna d’essere riconosciuta e ricordata per l’incredibile cast, un’ambientazione da sogno e una storia che non nasconde quello che ha da dire, che sarebbe stato ancora tanto.

Aspettando Halloween – The Haunting of Hill House, tutto il resto è confetti.

I’m at home. Se avete amato serie alla AHS Murder House o capolavori come The Shining, forse abbiamo quello che cercate.

Su qualsiasi medium le si decida di trattare, le haunted houses hanno ormai acquistato un valore archetipico per il genere horror: il grande schermo ha fatto del tema un filone di rivisitazioni, negli Stati Uniti il dark tourist si ciba di pane e gite degli orrori, la televisione ne ha partorito negli anni contenitori pomeridiani, ma è soprattutto la letteratura che vanta il ruolo di pioniere del sottogenere.

Tra i romanzi e i racconti più celebri, insieme al sempre terrorizzante The Fall of the House of Usher, si posiziona proprio lei: Shirley Jackson con il suo romanzo classe 1959 The Haunting of Hill House, in origine tristemente tradotto in Italia come La casa degli invasati. L’opera originale ha ben poco a che vedere con l’adattamento per i piccoli schermi, e dei protagonisti del libro, Eleanor, Theodora e Luke, vengono mantenuti solo i nomi e talune peculiarità. 

Curiosi certi easter egg inseriti nella serie e ispirati direttamente al romanzo, come il nome della secondogenita, Shirley, omonima quindi della scrittrice, e il cameo rivisitato del Dr. Montague, personaggio di rilievo nel libro che nella serie ritroviamo come ultimo, involontario, responsabile della tragica sorte di Nellie (Nellie deserved better!).

Dica quello che vuole il Dr. Montague, una casa non è solo una casa. Fin da bimbi ci si vede delle facce quando le si disegna. Per ovvi motivi generazionali mia nonna indentifica, per esempio, come il cuore di casa la cucina che riunisce tutta la famiglia. Sempre per questo motivo, quando ero piccolo mi diceva ‘vieni in casa’ anche se ero in soggiorno, perché per lei, e non solo per lei, quella stanza era ed è cuore e motore dell’appartamento.

Fear and Guilt are sisters. In molti hanno scovato nella logica degli eventi della serie Netflix l’incarnazione dei cinque stadi del lutto impersonificati dai cinque fratelli Crain secondo la seguente assegnazione, nonché in ordine di nascita:

Steve è il rifiuto. “I’ve seen a lot of ghosts. Just not the way you think“. Primogenito dei Crain, Steve è un personaggio col quale impari a entrare in empatia con il passare degli episodi e che ci viene presentato subito come colui che ha voltato le spalle alla sua famiglia, lucrando sul suicidio della madre, il delirio del padre e il dolore dei fratelli. 

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Laddove il padre cerca di sistemare le cose, Steve ha sempre voluto dare una mano e riuscirà a farlo solo nel momento in cui ritroverà il coraggio per guardare negli occhi la realtà e accettare i fantasmi del passato.

Shirley è la rabbia. “Hill House would stay as it was until it was destroyed“. Sorella maggiore dopo Steve, anche Shirley ha vividi ricordi delle settimane passate a Hill House, molto meno limpidi quelli relativi alla tragica notte che ha cambiato per sempre le vite della famiglia Crain. 

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Divorata dai sensi di colpa e dalla sensazione di impotenza, emozioni calcificate nel suo intimo e professionale rapporto con la morte, un rapporto che però è un involucro che nasconde il marcio dell’animo umano e, per l’appunto, i propri errori, Shirley reagisce con ira e rancore alle scelte e alle azioni intraprese dai fratelli. Un rabbia che trova il filo dell’aquilone nella sorella Theo, con la quale Shirley condivide, senza nemmeno accorgersene, i medesimi fardelli oltre che lo stesso indirizzo di casa.

Theo è la negoziazione.I don’t feel anything“. Sorella di mezzo, Theodora è tra i pochi Crain, insieme a Nellie e alla madre Olivia, a manifestare in maniera evidente capacità ESP. In particolare, Theo può, attraverso il tatto, intercettare i ‘segni del tempo’ di oggetti e persone. 

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Theo è quindi un personaggio che vuole capire, vuole sentire qualcosa pur nascondendosi dietro un muro di mattoni che si è costruita da sola. Un muro che sarà in grado di abbattere solo quando scenderà anche lei a patti e a mani nude con i propri scheletri, convivendo prima con il ricordo di chi si è lasciata alle spalle, per poi accettare chi intende restarle affianco.

Luke è la depressione. “One. Two. Three. Four. Five. Six. Seven.”  Di tutti i personaggi e delle rispettive caratterizzazioni, Luke è quello che più tradisce il genere cui l’adattamento Netflix intende fare riferimento. Nel The Haunting of Hill House di Mike Flanagan, infatti, l’horror si declina a metafora di un dramma familiare, personale e, nel caso di Olivia Crain, mentale. 

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Sono personaggi come Luke ad avere reso il pacchetto più affascinante agli occhi del pubblico e di un autore come Stephen King, che già alle atmosfere create da Shirley Jackson afferma di dovere molto e al quale, a sua volta, la serie si rifà sotto più punti di vista (vogliamo parlare della Red room?).

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Nellie è l’accettazione. It wouldn’t have changed anything. I need you to know that. Forgiveness is warm. Like a tear on a cheek. Think of that and of me when you stand in the rain. I loved you completely. And you loved me the same. That’s all. The rest is confetti“. Plot twist di metà stagione con la P maiuscola, Nellie meritava davvero di meglio.

Rimane tuttavia il fatto che il suo personaggio ha dato così tanto alla serie al punto di donarle quel tanto di cult che ci permette, oggi, di farne un’analisi così approfondita. Morta a partire dal primo episodio, Nellie non abbandona mai il piccolo schermo ed è sempre lì, onnipresente e immobile, siamo noi che non riusciamo/vogliamo vederla. 

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Nellie è sempre presente, anche una volta abbandonate le spoglie mortali rimane per mantenere uniti i pezzi della famiglia, la sua tazza di stelle, e combatte contro la follia omicida della Casa per portare in salvo tutti in nome dell’amore, del perdono e, per l’appunto, dell’accettazione. Come vedremo a breve parlando del finale, il sacrificio di Nellie raggiunge il culmine con la sua condanna a vagare in eterno nella Casa con la consapevolezza che chi ne è uscito vivo sta finalmente bene con sé stesso e con chi gli sta intorno.

And those who walk there, walk together. Nellie è tornata a Casa, ma non è più sola. Con lei c’è forse il miglior personaggio della serie, il padre Hugh (nella sua versione del passato interpretato da Henry Thomas, il bambino protagonista di E.T, e in quella presente dal Hugh Crain della versione cinematografica del 1999 intitolata The Haunting) e quello altrettanto controverso della madre Olivia.

Quello di The Haunting of Hill House è quello che definirei un happy ending a metà. I fratelli Crain, quelli vivi, hanno la possibilità di riprendere in mano le rispettive vite e andare avanti, mentre le anime intrappolate tra le stanze e i corridoi di Hill House restano condannate al loro status quo.

L’amore è perdita della logica, lo vediamo nella straziante storyline di Horace e Claire Dudley, ne abbiamo ulteriore conferma nel destino toccato proprio a Hugh e Nellie, riuniti in un abbraccio a una Liv comunque preda del proprio delirio, disposti quindi a tutto pur di liberare i restanti membri della famiglia e a donare una pur apparente pace all’amata madre e moglie.

In questo senso il finale di The Haunting of Hill House è un boccone amaro da mandar giù. Laddove la maggior parte dei fan si emozionano di fronte ai nuovi traguardi di vita dei fratelli Crain, io non riesco a togliermi dalla mente lo sguardo di Liv mentre Steve si allontana e la porta della Stanza rossa si chiude ai nostri occhi. Così come risulta parecchio difficile pensare agli altri fantasmi rimasti lì e a Poppy, la cui minaccia di fatto non è mai stata mai debellata.

In conclusione, consiglio The Haunting of Hill House anche ai non appassionati del genere, in quanto la serie è uno dei pochi esempi in cui qualche jumpscare qua e là non incide sullo spessore del racconto e i fantasmi sullo sfondo rimangono sullo sfondo. Una persona che non intende cercarli potrebbe finire la serie senza avere visto l’80% degli sguardi nell’ombra piazzati dietro l’angolo. Per chi invece ama la caccia e il brivido della paura … enjoy.

Ndr. The Haunting of Hill House di Shirley Jackson vive in numerose trasposizioni prima della serie Netflix, tra cui il film The Haunting del 1963 diretto da Robert Wise e l’omonima versione del 1999 già citata, ma anche rivisitazioni parzialmente accreditate come la miniserie Rose Red del 2002 dalla penna di Stephen King.

Estate portami via. 3 improbabili 90’s series rewatch per combattere la malinconia estiva

N.d.A. Il titolo di questo articolo è un inganno. Più che combattere la malinconia estiva, i mondi narrativi che vado a proporvi non faranno che aggravarla. Si prega quindi di consultare un medico prima di riaprire determinate porte, e soprattutto armarsi di tanta pazienza qualora si decida di dare retta a chi scrive.

Avrei potuto fare un elenco molto più lungo, inserendo serie anni Novanta che hanno contribuito forse in maniera ancora più evidente alla storia della serialità televisiva contemporanea. Lo scopo di questa top3, che non è comunque stilata in ordine qualitativo, resta quello di proporre un rewatch che si sposi bene con un determinato mood.

Dawson’s Creek

Anawanaway!! Sembra un’esclamazione caraibica di benvenuto quella con cui decidiamo di aprire questo primo rewatch caldamente consigliato per non soccombere alla malinconia delle sere estive.

Qui le chiacchiere stanno a zero, come direbbero i romani: l’autore di questo articolo appartiene come tanti alla generazione Dawnson’s Creek, cresciuto cioè con il traballante palinsesto pomeridiano propinato dalla televisione privata e rovinato dai confusi insegnamenti di questo teen drama. Grazie a Dawson ricordo di avere fatto mio le dita tra i capelli nei momenti più tragici della mia adolescenza, quando non avevi ragazze che ti entravano dalla finestra ma nuovi amori ad ogni anno scolastico.

A vederlo a ventisette anni Dawson’s Creek è certo meno incantevole, alcuni tratti peculiari restano e funzionano ancora oggi.

In primis, l’ineguagliabile fame di cinema di Kevin Williamson (Scream) impregna tutta la prima stagione e oltre. Emblematico il Lady Killer di The Scare (un richiamo ai più iconici assassini, al primo posto lo stesso Ghostface) così come il vero e proprio adattamento televisivo di The Blair Witch Project che è l’episodio della terza stagione Escape from the Witch Island.

Bisogna poi rendere merito ad alcune scelte comportamentali attribuite agli attempati protagonisti (James Van Der Beek aveva vent’anni quando interpretava il quindicenne Dawson Leery). Laddove risulti facile puntare il dito sulla qualità dello show, decisamente indietro rispetto a prodotti cui siamo abituati oggi giorni, si cela in verità una rappresentazione veritiera dell’essere adolescenti. Frasi fatte, eccessivi scleri, storiche amicizie e cotte estive confuse con grandi amori.

Un trentenne Williamson era entrato nella testa di un’intera generazione al fine di rappresentarla al meglio nella sua fugace ed ingenua spontaneità.

Non dimentichiamo, per concludere, la capacità della serie di creare momenti (e meme) iconici, valore aggiunto che decisamente manca a molti prodotti del momento, soprattutto in ambito teen.

Gilmore Girls

Una melodia strumentale accompagnata da un dolce nannanananaanaahaaa-nannaaaa… e siamo subito nella piazzetta di Stars Hollow, Connecticut.

La stagione la scegliete voi: le zucche d’autunno, la neve d’inverno, i fiori in primavera, il grano d’estate. Potete partecipare all’ultima iniziativa cittadina di Taylor Doose, o mangiare un boccone da Luke’s. Su Trip Advisor il Dragon’s Fly Inn avrebbe sicuramente un ottimo punteggio.

Quando ti manca Gilmore Girls e cerchi qualcosa che colmi il vuoto, non ti rimane che ricominciare Gilmore Girls. Questo è un diktat senza sé e senza ma per chiunque abbia amato le ragazze Gilmore di Amy Sherman e Daniel Palladino, gli stessi che ci fanno altrettanto emozionare e divertire oggi con The Marvellous Mrs Maisel.

Personaggi memorabili, fiumi di parole e una capacità di coinvolgimento con ben pochi precedenti. Queste e altre qualità caratterizzano ciascuna delle sette stagioni di Gilmore Girls e anche l’ultimo revival, A Year in the Life, il degno non-finale alle storyline delle tre (se includiamo Emily) ragazze Gilmore.

Qui siamo a confronto con un prodotto in anticipo sui tempi, una consapevolezza del mezzo e della narrazione superiore a gran parte delle serie a essa contemporanee. Spesso sottovalutato da chi non lo ha visto, Gilmore Girls è forse delle tre serie di questo articolo quella che più in assoluto consiglio per perdersi in un mondo narrativo che ti attende a braccia aperte.

Friends

How you doin? … di certo non molto bene da quando ho finito il mio rewatch estivo di Friends.

Parlando di mondi narrativi che più che coinvolgerti ti avv-olgono nel vero senso della parola, la sit-com per antonomasia con protagonisti i sei amici Ross, Rachel, Monica, Chandler, Phoebie e Joy è sicuramente uno spartiacque nel mondo della serialità televisiva, alla pari di altre serie in rapporto a differenti generi nello stesso decennio.

Basti soffermarsi sui temi trattati a partire dalla prima stagione, con i dovuti limiti del periodo: dal primo episodio vengono affrontati temi come il divorzio, l’omosessualità o la gravidanza assistita. Gag esilaranti si alternano a momenti più seri anticipando l’ibridazione di generi poi perfezionata da serie come Buffy – The Vampire Slayer e Scrubs.

Sentirete molte persone asserire che Friends è la serie con la S maiuscola. Nulla di più vero, se il tutto viene circoscritto nel genere di riferimento. Tutti gli How Met Your Mother, i Big Bang Theory e i New Girl a venire (che ho comunque amato) non hanno detto nulla che non fosse già successo all’interno dell’appartamento più bello della televisione.

Qual’è per te il decennio delle serie televisive che più ti ha rappresentato? e quale la serie tv che non ti stancheresti mai di guardare, indipendentemente dalla stagione dell’anno?

A pane e reaganomics. La recensione di Stranger Things 3

Prodotto da: Netflix, 2016 – in corso

Scritto e diretto da: Duffer Brothers

Ho impiegato più di un anno ad accettare l’idea che la terza stagione di Stranger Things sarebbe stata diffusa in estate, il periodo dove i palinsesti tradizionali televisivi – e le uscite cinematografiche – ricorrono solitamente a contenitori di medio interesse volgarmente paragonati a tappabuchi tra la fine della stagione di una serie e l’inizio di quella successiva.

Quando uscirono i primi rumors e le immagini del nuovo setting (il centro commerciale attorno a cui girano tutte le vicende della stagione) innamorarmi dell’estate di Hawkins è stato, tuttavia, inaspettatamente semplice.

La mia idea era dunque quella di combattere le malinconiche serate estive a colpi di cinema in piazza, giochi di ruolo e Stranger Things. Dovevo immaginare che il binge watching era dietro l’angolo e che la malinconia dell’estate avrebbe lasciato troppo poco tempo e spazio a una sparaflashosa nostalgia al neon.

Il sentimento nostalgico è in questo caso rivolto agli eighties, un decennio che gran parte del pubblico di Stranger Things (compreso chi scrive) vive solo di riflesso ma che oggi sente più che mai. L’invenzione della nostalgia, come la chiamerebbe Emiliano Morreale, è un meccanismo compensativo manifestatosi soprattuto nei momenti di crisi e di passaggio. La stessa reaganomics dell’America anni Ottanta reggeva su un neo-conservatorismo che rievocava ad ogni cantone e in maniera spettacolare gli ideali di famiglia tradizionale, di patriottismo e paura dell’esterno. Un paese pulito in cui l’autorità non era sfidata da opposizioni razziali, sessuali o politiche.

Una sicurezza su schermo che in Italia arrivava con la prima televisione privata.

È l’America sognata dal nuovo Bob Newby, il russo Alexei (Alec Utgoff), un gioco truccato sulla cui rappresentazione questa terza stagione punta in maniera più marcata rispetto alle precedenti.

Laddove Stranger Things è sempre stato una strizzata d’occhio alla cultura di riferimento, con particolare attenzione al cinema di quegli anni, la terza stagione sembra invece focalizzarsi proprio sulla retorica bellicosa e il patriottismo fai-da-te tipico del contesto politico in questione.

Decenni di tensioni tra USA e Urss vennero suggellati sul finire del sup secondo mandato, ma fino a poco prima Reagan stesso parlava dei sovietici in termini di Impero del male e invitava alla Casa Bianca Sylvester Stallone, eroe cinematografico antisovietico per eccellenza (Pensiamo a Rambo 2 o Rocky IV). Nei suoi discorsi ufficiali il presidente rievocava l’immaginario del grande schermo, citando Star Wars o John Rambo stesso, faceva quello che Stranger Things fa oggi a livello di entertainment e lettura del passato riproponendo un’idea di America patinata dove, che sia il sottosopra o i russi malvagi nel sottosuolo, il male viene sempre da fuori.

La differenza sta nella critica consapevole della serie che non tradisce tuttavia la verosomiglianza dei costumi e delle convinzioni dei protagonisti, e passa quindo l’idea del centro commerciale come vero nuovo mostro della serie, dell’America di Reagan come un film spettacolare ma pur sempre finzionale, programmato, programmabile e, lo abbiamo detto all’inizio, sparaflashoso.

Tra nuovi personaggi, approfondimenti di quelli vecchi e dolorosi addii Stranger Things 3 sorprendentemente funziona e quella che su carta non può essere evidentemente una never ending story riesce a tirare fuori un altro ragno gigante di carne dal cilindro.

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